Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti


24 gennaio, Reggio; Mostra 24 gennaio-12 febbraio: Giorno della memoria al MaRC

24-29 gennaio, Ferramonti di Tarsia: Celebrazione del giorno della memoria

24, 27 e 29 gennaio, Castrovillari; Mostra 24 gennaio - 2 febbraio; 28 gennaio, Morano: Per il giorno della memoria


25 gennaio, Vadue di Carolei (CS): "Vedere l'Altro, vedere la Shoah"

25-27 gennaio, Catanzaro Lido e varie località della provincia: Iniziative dell'Anpi provinciale


1° febbraio, Roma: Il viaggio del Pentcho

24.11.2016 - 10.3.2017, Napoli: Progetto Wajda

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mercoledì 8 marzo 2017

Purim 5777

Come qualcuno dice, il tema di tutte le feste ebraiche è uno: i nostri nemici ci vogliono sterminare, HaShem ci salva e noi festeggiamo mangiando e bevendo!
Questo è particolarmente vero per Purim, la festa che ricorda il mancato sterminio degli ebrei ad opera di Aman, il malvagio ministro del re di Persia, di cui parla il libro di Ester.
Dopo aver digiunato (elemento anche questo caratteristico di quasi tutte le feste), si mangia (in particolare le dolci “orecchie di Aman”), si beve (è d’obbligo ubriacarsi fino a non distinguere “Sia maledetto Aman” da “Sia benedetto Mardochai”, in realtà non è così, come potete leggere qui), ci si maschera (Purim è conosciuto anche come il carnevale degli ebrei) e si fa “balagan” (soprattutto i bambini, che in sinagoga strillano e agitano i tricchetracche ogni volta che nella lettura della Megillah di Ester si sente il nome di Aman).
Nonostante questi aspetti festosi e “folkloristici”, Purim è una festa di profonda spiritualità, da alcuni dei chachamim considerata addirittura superiore a Yom Kippur, come potete leggere qui.

SI RICORDA CHE QUEST'ANNO IL DIGIUNO DI ESTER
VIENE ANTICIPATO A GIOVEDÌ 9 MARZO
Il digiuno dura dall'alba al tramonto e comporta l'astensione da cibo e bevande, acqua compresa

Promemoria per Purim (da Morasha.it)
Il digiuno di Ester ha inizio all'alba e termina dieci minuti prima dell'uscita delle stelle.
Tutti gli adulti in buone condizioni fisiche hanno l'obbligo di fare il digiuno.
Il sabato precedente (l'11 marzo, quest’anno) è Shabbat zakhòr (il sabato del ricordo), così chiamato in quanto vi si legge il brano della Torà che richiede a ogni ebreo di ricordare ciò che fece il popolo di Amelek agli ebrei quando uscirono dall'Egitto. Si adempie a questa mitzvah del ricordo soltanto se si ascolta in pubblico la lettura del brano "Zakhòr" dal Sefer Torà.
Quattro sono le norme fondamentali che ognuno è tenuto ad osservare di Purim (sabato sera 11 marzo - domenica 12 marzo):
1) Leggere o ascoltare la lettura del libro di Ester dal rotolo (meghillah)
2) Fare donazione ai bisognosi: vanno fatti doni ad almeno due persone (matanot lavionim).
3) Inviare cibi ad amici, parenti ecc. Si adempie alla mitzwà inviando almeno due cibi (dolci, bevande ecc.) a una persona (mishloach manot).
4) Fare un pasto festivo.
A parte la lettura del libro di Ester che va fatta anche alla sera (sabato) le quattro norme suddette vanno fatte nel giorno di Purim (domenica prima del tramonto).
Nella preghiera delle 18 benedizioni ('amidà) e nella benedizione dopo il pasto (birkat-ha mazhon) si dice 'al ha-nissim (per i miracoli accaduti ai tempi di Mordechai e Ester).

I marrani, le feste ebraiche e il digiuno di Ester
Donatella di Cesare, filosofa (da Moked.it)
Non sorprende che i conversos, per i loro grandi sensi di colpa, la loro afflizione e la loro mestizia, scorgessero in Ester, la “segreta”, capace di rivelare al momento opportuno l’identità a cui era rimasta fedele, il simbolo, splendido e potente, della loro esecrabile condizione. Il più grande poeta marrano João Pinto Delgado ha scritto questi versi nel suo Poema della regina Ester: “lo splendore che sprigiona la sua bellezza rischiara la notte e oscura il giorno”. Sta qui forse il senso dell’esperienza marrana: la vita è giocata nella negatività della notte, mentre il giorno dell’esistenza, nella storia ebraica, affonda fino a scomparire.
Sappiamo che la storia di Estèr simula il nascondersi Divino – “… e Io continuerò a nascondere i Miei volti …”, hastér ’astìr (Deut 31, 18). Ma per l’ebraismo l’assenza è sempre traccia memore della presenza. Il marranesimo trovò invece il suo apogeo nella sola assenza (a cominciare dall’assenza senza gioia del digiuno). Forse per questo suo doloroso dibattersi nel buio quasi privo di tracce fu condannato alla sterilità fin quando i cripto-ebrei non riemersero finalmente alla luce fuori dalla loro Sefarad.

