Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

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mercoledì 11 aprile 2018

Yom haShoah 5778 - 12 aprile 2018

Cortometraggio sulla Shoah dedicato alle vittime ed ai sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti.
Ideato dal prof. Salvatore Luciani e creato dalla Classe 5° B IGEA dell'I.I.S L. Einaudi di Serra San Bruno (VV)
Attori in ordine di comparsa: Amato Davide, Potrino Giuseppe, Greco Serena, Figliuzzi Domenico, Suraci Mara, Musicò Michele, Bonazza Salvatore, Calabretta Cosimo, Vavalà Alessandra, Rachiele Andrea
Montaggio: Potrino Giuseppe, Amato Davide

lunedì 12 febbraio 2018

Ebrei e valdesi in Calabria

Sabato 24 febbraio Guardia Piemontese, sul Tirreno cosentino, ricorderà con una serie di eventi le cosiddette “Lettere patenti”, con le quali il 17 febbraio 1848 il Re di Sardegna, Carlo Alberto, poneva fine alla lunga storia di discriminazione di valdesi ed ebrei, concedendo loro pienamente gli stessi diritti e doveri degli altri cittadini.

A Guardia Piemontese, si giunge con una strada mozzafiato che premia con un meraviglioso panorama sul Tirreno, ma ferma il cuore in gola al termine, quando giungi all’ingresso del paese e leggi le insegne: Porta del sangue su Piazza della strage.
Nella cittadina, oggi con pochi abitanti rispetto a quelli che popolano la sua Marina, ormai conserva poche vestigia del suo passato: ormai la popolazione è cattolica e solo qualche centinaio di anziani parla l’antica lingua franco-provenzale dei suoi padri valdesi; però il costume tradizionale è quello delle valli piemontesi da cui provenivano gli antenati e le case del bellissimo centro storico ben conservato, recano ancora lo sportello apribile dall’esterno attraverso cui i frati dell’inquisizione controllavano che le famiglie recitassero il rosario e osservassero le altre devozioni cattoliche a cui erano tenuti dopo la loro conversione.
Qui e nei paesi intorno (San Sisto dei Valdesi, San Vincenzo La Costa, Montalto Uffugo, ed altri ancora) vissero per circa tre secoli, a partire dal XII, in epoca imprecisata, popolazioni di religione valdese, in fuga dalla persecuzione a cui erano soggetti in Piemonte, chiamati qui dal feudatario locale per rendere produttive con l’agricoltura e l’allevamento le sue terre.
In questo luogo meraviglioso si consumò uno degli episodi più tragici della storia calabrese, dopo l’adesione dei valdesi alla riforma calvinista e l’inizio di un’attività di predicazione, dopo che per 300 anni si erano mimetizzati per passare inosservati.
Inquisiti, torturati, 2000 furono uccisi e centinaia furono appesi lungo la strada tra Cosenza e Morano monito di chi ancora rifiutava la conversione, alla quale infine furono indotti per non morire con i loro figli.

Perché parlare dei valdesi in un blog dedicato agli ebrei? Perché molti furono i tratti che accomunarono queste due realtà in Calabria, pur con notevoli differenze. Bisogna riconoscere che i valdesi (in quanto eretici) ebbero un trattamento più duro da parte della Chiesa: gli ebrei (salvo casi rari e sporadici, più ad opera del popolo ignorante che da parte del clero) furono oppressi, perseguitati, scacciati, ma non subirono la sorte sanguinosa dei valdesi; stanziali in alcuni paesi di una determinata zona del Cosentino erano i valdesi, diffusi in tutta la regione invece gli ebrei; per lo più agricoltori i valdesi, mentre gli ebrei erano presenti in tutti i settori professionali, ma di meno in quello agrario. Nondimeno, molti furono i tratti comuni. In tutti e due i casi si trattava di popolazioni disprezzate e costrette a nascondersi (i valdesi) o a sottostare a condizioni spesso molto dure di permanenza (gli ebrei). Entrambi le genti dovettero affrontare tentativi di conversione, sebbene i modi e con esiti diversi. Nonostante, come detto prima, la loro collocazione geografica fosse diversa, pure si incontrarono in alcune realtà. Secondo Oreste Dito, furono entrambi presenti a Vaccarizzo, frazione di Montalto Uffugo, accanto ad albanesi ed italiani, in un esempio di multiculturalismo ante litteram; insieme si ritrovarono poi come neofiti (convertiti) a Tarsia, secondo documenti citati da Cesare Colafemmina. Per tutti loro la presenza ufficiale in Calabria cessò nel XVI secolo, ma tra gli uni e tra gli altri alcuni continuarono per secoli a conservare l’antica fede: ancora nel XVII secolo un inquisitore domenicano lamenta la presenza di ebrei che soprattutto a Catanzaro e a Montalto osservano segretamente i riti ebraici, e ancora nel XVIII secolo singoli valdesi lasciano la Calabria per dirigersi in Svizzera dove potevano praticare liberamente la loro fede.