Dal blog Shavei Israel Italia una lezione di Rav Pierpaolo Pinchas Punturello

Il rituale e le preghiere di Purim hanno al loro centro un grande assente: l’Hallel, il gruppo di Salmi che durante le festività ed i capi mese vengono recitati durante le preghiere del mattino.
Quello che invece caratterizza il nucleo centrale delle preghiere di Purim, l’amidà, la preghiera delle diciotto benedizioni, è il testo di Al HaNissim che ci ricorda i miracoli e la salvezza avvenuta a Purim, l’eroismo di Mordechai e di Ester, gli eventi che si capovolsero e la presenza decisiva di Dio accanto al popolo ebraico. Sembra quindi paradossale che in uno dei giorni più gioiosi del calendario ebraico, proprio i salmi gioiosi sono assenti, non ricordati e non permessi. L’Halachà, nelle parole di rav David Yosef, nella raccolta Halachica Otzerot Yosef, offre una serie di spunti per comprendere il perché di questa assenza nel rito. La prima ragione sta nel fatto che la lettura della Meghilat Ester, il libro di Ester, copre, per così dire, lo “spazio” della Meghillà. Un secondo motivo è che dopo l’uscita dall’Egitto, dal momento che il popolo ebraico è entrato in terra di Israele, non si recita più l’Hallel per eventi miracolosi avvenuti in Diaspora. L’ultimo motivo, quello forse più problematico e duro da comprendere, è che non si recita l’Hallel a Purim perché in quei giorni siamo stati salvati da un decreto di morte, ma non siamo stati redenti e non abbiamo raggiunto una vera libertà e quindi, la frase dei salmi: “Lodatelo servi dell’Eterno” non ha un senso compiuto perché siamo rimasti servi, o se vogliamo sudditi, del re non ebreo Assuero. In altre parole la nostra realtà politica non è cambiata, mentre è cambiata solo la situazione sociale e la nostra sicurezza immediata come sudditi graditi al re. In realtà la stessa Halachà e lo stesso rav David Yosef ci insegna che nel malaugurato caso in cui una persona non ha con se una meghillà valida per la lettura e non ne può ascoltare la lettura da qualcun altro, deve recitare l’Hallel completo, ma senza alcuna benedizione di accompagnamento.
Le opzioni ed i motivi che non permettono la lettura dell’Hallel di Purim sono il frutto di una discussione talmudica contenuta nel trattato di Meghillà alla pagina 14 a. E’ lì che il Talmud sottolinea che il vero senso dell’assenza dell’Hallel a Purim sta nel rapporto tra la libertà, vera, e sudditanza degli ebrei rimasti tali sotto Assuero. Infatti la questione del miracolo fuori da Israele non è così rilevante visto che anche per gli eventi di Pesach, gli ebrei hanno recitato l’Hallel nel passaggio tra Egitto ed Israele in uno spazio geografico che non era ancora incluso nella terra di Israele. Questo ci insegna che la recitazione dell’Hallel non è legata ai luoghi, bensì alle sensazioni, ai sentimenti, all’essenza della nostra libertà come individui e come popolo. Il fatto che il Talmud e di conseguenza l’Halachà affermino con forza che la frase dei salmi: “Lodatelo servi dell’Eterno” stride con l’essere rimasti servi di Assuero, come detto, è qualcosa sulla quale dovremmo riflettere. La straordinarietà della festa di Purim non risiede tanto nella salvezza e nel miracolo “politico” che ha ci ha salvato dalla morte, bensì si nasconde nella modernità degli eventi di Purim. Gli ebrei di Persia siamo noi, noi ebrei che siamo nati dopo la distruzione del Bet HaMikdash, noi ebrei che viviamo da allora una dimensione di esilio sia fisica che spirituale che è sia politica che identitaria allo stesso tempo. Siamo in esilio perché non siamo completamente liberi, perché siamo dipendenti dal destino di una scelta di poteri, governi, leggi che sono al di là di noi, perché non abbiamo raggiunto un momento di vera emancipazione e siamo “servi” di culture e governi altri.
Purim, nella fisicità dei festeggiamenti che gli appartengono, nel vino che va bevuto ci ricorda questa nostra dimensione di libertà non completa, di completa dimensione spirituale che è ancora lontana dal nostro popolo e che dobbiamo imparare a raggiungere anche in assenza dello slancio dei salmi dell’Hallel, leggendo la storia di Ester e leggendo la nostra realtà di ebrei ancora non profondamente liberi, incastrati in un esilio che può essere una schiavitù o una grande occasione di vera emancipazione.