Marco Berardi, il “brigante” Re Marcone”, si dice fosse di famiglia valdese, o quanto meno influenzato da amicizie e frequentazioni valdesi, anche se qualche studioso (minoritario) parla di ebrei. Della madre di Francesco da Paola, il monaco divenuto santo patrono della Calabria, nativa di Fuscaldo, si dice che fosse neofita e quindi ebrea, ma io suppongo potesse essere più credibilmente una neofita valdese, vista la zona d’origine (il nome più antico di Guardia Piemontese era Casale di Fuscaldo), in cui non è attestata presenza ebraica. Degli uni e degli altri resta oggi visibile ben poco, se non alcuni cognomi; in particolare il cognome Lombardo (Guardia Lombarda era il nome della cittadina, prima di essere cambiato in Piemontese) era molto diffuso tra i valdesi.
Infine, sia i valdesi che gli ebrei hanno da qualche anno ricominciato un lento ritorno nella nostra regione, entrambi senza forme proselitismi ma con la testimonianza della rispettiva fede.


Sarebbe molto bello che in futuro gli ebrei calabresi e la Comunità di Napoli, si uniscano a questa celebrazioni, nella riscoperta di una memoria condivisa, nell’attività operosa e nella scomparsa dolorosa del passato, come nel lento ritorno del presente e del futuro.

domenica 4 febbraio 2018

Ricordato a Roma un Giusto calabrese

Di Angelo De Fiore z.l., Giusto delle Nazioni, calabrese di Rota Greca (CS), che in qualità di alto funzionario di polizia, con azioni coraggiose e al di fuori della “legalità”, ma ben dentro l’umanità e la giustizia, salvò la vita a numerosissimi ebrei nella Roma occupata dai nazisti, ho già parlato in un precedente post.
Oggi torno a parlarne nell’occasione dell’affissione, avvenuta mercoledì scorso, di una targa che lo ricorda presso il palazzo dove abitava in quegli anni. KOL HAKAVOD!
La sua memoria sia di benedizione.

Sono stato a vedere dove è posta la targa commemorativa, e ne ho fatto le foto che pubblico di seguito.























De Fiore, funzionario coraggioso
Nell’ora più dura non voltò le spalle alla solidarietà, pur in un ruolo di grande esposizione pubblica quale quello di responsabile dell’Ufficio Stranieri della Questura di Roma.
Nato in provincia di Cosenza nel 1895, trasferitosi nella Capitale dopo il matrimonio, fece presto carriera dopo aver vinto il concorso come funzionario di pubblica sicurezza. Angelo De Fiore: un uomo delle istituzioni apprezzato per il suo rigore ma anche un “Giusto tra le Nazioni”, come certificato dallo Yad Vashem nel 1969.
Da oggi una targa, deposta in via Clitunno al civico 26, la sua abitazione, ricorda l’articolata azione di coraggio che mise in piedi sotto il nazifascismo.
Molti ebrei stranieri - è stato ricordato nel corso della cerimonia, avvenuta questa mattina - ebbero i nomi camuffati grazie all’intervento di De Fiore; decine di ebrei italiani furono inoltre regolarizzati come profughi dall’Africa Settentrionale. Carte false, incluse le tessere annonarie, elaborate con un tal “signor Charrier”, che poi nel suo ufficio ottenevano i timbri ufficiali e poi i permessi di soggiorno.
Presenti tra gli altri alla cerimonia il vicesindaco con delega alla Crescita Culturale Luca Bergamo; il sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce; il questore Guido Marino; la presidente del II Municipio Francesca Del Bello; Consigliere dell’UCEI Victor Magiar, che dell’apposizione di questa targa è stato il principale promotore; la presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello e il figlio Paolo De Fiore.




Shoah, una targa per Angelo De Fiore:
il poliziotto che salvò migliaia di ebrei

(Da Il Messaggero, 31 Gennaio 2018)

Alla presenza del vicesindaco di Roma Luca Bergamo è stata scoperta in via Clitunno, nel II municipio, la targa in memoria di Angelo De Fiore che recita «alto funzionario di polizia, proclamato giusto tra le Nazioni per aver salvato, a rischio della propria vita, centinaia di ebrei durante l'occupazione nazifascista». «Sono felice di questa inaugurazione perché mi lega alla famiglia De Fiore anche una conoscenza personale» ha detto la presidente del municipio II, Francesca Del Bello prima di ripercorrere le tappe della vita di Angelo De Fiore. Nato a Rota Greca, in provincia di Cosenza, il 19 luglio 1895 e morto a Roma il 18 febbraio 1969, De Fiore è stato un poliziotto italiano che, durante l'occupazione tedesca, in servizio quale responsabile dell'Ufficio Stranieri della questura di Roma salvò la vita di centinaia di ebrei strappandoli alla deportazione nazista e all'olocausto.
Quale dirigente dell'Ufficio stranieri iniziò ad aiutare gli ebrei di cittadinanza non italiana che, a causa delle leggi razziali, avrebbero dovuto lasciare il Paese entro il 12 marzo 1939. Scoppiata la seconda guerra mondiale in collaborazione con la Delasem (organizzazione della resistenza antinazista) e con l'opera assistenziale di monsignor Hugh O' Flaherty finse di aiutare le autorità terzo reich che occupavano all'epoca Roma. Manipolò
le pratiche riguardanti ebrei e sospetti di attività antifascista, ostacolando in tal modo l'attività della Gestapo da cui riceverà ripetuti richiami e venendo fatto oggetto anche di un'indagine che si risolverà senza alcuna conseguenza. Creò confusione negli archivi: molti ebrei stranieri ebbero i nomi camuffati; decine di ebrei italiani furono regolarizzati come profughi dall'Africa Settentrionale. Spesso prelevò ebrei dalle prigioni naziste facendoli passare per pericolosi ricercati per reati comuni o disertori dell'esercito e in seguito liberandoli.

«Mio padre percorse tutta la scala gerarchica della polizia di Roma - ha spiegato il figlio Paolo De Fiore - . La caccia agli ebrei era spietata e mio padre ne salvò molti a rischio della sua vita. Mi domando da dove trasse tutta questa forza e questo coraggio. Probabilmente credeva nella sua professione: obbediente alla legge, ma prima di tutto alla legge della coscienza. Credo che mio padre, quando compiva queste azioni, pensasse a noi figli e al dovere di non poterci lasciare un mondo malvagio e crudele». «La forza di un funzionario di polizia è non chiedersi che cosa sta rischiando. Non ho avuto il privilegio di conoscerlo personalmente ma non credo che pensasse di diventare un eroe. Però lo è diventato», ha sottolineato il questore di Roma Guido Marino.
Dopo l'attentato di via Rasella ad Angelo De Fiore venne richiesto di fornire dei nominatavi di ebrei su cui effettuare la rappresaglia poi concretizzatasi nell'eccidio delle Fosse Ardeatine, e la sua risposta fu di «non avere alcun nome di ebreo da offrire», adducendo come causa il fatto che gli archivi dell'Ufficio si trovavano in stato di estremo disordine per sua negligenza.
Continuò la sua opera sin quasi all'arrivo degli Alleati, prima del quale si diede alla macchia, avendo però cura di distruggere anticipatamente, con l'aiuto dei suoi collaboratori, le pratiche di ebrei e militari sospetti ancora presenti negli archivi della Questura trasferiti in segreto negli scantinati. In questo periodo collaborò attivamente con il gruppo clandestino Sprovieri del Centro Clandestino Militare, cui comunicava le liste dei perseguitati politici e degli Ufficiali Italiani sgraditi. Per la sua opera ricevette già nel marzo 1955 la Medaglia d'oro e una lettera dall'Unione delle comunità israelitiche in Italia mentre nel 1966 il suo nome è stato inserito, al pari di quello di Perlasca e Palatucci, tra i Giusti d'Israele ed è scolpito sulla stele della Collina dell'Olocausto in Gerusalemme.

martedì 30 gennaio 2018

Giorno della Memoria 2018 a Vibo

Grazie a Franca Falduto, Responsabile regionale delle Consulte provinciali studentesche
Ufficio Scolastico Regionale della Calabria, che mi ha inviato testo e fotografie.

Dopo la riflessione relativa all’incontro presso il Convitto nazionale Filangieri di Vibo Valentia, il 27 gennaio per il Giorno della Memoria, seguono due foto del recente Viaggio della Memoria, a cui ho fatto qualche cenno in un post precedente.


Giornata della memoria e... attualità

27 gennaio: nel giorno che coincide con la liberazione del campo di Auschwitz, si ricordano le vittime del nazifascismo, con un’appendice ancora più triste quest’anno. 1938/2018: ottant’anni dalle leggi razziali.
Auschwitz - e tutto quello ad essa riferibile prima e dopo il nazifascismo - dimostra che il lato disumano e vergognoso dell’uomo non solo esiste, ma spesso convive con la “normalità”: per questo la giornata della memoria riveste un significato che può andare al di là del doveroso, struggente ricordo.