Su Torah.it
una bellissima guida a Purim
(con audio e video)


Su Chabad.org
una guida completa a Purim
(ricette comprese!)

mercoledì 8 febbraio 2017

Tu Bishvat 5777

 Riflessioni su Tu biShvat (15 del mese di Shevat), il Capodanno degli alberi, che quest'anno cade l'11 febbraio, Shabbat Shirah (lo Shabbat del Cantico, in cui si legge del passaggio del Mar Rosso).
La caratteristica di questa festa è il Seder che si celebra la sera, al suo inizio, quindi quest'anno la sera di venerdì 10 febbraio.
In questo Seder si mangiano svariati tipi di frutta (fino a 30!), tra cui almeno i più importanti, che sono i 7 frutti della terra d'Israele: grano, orzo, uva, fichi, melograni, olive e datteri.
Durante il Seder si bevono quattro calici di vino, in una varia mistura di vino bianco e rosso, cominciando da un calice di solo vino bianco e finendo con uno di solo vino rosso.
Quando, come quest'anno, Tu biShvat capita di Shabbat, il Seder segue il normale pasto di apertura dello Shabbat.


Dal sito della Comunità ebraica di Roma

Il 15 di Shevat è Rosh Hashanà Lailanot, capodanno degli alberi. La ricorrenza viene celebrata in vari modi: si mangiano frutti di varie specie, in particolare quelli per cui è lodata Erez Israel (uva, fichi, melograno, olive e datteri), si piantono alberi in Erez Israel; la sera si fa il Seder Tu Bishvat, nel corso del quale si mangiano frutti e si leggono brani secondo un ordine prestabilito. Tu Bishvat è un giorno feriale, ma per sottolineare il carattere speciale della giornata, ci si astiene dal dire Tachannun.
Seder Tu Bishvat - Si usano leggere brani tratti dalla Bibbia e dalla successiva letteratura ebraica (Mishnà, Midrash, Zohar). Si recita una speciale “preghiera per gli alberi perché diano dei buoni frutti” e si mangiano vari tipi di frutta, prodotti vegetali e dolci recitando prima le benedizioni specifiche.

Sul sito Torah.it
si può scaricare e stampare il seder di Tu biShvat
composto da rav Bahbout
  
Tu BiShvat 5777 - 11 Febbraio 2017
Il Capodanno degli alberi
Tu BiShevàt, il quindici del mese di Shevàt, è il "Capodanno degli Alberi". Il motivo fondamentale per cui si festeggia il capodanno degli alberi è che molte delle mitzvòt sono legate ad essi (e all'agricoltura in generale) e sono legate in qualche modo all'età degli alberi. È necessaria quindi una data di apertura e di chiusura dell' "anno degli alberi" per poterne definire l'età e quindi le norme halachiche in riguardo (così come esiste "l'anno scolastico, l'anno fiscale", ecc.).
A Tu Bishvàt si usa mangiare frutta, in particolar modo i frutti delle sette speci con le quali è stata benedetta la terra d'Israele. Questi sono il grano e l'orzo, l'uva, i fichi, le melagrane, le olive e i datteri. In questo giorno si riflette sul concetto “ki ha'adam etz hassadé” (Devarìm 20, 19), espressione che potrebbe essere tradotta con "l’uomo è come l’albero del campo" e sulle lezioni che possiamo trarne

La sua perfezione si vede tramite il suo frutto, nel beneficiare gli altri, e nell’aiutare a perpetuare la nostra grande eredità di nazione
Le mitzvòt che abbiamo prodotto ieri, la tzedakà che abbiamo dato, i tefillìn che abbiamo indossato, non ci esonerano dal ripeterle oggi
È davvero necessario chiamarlo "capodanno" allorchè non riguarda direttamente la specie umana
Mediante le Sue creazioni vegetali, Hashèm (il Sig-re) ci impartisce una grande lezione di umilità.
Le radici sono il simbolo della stabilità, della buona educazione e di carattere fermo. Il frutto rappresenta le sue azioni meritorie
Non basta che abbia studiato la Torà una volta o che abbia praticato le mitzvòt una volta: egli deve continuamente ricevere il nutrimento dalle sue radici
Sia l’anima divina che quella animale contengono delle vasti riserve di sentimento e profondità che possono rimanere per sempre celate se non stimolate a venire all’aperto
Che senso ha però consumare i frutti e dire l’apposita benedizione, nel giorno in cui la natura rifiorisce, su cibi che non sono ancora cresciuti e maturati?
La parola ebraica per natura, teva, può essere letta, secondo i caratteri ebraici, anche tovea, che vuol dire affogare
Tu BiShvat non è una festa comandata nella Torà scritta, come Pesach, Shavu’òt e Succòt, per esempio. E non è nemmeno indicata nella Legge Orale, a differenza di Chanukkà e di Purim
La fede è sepolta sotto terra, nascosta anche da noi stessi
Perché festeggiare gli alberi quando non crescono?
I servitori di Adriano furono sorpresi dagli onori che venivano dati a questo vecchio e povero ebreo
Con il permesso del sultano disperato, riuscirono a far inalare qualche goccia nella bocca del moribondo


 Tu biShvat, il “Capodanno degli alberi”
Una lezione di Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma.
Da NostreRadici (fonte: Torah.it)