Bisogna certo ricordare, sempre e per sempre, che nei campi trovano la morte milioni di ebrei, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, rom e sinti, omosessuali, testimoni di Geova, disabili e malati di mente, vecchi e bambini. Occorre ricordare che “…questo è stato”.
I pochi sopravvissuti all’orrore, indelebilmente segnati, hanno raccontato la loro vita nel lager dopo molti decenni, con una sofferenza indicibile, con la costante preoccupazione di poter non essere creduti. Ed allora l’orrore va fatto conoscere: se non si ricorda il passato, riporta un'iscrizione all'ingresso del famigerato block 11 di Auschwit, si è condannati a ripeterlo.

Ma c’è un aspetto ulteriore su cui riflettere: Auschwitz è arrivata anche perché migliaia di persone che sapevano hanno fatto finta di non sapere; perché molti, troppi hanno ingannato altri e loro stessi. Quanti sono i complici che, pur non uccidendo, hanno comunque permesso, ignorando quello che accadeva intorno a loro, che il sistema arresto - trasporto - selezione - camera a gas - crematorio funzionasse " a dovere"; quanto hanno influito le leggi razziali a far aumentare il numero di vittime innocenti dell’esecrabile progetto nazi-fascista, quanti hanno visto ed hanno fatto vinta di non vedere, quanti hanno udito ma non ... ascoltato.
“Prima vennero per i comunisti” - recita un passo scritto da Martin Niemöller, erroneamente attribuito a Bertold Brecht - ed io non dissi nulla perché non ero comunista (… ). Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Infine vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.”

Abbassare la guardia, convivere con intolleranza e persecuzioni, non ribellarsi ad ogni forma di violenza fisica, verbale, psicologica - anche quella perpetrata dalla criminalità organizzata - vivere da “abitanti” e non da cittadini equivale a condividerne presupposti e conseguenze. L’opera di distruzione dell'uomo, perpetrata nei lager nazisti, non è un’esperienza unica: “fascismo e nazismo in varie forme, scrive Primo Levi, c’erano prima di Mussolini ed Hitler e sono sopravvissuti alla loro sconfitta”.

Gli stermini del Novecento non sono iniziati - né purtroppo terminati - ad Auschwitz, e continuano in varie parti della terra anche tutt’oggi.Se ci fermassimo a riflettere sulle odierne forme di antisemitismo, razzismo, discriminazione, violenza gratuita, spesso erroneamente - quando non colpevolmente - sottovalutate,si comprenderebbe facilmente l’attualità del messaggio di Primo Levi “C’è ancora un fascismo, non necessariamente identico a quello del passato. C'è un nuovo verbo: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il Lager”.
Dovunque si neghino le libertà fondamentali dell’uomo, si gettano le basi per altri nazi-fascismi: ed è questo un filo che una volta dipanato, è ben difficile riavvolgere.
Occorre, nel doveroso e ineludibile ricordo, riflettere anche su questo nella giornata della memoria: o ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi!

Alberto Capria - Vibo Valentia





Chaim Vital e Tu biShvat

Chaim Vital (di cui ho fatto qualche cenno in un precedente post) fu un grande e celebre kabbalista di origine calabrese: dalla nostra regione venivano i suoi genitori, cacciati dai Cattolicissimi Sovrani spagnoli.
Nato a Damasco, visse gran parte della sua vita a Safed, dove studiò con il più grande kabbalista, Rabbi Yitzchak Luria (detto Ari o Arizal).
Riporto qui alcuni suoi brevi testi su Tu biShvat (il 15 del mese di Shevat), che comincia stasera, quando si terrà un Seder, una pasto rituale, sul modello del Seder di Pesach.
Le parti scritte in corsivo sono mie, quelle tonde, sia in chiaro che in neretto, sono invece prese da vari siti, che vengono indicati.

La festa di Tu biShvat è caratterizzata dal Seder, il pasto serale della sera della vigilia (quest'anno oggi, 30 gennaio) in cui si bevono quattro bicchieri di vino, in diverse proporzioni bianco e rosso, e si gustano vari tipi di frutta. Da Torahmusings.com vediamo quanti e quali frutti e quando si mangiano a Tu biShvat
Nel nome di Rav Chaim Vital si dice che ci si dovrebbe sforzare di mangiare trenta diversi tipi di frutta a Tu biShvat: dieci frutti che sono mangiati nella loro interezza, dieci frutti di cui si mangia solo l'interno del frutto e dieci frutti in cui viene mangiato solo l'esterno[8]. Altri kabbalisti insegnano che sono necessari solo quindici diversi frutti. Poiché Tu biShvat è specificamente il nuovo anno per gli alberi, non ha un particolare significato mangiare frutta che cresce dal terreno [9]. Alcune fonti indicano che l'uso di mangiare frutta a Tu biShvat si applica specificamente la sera di Tu biShvat, anche se molti altri insistono sul fatto che l'intero periodo di ventiquattro ore è ugualmente adatto per mangiare frutta[10].
Vediamo un legame con la Calabria di questa festa, ricordando che la nostra è anche la terra dei cedri.
È appropriato mangiare un etrog [cedro] a Tu biShvat, specialmente l'etrog che si è usato a Sukkot, se possibile. Infatti, si dovrebbe usare il giorno per pregare che si venga ottenga un bellissimo etrog per Sukkot seguente[11]. Infatti, anche negli anni in cui Tu biShvat cade di Shabbat, è permesso pregare per un bellissimo etrog per Sukkot, anche se le suppliche personali sono generalmente proibite durante lo Shabbat[12].
[8] Luach Davar B’ito, 15 Shevat 5769; Minhag Yisrael Torah, OC 131:5
[9] Zechor L’avraham, Leket Hilchot Uminhagei Tu biShvat by Rav Avraham Yosef Schwartz.
[10] Zechor L’avraham, Leket Hilchot Uminhagei Tu biShvat by Rav Avraham Yosef Schwartz.
[11] Bnei Yissachar, Shevat 2:2.
[12] Halichot Shlomo 1:17 note 14.

Da Aish.com vediamo il perché si mangia la frutta in questa festa.
Rabbi Chaim Vital scrisse: "Il mio maestro [il santo Arizal] diceva che mangiando i frutti [al Seder di Tu B'Shvat] bisogna avere l’intenzione di riparare il peccato di Adamo che ha errato mangiando il frutto dall'albero".
Nell’ebraismo, ogni atto, anche “profano”, come il mangiare, è visto come ordinato ad un senso superiore, e per ciò stesso non è più profano, ma diventa atto di culto.
Partecipare in modo inappropriato al mondo fisico, per interesse ad esso, ci abbassa spiritualmente e diminuisce il nostro godimento. La soluzione è impegnarsi nel mondo fisico come mezzo per un fine degno, apprezzando la grandezza di Dio che ha creato tutto.

Da Chabad.orgAscent to Safed (da cui sono prese le parti in grassetto) vediamo alcune spiegazioni particolari sui trenta frutti che si dovrebbero gustare.
Rabbi Chaim Vital (il principale discepolo dell’Ari [Rabbi Yitzchak Luria]) spiegò che ci sono 30 frutti che sono paralleli alle dieci sefirot ("Attributi Divini") come si manifestano in ciascuno dei tre inferiori [dei quattro mondi spirituali]: Beriah, Yetzirah e Asiyah. Atzilut, il mondo dell'emanazione, è troppo puramente divino per avere una rappresentazione fisica. Beriah, il mondo della creazione, è molto lontano dal regno dell'impurità ed è rappresentato da quei frutti che sono completamente commestibili - i frutti con nucleo tenero (come mele e pere) o con bucce cucinabili (come limoni e arance) - sono considerati totalmente commestibili, anche se quelli parti sono indesiderabili. Yetzirah, il mondo della formazione, ha un livello minore di purezza, ed è rappresentato da quei frutti di cui si mangia tutto tranne una parte al loro interno. Asiyah, il mondo dell'azione, può essere descritto come il regno che sperimentiamo, in cui il male esercita una potente attrazione, ed è rappresentato da quei frutti che sono racchiusi in un guscio protettivo totalmente immangiabile.

Da Breslev.co un’ulteriore spiegazione del perché dei 30 frutti.
Rabbi Chayyim Vital, discepolo del santo Arizal, afferma che ci sono dieci specie di ogni varietà generale di frutta; quindi trenta specie primarie, ed ognuna è indigena in Israele.



lunedì 29 gennaio 2018

Giorno della Memoria 2018 a Polistena

Ricevo da Domenica Sorrenti, dell’Associazione Cittanova Radici, che ringrazio di cuore, e pubblico