Due spiegazioni preliminari
Spiegazione 1:
Ricordiamo che Hillel e i suoi discepoli dichiaravano Chamishá Assar Bi-Shevat un giorno semi-festivo e lo chiamano Rosh Hashaná La-Ilanot (Capodanno degli Álberi), perché in Israele era in questo giorno che terminavano le piogge annuali e quindi iniziava un nuovo ciclo di crescita degli alberi
Spiegazione 2
Anticamente, la "decima" dei frutti colti durante l'anno doveva essere portata come offerta al Tempio. Per effetto del suo calcolo, il 15° giorno del mese di Shevat veniva stabilito come inizio dell'anno fiscale. È da questo che deriva l'usanza della commemorazione del Tu (15) (*) B'shevat come "Il Capodanno degli alberi"
Nota della Redazione LnR
(*) Richiamiamo l'attenzione sulla costruzione ebraica del numero 15, ricavato secondo il valore numerico posseduto dalle lettere. Esso dovrebbe essere composto dalla lettera iod (valore numerico = 10) e dalla lettera he (valore numerico = 5) che, insieme:  rappresentano l'abbreviazione del Nome, così com'è indicato nel Tetragramma     ; è per questo che, per rispetto al Nome, il numero 15 viene composto da 9 + 6, e quindi teth e vav    (tu). La lettura, da destra verso sinistra.

I - L'origine di Tu Bishvat
Anche quest’anno, all’inizio dell’estate, dovremo, nostro malgrado, fare la nostra dichiarazione dei redditi. E lo faremo raccogliendo tutta la documentazione di quanto abbiamo guadagnato e speso nell’anno precedente, dal 1 gennaio al 31 dicembre. Ciò che sta prima e dopo queste date non conta. Conta solo l’anno fiscale, che comincia e finisce in momenti precisi.
Per quanto possa sembrare strano, la ricorrenza del Tu-bishvat, 15 del mese di Shevat, è strettamente legata al concetto di anno fiscale. Anche nell’antica società ebraica si pagavano le tasse, e questo certo non sorprende. Il calendario era diviso in cicli di sette anni, e in ogni anno bisognava prelevare una “decima” sul prodotto agricolo. La “prima decima” spettava ogni anno ai Leviti. Sul prodotto che rimaneva dopo il prelievo si applica una seconda decima; nel primo, secondo, quarto e quinto anno questa decima rimaneva al produttore, ma con l’obbligo di consumarla (direttamente o nel suo equivalente valore economico) a Gerusalemme; nel terzo e sesto anno veniva invece versata ai poveri. Si noti per inciso come l’entità di queste tasse fosse molto più modesta di quelle che ci impone uno stato moderno.
Era quindi importante stabilire a quale anno appartenesse un certo prodotto; se ad esempio era del secondo anno, rimaneva al produttore con l’obbligo di portarlo a Gerusalemme, se era dell’anno dopo doveva essere dato ai poveri. Ma come si faceva a valutare se un prodotto era di un certo anno? E ancora: la Torà proibisce di mangiare i frutti prodotti nei primi tre anni di vita di un albero (‘orlà): ma come si calcola l’età di un albero e di un frutto? È necessario stabilire delle date di inizio dell’anno, che sono strettamente legate al ciclo agricolo. Come capodanno per la frutta prodotta dall’albero viene considerato il momento d’inizio della formazione di gemme, dopo la pausa invernale. Ogni frutto che è nato (o che ha iniziato a maturare, secondo alcune opinioni) prima della data stabilita come capodanno, appartiene all’anno precedente, se è nato dopo è dell’anno in corso.
Nel clima della terra d’Israele il capodanno (fiscale) degli alberi è strettamente legato al momento in cui la maggior parte delle precipitazioni piovose (che avvengono quasi totalmente in autunno e in inverno) sono passate. La Mishnà (la prima del trattato di Rosh haShanà) indica quali sono i diversi capi d’anno del calendario ebraico e riferisce, a proposito degli alberi, una divergenza tra la scuola di Shammai e quella di Hillel; i primi fissano il capodanno al 1 di Shevat, i secondi al 15. La regola, come sappiamo , segue l’opinione di Hillel, quindi si inizia il 15. Ma se si tratta di una data legata al flusso delle piogge, è difficile capire i motivi del dissenso tra le due scuole. Uno studio recente, basato sui dati attuali di piovosità - che si presume non si discostino molto da quelli di duemila anni fa -, spiega che in Eretz Israel esistono fasce climatiche molto differenti; in tutta la pianura costiera le piogge maggiori terminano alla data fissata da Shammai, mentre nelle colline della Giudea e a Gerusalemme in particolare la data è spostata avanti di 15 giorni. Questo significa in pratica che noi fissiamo il calendario fiscale degli alberi in base al clima di Gerusalemme.
Quando si parla di tasse e ancora di più quando si pagano non si è molto allegri e in linea di principio non si capisce perché, dopo tutto, Tu-bishvat sia diventata una piccola festa. Per questo ci sono diverse spiegazioni. Intanto le tasse non si pagano a Tu-bishvat, ma a raccolto avvenuto; quando si celebra un capodanno, quale che sia, si sta in allegria e non si pensa che è l’inizio e la fine di un anno fiscale, piuttosto ci si augura che il raccolto o il guadagno dell’anno che inizia sia migliore di quello dell’anno precedente.
A parte questo, la storia della celebrazione del Tu-bishvat mostra una certa evoluzione e indica che c’è voluto molto tempo prima che si creassero modi speciali di ricordare e festeggiare questo giorno. Come festa minore è sempre stato un giorno in cui il lavoro è permesso, ma sono proibite alcune manifestazioni di tristezza, come le orazioni funebri o la lettura del tachannun. Ma c’è voluto molto tempo per arrivare a forme di celebrazione attiva, e in questo è stato determinante il contributo dei cabalisti di Safed, nel XVI secolo. L’uso più semplice e antico, probabilmente risalente all’alto medioevo, e ormai diffuso in tutto il mondo, è quello di mangiare in questo giorno frutta di tipi diversi, in particolare i prodotti dell’albero per cui nella Torà è celebrata la Terra d’Israele: uva, fichi, melograni, olive, datteri; oltre a questi altri frutti menzionati nella Bibbia, come mandorle, pistacchi, noci, tappuchim (che nella Bibbia non sono le mele, come si ritiene comunemente e come oggi si indica nell’ebraico moderno, ma sono agrumi), e poi ogni altro tipo di frutto dell’albero.
Un rito vero e proprio, risalente almeno agli inizi del XVIII secolo è documentato per la prima volta nell’opera cabalistica Chemdat Yamim, e consiste in una specie di Seder (o Tikkùn) in cui si alterna il consumo di frutta diversa, in un ordine speciale, e di vino (bianco e rosso), alla lettura e al commento di brani biblici, rabbinici e della letteratura mistica. Questo rito, da tempo dimenticato in Italia, è stato reintrodotto di recente da Rav Shalom Bahbout che ha anche curato la stampa del testo con traduzione italiana e commenti: ne sono uscite già due edizioni, la prima nel 5746 (1986): Seder Tu Bishvat per il Capodanno degli alberi, la seconda (edizioni Lamed) nel 5760 (2000); il nostro pubblico ha accolto con piacere questa reintroduzione e ormai il Seder si fa in molte famiglie.
Altri modi di ricordare questo giorno sono cerimonie di piantagione di alberi; sono iniziate in Eretz Israel nei primi decenni del secolo scorso, come testimonianza di attaccamento alla terra e all’importanza della ripresa della vita agricola, e della riforestazione in particolare. Forse non è stato estraneo un influsso di cultura americana (arbor day), ma in ogni caso hanno avuto la prevalenza nella società ebraica i valori positivi specificamente interni, collegati al rapporto con Eretz Israel, la sua ricostruzione, e l’importanza tradizionale degli alberi, specialmente quelli da frutta. Per educare a questi valori si usa in molti luoghi anche fuori da Eretz Israel di piantare simbolicamente un albero a Tu-bishvat.