Venerdì 26 gennaio 2018, a Polistena, presso la sala teatro dell’Istituto Comprensivo Francesco Jerace di via Esperia, alla presenza del sindaco Michele Tripodi, del Presidente del Consiglio comunale, Angelo Borgese del Comune e dei rappresentanti delle testate giornalistiche della Gazzetta del Sud e del Quotidiano, si è tenuta una grande manifestazione nel ricordo della Shoah.
La giornata è stata aperta dall’Inno Nazionale Israeliano suonato con bravura dai ragazzi dell’Orchestra della Jerace, diretta dal maestro Giovinazzo, musica che ha prodotto negli astanti grande commozione.
I lavori sono stati introdotti, con grande tatto e grande sensibilità dalla dirigente dottoressa Emma Sterrantino, che ha dichiarato di essere consapevole dell’importante funzione demandata alla scuola nella fase delicata di crescita e formazione dei ragazzi adolescenti che frequentano l’Istituto. La preside, ricordando una frase di Hannah Arendt, filosofa ed autrice de “La Banalità del male”, si è impegnata a farsi portavoce presso le altre Agenzie Educative del Territorio ed a livello Regionale sulla necessità di formare i ragazzi nell’ottica di una cittadinanza attiva, mettendo in pratica la funzione culturale, sociale e docente delle Istituzioni Scolastiche.
Il dottor Roque Pugliese, Consigliere della Comunità Ebraica di Napoli e responsabile per la Calabria, si è complimentato con i musicisti dell’Orchestra Jerace per la destrezza con cui hanno suonato i pezzi attinenti al tema della giornata.
Grande emozione ha suscitato nei ragazzi dell’Istituto Comprensivo e negli alunni della V classe della locale Scuola Elementare l’ascolto del suono del corno, lo shofar, virtuosamente suonato dall’ospite d’onore della giornata.
Particolarmente toccante è stato il racconto della vita del piccolo Sergio De Simone, usato come cavia umana e deceduto in seguito agli esperimenti sulla tubercolosi effettuati in una scuola d’Amburgo dal terribile medico tedesco Mengele con l’aiuto del criminale dottor Kurt Heissmeyer.
Per l’Associazione Cittanova Radici, dietro invito della professoressa Antonella Elia, organizzatrice e vero motore dei lavori per la Giornata della Memoria, ha partecipato Domenica Sorrenti, che ha iniziato il suo intervento leggendo una lettera, un concentrato di più di tremila anni di storia di Israele, unica vera democrazia del Medio Oriente.
I lavori sono proseguiti con un puntuale approfondimento storico sulla nascita del popolo ebraico da quando Abramo, ascoltando la voce di Dio, lasciò Ur dei Caldei per recarsi nella Terra Promessa.
“Leggiamo nella Bibbia le promesse di Dio fatte ad Abramo, dai suoi lombi sarebbero nate nazioni, in lui sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra, suo figlio Isacco ed il figlio di suo figlio, Giacobbe avrebbero ereditato la terra di Israele, allora chiamata terra di Canaan.
Nel lungo e doloroso esilio a cui furono costretti con le diverse diaspore, gli Ebrei sono riusciti a sopravvivere in condizioni estremamente difficili e limitanti, spesso in clima di aperta persecuzione, ma hanno saputo, sempre, contribuire alla prosperità dei luoghi in cui hanno abitato. Inoltre, in Italia, durante la I guerra mondiale, hanno contribuito a difendere la Nazione, dando un tributo in vite umane non indifferente.
Ed oggi siamo qui ancora per chiederci il perché del genocidio di sei milioni di vittime, rinchiusi ed uccisi nei campi di concentramento, prima e durante la seconda guerra mondiale.
La Germania nazista mise in atto un genocidio con metodo scientifico per sterminare non solo gli ebrei, ma anche gli avversari politici, zingari, omosessuali, portatori di handicap ed una parte del clero.
Il nazismo fece degli attacchi agli ebrei uno dei propri elementi fondanti e, dal momento in cui giunse al potere, si scagliò contro i cittadini ebrei con ogni mezzo di propaganda e con una fitta campagna di leggi.

Per convincere anche la pubblica opinione della necessità di questa lotta, furono utilizzate le accuse di deicidio, di inquinamento della razza ariana e di arricchimento mediante lo sfruttamento del lavoro e delle disgrazie economiche altrui.
Gli ebrei, secondo il piano dei gerarchi nazisti, sarebbero dovuti scomparire dalla faccia della terra. Hitler predicava la superiorità della razza ariana, incarnata dai popoli tedeschi, su tutte le altre.
L’odio verso gli Ebrei scaturiva non solo da un ideale di purità della razza ariana, ma, nascostamente e subdolamente, da motivi economici e commerciali.
La Shoah si sviluppò in cinque diverse fasi
1)   La privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei;
2)  La loro espulsione dai territori della Germania;
3)  La creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati ad Est del Terzo Reich, dove gli Ebrei furono costretti a vivere separati dalla società ed in precarie condizioni sanitarie ed economiche;
4)  I massacri operati delle squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia, durante le azioni di rastrellamento;
5)   La deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati.
Queste tappe possono essere suddivise in due periodi storici:
-       Dal 1933 al 1940, quando il nazismo vide la soluzione della questione ebraica nell’emigrazione;
-       dal 1941 al 1945, quando viene attuato lo sterminio.