II - I significati simbolici
Ricordando il Tu-bishvat vengono richiamate e sottolineate alcune idee molto importanti nella coscienza ebraica.
Il rispetto della creazione e del Creatore: La natura che ci circonda viene vista come un’opera buona e utile, da rispettare, da coltivare, da mantenere e non distruggere; viene esaltata l’opera del Creatore, nei cui confronti viene espressa la gratitudine per i doni molteplici e diversi che ci elargisce.
Il rapporto speciale con la Terra d’Israele e della sua capitale Gerusalemme: Il legame del nostro popolo con la sua terra non è mai venuto meno, e per noi ha un significato sacro, anche dopo millenni di distacco traumatico, ricordare quando piove e quando finisce di piovere in quella terra, quando gli alberi fioriscono e quale frutta producono. Si rivendica il diritto a quella terra anche mantenendo un rapporto speciale con il suo ciclo agricolo e i suoi prodotti. Ed è una rivendicazione pacifica e costruttiva, portatrice di bene ed esemplare per tutto il mondo. La tradizione ci insegna che quella terra può fiorire solo nelle nostre mani, e di questo siamo testimoni nella nostra epoca.
La solidarietà sociale: il ricordo delle antiche forme di tassazione non è quello delle asprezze fiscali, ma quello di un sistema in cui devono esistere compensi e ridistribuzione della ricchezza.
La riflessione sulla natura dell’uomo: l’uomo come creatura è una specie di albero rovesciato (con le radici in alto). Questa identità simbolica propone una riflessione sulle origini dell’uomo, sulla sua dipendenza dall’alto nelle risorse naturali e spirituali, sulla sua potenzialità produttiva di frutti buoni e utili, sulla sua forza e sulla sua debolezza, sul suo destino.
La responsabilità: la storia dell’umanità in questo mondo comincia dalla colpa di Adamo ed Eva, che mangiano un frutto proibito. Mangiare ritualmente della frutta fa parte di un processo di presa di coscienza di responsabilità e di riparazione.
Il rapporto con le realtà nascoste: la mistica ebraica parla delle realtà a noi invisibili, che spesso paragona ad un albero, come paragona le diverse forme di frutta (buccia commestibile o no, nucleo duro o morbido ecc.) ai simboli dei mondi diversi. La “buccia” (qelippà) è anche simbolo del male. Per questo i cabalisti propongono un percorso simbolico tra le diverse specie di frutta e i colori del vino, suggerendo un viaggio tra i mondi diversi, tra la Giustizia e la Misericordia, con l’intenzione di contribuire a riparare (tikkùn) il mondo visibile dove viviamo. Sono messaggi e insegnamenti che per essere compresi richiedono conoscenze e sensibilità speciali, ma che non possono essere trascurati nella ricchezza di simboli che questo giorno propone alla comunità ebraica.