In Italia, nei primi mesi del 1938, ci fu una violenta campagna antisemita.
Il regime fascista promulgò tra settembre e novembre le leggi razziali.
In queste leggi si diceva che gli italiani erano ariani e che gli Ebrei non sono mai stati italiani. Furono adottati una serie di provvedimenti per limitare fortemente i diritti e la dignità della minoranza ebraica che allora contava più di quarantamila persone.

Il primo atto pubblico della politica antisemita del regime fascista fu “Il Manifesto della razza”, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno. Seguirono leggi volte ad escludere progressivamente gli Ebrei dalla vita sociale del paese, a cominciare dagli insegnanti e dagli alunni dalle scuole di ogni ordine e grado.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, esattamente il 23 dicembre del 1943, iniziò anche per gli Ebrei italiani il periodo di deportazione e sterminio.
L’Italia è stata complice dello sterminio perché le leggi razziali italiane, nella loro formulazione, sono state più gravi di quelle tedesche. Sono state diverse le modalità operative, ma di fatto si privavano i cittadini ebrei-italiani, in contrasto con lo Statuto Albertino allora in vigore, di qualsiasi diritto civile, umano e giuridico.
Istituire il Giorno della Memoria ha significato illuminare un delitto tutto italiano perpetrato anche in pieno ventesimo secolo, interrompendo l‘illusione che si trattasse solo di un’immane cattiveria tedesca.
Per non dimenticare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico, Furio Colombo, deputato dell’Ulivo nella tredicesima legislatura, propose l’istituzione della Giornata della Memoria che venne approvata con la legge 211 il 20 luglio del 2000.
Questa legge ha visto l’Italia allinearsi ad un contesto più ampio: più o meno nello stesso periodo altre nazioni occidentali, tra cui Gran Bretagna e Germania, avevano adottato misure normative sostanzialmente analoghe.
Le sofferenze patite, le angherie subite da chi è stato discriminato sono state in parte narrate ed evocate da quanti sono stati i testimoni oculari.
I nomi che più naturalmente vengono in mente tra i testimoni della Shoah sono Primo Levi ed Elie Wiesel.
Primo Levi era preoccupato perché la memoria umana tende ad eliminare o modificare i ricordi con il passare del tempo, quando non aggiunge, addirittura, degli elementi estranei.
Wiesel, entrato nel lager nazista all’età di sedici anni, marchiato in modo indelebile con il numero A-7713, sopravvissuto ai campi di concentramento, riuscì a scrivere il primo dei suoi 57 libri, “La Notte”, solo dopo dieci anni dalla liberazione. 
Il suo vero merito fu di aver riempito un vuoto facendo emergere l’enormità del genocidio: per quasi due decenni dalla fine della guerra, i sopravvissuti, sotto trauma, e gli ebrei americani pieni di sensi di colpa, sembravano pietrificati nel loro silenzio. Wiesel ha insegnato a non restare in silenzio di fronte all’ingiustizia ed è stato definito un faro di luce. Per questo motivo il mondo ebraico ha un enorme debito di gratitudine nei suoi confronti.
Sono trascorsi più di 70 anni da quando, il 27 Gennaio del 1945, furono aperti i cancelli di Auschwitz, dall’immane tragedia sofferta dal popolo ebraico ed il pericolo che molte cose vadano dimenticate è reale. Le cose accadute possono verificarsi ancora!
I testimoni oculari sono rimasti in pochi, possiamo avere i testimoni di seconda generazione, i figli ed i parenti dei deportati sopravvissuti. Cogliamo l’occasione per prendere consapevolezza della situazione di grande disagio in cui versa la società della post-modernità, della situazione di pericolo in cui siamo immersi.
Ai giovani che vogliono garantire un futuro migliore al nostro Paese ed all’umanità, non serve solo commemorare, ma anche ricordare e, soprattutto, capire, serve far entrare il Giorno della Memoria nel nostro patrimonio di vita vissuta con dolore, con speranza e con emozione, deve essere un evento culturale e didattico.
Oggi serve ricordare che verso le discriminazioni non facciamo abbastanza, non alziamo abbastanza la voce. Bisogna comprendere che una semplice discriminazione può portare tanto dolore, può portare morte.
Spesso noi stessi possiamo essere gli autori di una discriminazione senza rendercene conto.
La conoscenza abbatte le diffidenze, fa cadere le barriere e permette di dialogare, di percepire l’altro non come nemico o persona ostile, ma come un essere umano con gli stessi bisogni, le stesse paure, gli stessi problemi.
Serve il dialogo ed il rispetto senza i quali non si può costruire nessun rapporto.
Sappiate che le parole hanno una loro forza, possono costruire e distruggere, possono guarire o uccidere.
La parola amore, che non significa egoismo o amore narcisistico per sé stessi, se interiorizzata nel suo concetto, significa amicizia, solidarietà, rispetto e comprensione per il prossimo.
L’amore ha una forza travolgente e vincerà ogni male. Lo ha scritto intorno al 38 a. C  Publio Virgilio Marone: “Omnia vincit amor” e siamo qui a ripeterlo.
“Ama il prossimo tuo come te stesso” lo troviamo scritto nella Torah, e questo è valido per tutti.