III - Come ricordare Tu Bishvat
chi lo desidera cerchi il testo del Seder, reperibile in libreria, e lo segua procurandosi tutti gli ingredienti necessari (vini e frutta), o si unisca ad amici che già sono organizzati per farlo.
In ogni caso non si trascuri la tradizione di mangiare frutta di specie diverse, almeno in un pasto della giornata. È importante mangiare e benedire. Quando si mangia frutta, prima si recita la benedizione borè perì ha’etz, (Creatore del frutto dell’albero) che in questo momento assume un significato speciale. La benedizione si recita anche se si mangia frutta durante il pasto, e si è già detto l’hamotzì. Dopo aver mangiato, se il pasto comprendeva il pane, con la birkat hamazon si esce d’obbligo. Chi invece ha mangiato solo frutta recita alla fine una benedizione speciale: ‘al ha’etz we’al perì ha’etz ecc. per uva, fichi, melograno, olive datteri; borè nefashòt per tutte le altre (i testi sono stampati nelle tefillot e nei comuni birkhonim).

giovedì 2 febbraio 2017

Lo shofar a Ferramonti

Testo e foto di Mena Filpo

Dopo giornate di freddo intenso, è un sole splendente che accoglie il mio risveglio ed è piacevolissimo affrontare il breve viaggio autostradale che separa la mia città dal campo di Ferramonti.
È da giorni che programmo di essere lì in orario, per l’inizio delle cerimonie organizzate in quel giorno ma, soprattutto, presente se lo Shofar dovesse suonare. Sarà per me la prima volta e la strada sembra allungarsi.
Arrivo e, varcando quel cancello, provo sempre le stesse emozioni: il cuore batte, un nodo alla gola non mi lascia deglutire e rivedo con gli occhi della mente, poggiato al banco della farmacia di famiglia, l’amico di mio padre Ladislao Schwarz, medico ebreo ungherese che, dopo il suo internamento a Ferramonti, aveva scelto di vivere ed esercitare la sua professione nel mio paese.
Tornando da scuola lo trovavo a chiacchierare con papà che era stato suo giovane assistente durante i suoi studi di medicina.
Alto, con baffoni bianchi macchiati dalla nicotina della sua perenne sigaretta tra le dita che usava aspirare solo sette volte e poi buttava via….”altrimenti, ninna, fa male”, mi diceva.
Uomo affascinante con gli occhi penetranti ed intelligenti, aveva il vezzo di portare gli occhiali non dietro le orecchie ma sopra di esse.
Con questo ricordo vivo e perenne che ho di lui mi avvio per il campo
guardandomi intorno aspettando l’inizio della cerimonia.
Numerose scolaresche, intanto, invadono con i loro cappellini colorati il prato e, mentre, li guardo ripenso ad i tanti passi che lo calpestarono quando era solo un acquitrino umido e paludoso, circondato da baracche.
La cerimonia comincia sentita, commossa, interessante come sempre e, poi,  ecco…è il momento dello Shofar!
E’ allora che sento il cuore scoppiare, le lacrime gonfiare i miei occhi e cercare a testa bassa la presenza di Dio!
Lo Shofar continua a suonare con gli occhi che, seppur chiusi, lasciano scendere ormai copiose lacrime.
Chiedo perdono.
Penso a tutti coloro i quali sono nel vento.
Penso al dottor Schwarz che terminò i suoi giorni nel paese che aveva scelto per formare la sua famiglia e circondarsi di amici sinceri!

Chi era Ladislao Schwarz
Da Il diario di Castrovillari del 24 gennaio 2009 

Dedicato a Ladislao Schwarz il Giorno della Memoria
L’indimenticato medico chirurgo ungherese di cui il prossimo 15 marzo ricorre il centenario della nascita
Nella ricorrenza della Giornata della Memoria, Castrovillari non dimentica e anche quest'anno si presenta un'occasione preziosa per riattraversare le pagine più buie della storia del '900.
In questo senso, l'Amministrazione Comunale di Castrovillari, in sinergia con la Biblioteca Civica “U. Caldora”, la Mediateca di Castrovillari, ATI Infomedia e la Fondazione Internazionale “Ferramonti di Tarsia per l'amicizia tra i popoli”, ha promosso per domenica 25 gennaio, alle ore 17.00, presso il Teatro Sybaris del Protoconvento Francescano, una giornata celebrativa di memoria condivisa per non dimenticare.
La manifestazione si aprirà con i saluti del sindaco, prof. Francesco Blaiotta.
Interverranno il dott. Carlo Spartaco Capogreco (Presidente della Fondazione Ferramonti”) che presenterà la XXI edizione del Memoria-meeting Fondazione Ferramonti e la dr.ssa Teresa Grande, docente Unical, con il coordinamento della dr.ssa Maria Pina Cirigliano, collaboratrice Mediateca Castrovillari.
Nell'ambito della manifestazione, sarà proiettato il film “18.000 giorni fa” (1993) della regista Gabriella Gabrielli, liberamente tratto dal libro di Carlo Spartaco Capogreco “Ferramonti: la vita e gli uomini del più grande campo d'internamento fascista 1940- 1945”, ambientato proprio a Ferramonti.
Nel foyer del teatro sarà, inoltre, allestita una mostra collettiva sul tema “Identità e memoria” con la collaborazione di artisti che, con grande sensibilità, hanno voluto dare il loro pregevole contributo attraverso le loro opere.
A Castrovillari, il Giorno della Memoria, sarà dedicato al dr. Ladislao Schwarz, indimenticato medico ungherese, internato nel campo “Ferramonti” di Tarsia nel 1942
Nato a Budapest il 15 marzo 1909, figlio di Antonio e di Elisa Herzog, compì i suoi studi in Italia laureandosi, a Catania, in Medicina e Chirurgia e rivelando sin da giovane un grande talento come medico e scienziato.
Egli aveva intrapreso le sue ricerche relative a due studi scientifici: il primo riguardava un filo di sutura radiopaco che permetteva di controllare, con semplice radiografia lo stato delle suture interne, mentre l’altro, si riferiva ad un cranio trasparente e permetteva una comparazione in tutte le proiezioni tipiche ed atipiche della craniologia Rongten.
Quando fu arrestato a Milano nel 1940, a causa delle leggi razziali, fu costretto a interrompere i suoi studi scientifici.
Con l’arresto e l’internamento, gli fu proibito l’esercizio della professione e qualsiasi attività ad essa collegata.
Internato dapprima ad Alberobello, il Dr. Schwarz chiese di essere trasferito altrove, sempre come internato, per potersi rendere utile se non come medico, come infermiere o tecnico addetto alla sala operatoria.
L’istanza del 20/10/1942, tesa anche ad ottenere qualche strumento per proseguire le sue ricerche, venne accolta, e il 22 novembre 1942, dal campo di Alberobello fu inviato nel campo di internamento di Ferramonti.
Qui, ritrovandosi con nutrito numero di professionisti, (medici, ingegneri, musicisti, ecc.), tra i quali anche l’austriaco Gustav Brenner, divenuto poi un eccellente libraio editore di Cosenza, continuò ad esercitare con zelo la sua professione, prestando soccorso anche gli abitanti delle zone limitrofe.
Nonostante tutto, riuscì ad approfondire i suoi studi, tanto da divenire, ben presto noto in tutta la provincia e nello stesso campo di Ferramonti, eseguì con ottimi risultati una trapanazione del cranio intervento mai eseguito fino ad allora.
All’indomani della “Liberazione”, su invito di un medico di Cosenza, prestò servizio presso l’Ospedale Civile del luogo.
Nel 1947, si trasferì a Castrovillari dove fu un apprezzatissimo medico sposando da li a poco, Donna Teresa Pellegrini.
Nel 1959 conseguì presso l’Università di Roma la libera docenza in patologia chirurgica.
Fu autore di numerose pubblicazioni che ottennero vasto successo nel campo medicoscientifico, alcune sue recensioni furono adottate dalla Facoltà di Medicina di Bologna.

Morì a Castrovillari nell’ottobre del 1977.

mercoledì 25 gennaio 2017

Anpi e Scout reggini insieme per la Giornata della Memoria

Reggio Calabria 25/01/2017 - L’Anpi e le Associazioni scoutistiche reggine (Agesci, Masci, Cngei e Fse) insieme per una serie di iniziative dedicate al Giorno della memoria. Al centro della due giorni la storia di resistenza clandestina delle Aquile Randagie, che si opposero al provvedimento di scioglimento di tutte le organizzazioni giovanili adottato dal fascismo nel 1927 al fine di impedire qualsiasi forma di aggregazione altra che non fosse quella del regime (Opera Balilla). Una storia di Resistenza duranta 17 anni
Una testimonianza vera di coraggio e fedeltà che da quel primo gruppo di scout portò nel 1943 al contributo fattivo nella fondazione di Oscar, un’organizzazione che portò in salvo oltre 2mila persone perseguitate dal regime, aiutandole ad espatriare in Svizzera. Gli eventi in programma vedono una serie di approfondimenti e testimonianza insieme a contributi multimediali a cura della Fondazione Baden e la presenza di Emanuele Locatelli, capo scout in servizio presso le basi scout in Val Codera, attivo divulgatore della storia delle Aquile Randagie e curatore di diverse pubblicazione in materia.
Venerdì alle ore 18 primo appuntamento nell’Auditorium Don Orione (Sant’Antonio). Sabato mattina l’incontro alle ore 10 presso il Liceo Scientifico L. da Vinci