L’accensione da parte del dottor Pugliese, della dirigente scolastica, del sindaco di Polistena e degli alunni della Jerace della Chanukkiah, il candelabro a otto bracci che ricorda il miracolo delle Luci avvenuto nel 165 a. C., in occasione della riconsacrazione del Tempio profanato dai Siri, e rappresenta la vittoria di un piccolo manipolo di persone guidati da Giuda il Maccabeo  contro l’armata di Antioco IV Epifane di Siria, ha chiuso la giornata ed ha voluto significare la risurrezione del popolo ebraico e la volontà di ricerca della pace , del dialogo e della convivenza pacifica con i diversi popoli e le diverse culture che sono presenti in questo mondo globalizzato, considerando che le diversità devono  essere viste come valore e non come differenze.

martedì 23 gennaio 2018

Giorno della memoria 2018: altre iniziative

Si arricchisce giorno per giorno il panorama delle iniziative calabresi per il Giorno della memoria, eccone qui una seconda rassegna.
Se nella prima parte il posto d’onore era occupato dalle iniziative a Ferramonti, qui invece l’evento, per così dire “prima fila” è quello di Acri.


Dal 27 gennaio al 25 febbraio 2018, presso il MACA (Museo Arte Contemporanea Acri) si svolgerà la mostra "La Shoah dell’Arte. L’arte “degenerata” di Pablo Picasso", che vedrà l’esposizione di quattro opere grafiche di Picasso, l’autore di Guernica, le cui opere furono classificate dai nazisti come “arte degenerata”.
 
Cosenza
Giovedì 25 gennaio, Galleria d’Arte Le Muse, piazza Santa Teresa, alle 17.00:
Conversazione con il prof. Spartaco Capogreco sul Valore della Memoria.




Monasterace (RC)
Giovedì 25 gennaio: Giornata della Memoria e della Legalità

Reggio
Per ricordare lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali e la persecuzione dei cittadini che hanno subito la deportazione, la prigionia e la morte, l’ITT “Panella-Vallauri” di Reggio Calabria propone il seguente percorso di formazione:
Giovedì 25 gennaio: Presentazione del libro Rosh shel Calabria del dott. Tonino Nocera (interverranno la dirigente scolastica prof.ssa Anna Nucera e lo storico dott. Franco Arillotta);
Venerdì 26 gennaio: Visione del film Train de vie per le prime classi;
Sabato 27 gennaio: Attività laboratoriali in tutte le classi e minuto di silenzio alle ore 11.59.


Mendicino (CS)
“…è sempre il Giorno della Memoria”: quattro giornate di iniziative
25 gennaio: La partita a scacchi, performance liberamente tratta da “Memorie e testimonianze” di Paolo Salvatore, Direttore del campo di Ferramonti;
27 gennaio: Visita al campo di Ferramonti;
30 gennaio: Mostre “Memorie di un uomo in tempo di guerra” e “Ferramonti: passato, presente e futuro”; Proiezione del cortometraggio Il sesto senso della memoria;
31 gennaio: “Per non dimenticare”, incontro con Caterina Grammaldi, autrice del libro Una vita, tante storie; proiezione del documentario Ferramonti, il campo sospeso.



Crotone



Gasperina (CZ)
Iniziative per “Gasperina non dimentica”
27 gennaio: I bambini si interrogano sulla Shoah; presentazione del libro Nel recinto dell’inferno. I calabresi nei lager nazisti di Rocco Lentini;
28 gennaio: Proiezione del film Il figlio di Saul.








Vibo Valentia
Sabato 27 gennaio: Omaggio del Prefetto di Vibo a deportati e internati, con la consegna a due residenti nella Provincia della “Medaglia d’Onore” concessa dal Presidente della Repubblica a cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, nonché dei familiari dei deceduti.