Reggio: Associazione Anassilaos per il Giorno della memoria

Le iniziative dell'Anassilaos per la Giornata della Memoria
Reggio Calabria 25/01/2017 - “Il Giorno della Memoria 2017” sarà al centro di due incontri promossi dall’Associazione Culturale Anassilaos e di una mostra filatelica. Il primo, organizzato congiuntamente con la Biblioteca Civica “Pietro De Nava”, si terrà venerdì 27 gennaio con inizio alle ore 17,00 presso la Sala Spanò Bolani della stessa Biblioteca e avrà per tema “Donne e bambini nella Shoah” (relatore il Prof. Antonino Romeo introdotto dalla Dr.ssa Rosella Crinò, Responsabile Donna di Anassilaos).
Un dramma a parte nella Shoah e nelle vicende belliche e della Resistenza è costituito infatti dalle donne e, soprattutto dai bambini, uccisi negli eccidi delle loro comunità strappati dalle braccia dei genitori, sottoposti a crudeli ricerche pseudo-scientifiche. Prima della conferenza sarà inaugurata la Mostra filatelica “La Shoah nei francobolli” realizzata dal Circolo Filatelico dell’Associazione Anassilaos che si potrà visitare fino al 12 febbraio. Per l’occasione è stata realizzata una speciale cartolina commemorativa – su disegno dell’artista Alessandro Allegra - che sarà donata ai presenti. La Shoah - scrive in una nota esplicativa della Mostra il Presidente di Anassilaos Stefano Iorfida - ha costituito il punto di arrivo, terribile per il numero delle vittime e le immense sofferenze inferte ai corpi e alle anime di tanti milioni di individui, di tutta una serie di persecuzioni che hanno contraddistinto la vita del “popolo eletto” nel corso dei millenni sia nella terra d’origine che, successivamente, nei paesi della “diaspora”.
La mostra si apre dunque con una serie di valori bollati emessi da numerosi paesi europei per ricordare momenti e fasi della Shoah e si allarga anche ad eventi ad essa, in parte, collegati, quali soprattutto la Seconda Guerra Mondiale che ha fornito l’opportunità e l’occasione per la “soluzione finale” e la Resistenza al nazismo e al fascismo in molti paesi occupati. Shoah, 2^ Guerra Mondiale e Resistenza sono infatti eventi strettamente collegati poiché l’ annessione e l’ occupazione, in un breve volgere di anni, di gran parte dell’Europa (l’ Austria nel 1938, la Boemia e Moravia nel 1939, la Polonia nel 1939 e poi, successivamente, in rapida sequenza, nel 1940 la Danimarca, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, il Belgio e la Francia e nel 1941 la Jugoslavia, la Grecia e l’Unione Sovietica occupata fin quasi ai sobborghi di Mosca e Leningrado) nonché gli strettissimi legami politici e militari con l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania e gli stati fantocci di Croazia e Slovacchia - territori dove era presente una numerosa comunità ebraica - ha offerto al Terzo Reich “l’opportunità” di avviare su scala europea la soluzione finale che venne estesa anche all’Italia - che da parte sua nel 1938 aveva adottato le odiose leggi razziali – allorquando. dopo l’8 settembre 1943, le truppe tedesche occuparono più della metà del territorio nazionale (da Roma in su) e favorirono la nascita della Repubblica Sociale di Salò.
Il Processo di Norimberga (1946) che ha condannato gli esponenti più in vista del Terzo Reich ancora viventi e i processi che si sono celebrati nei diversi paesi europei che hanno subito la violenza nazifascista hanno, soltanto in parte, reso giustizia alle vittime. In parte perché a Norimberga tra gli stessi vincitori sedevano alcuni carnefici della prima ora (vedi le Fosse di Katyn dove furono frettolosamente sepolti i militari polacchi uccisi dai Sovietici) e poi perché la divisione del mondo in due blocchi politici e militari contrapposti indusse a chiudere – vedi gli incompiuti processi di denazificazione e defascistizzazione – rapidamente non pochi capitoli della guerra appena conclusasi.
Resta comunque in noi – prosegue Iorfida – a settanta anni e più da quegli eventi un grande senso di sbigottimento perché nonostante gli atti generosi di singoli e comunità (il salvataggio degli Ebrei danesi e bulgari), la gran parte dei cittadini della pur civile Europa ha fatto finta di non vedere e una restante parte, all’Est come all’Ovest, ha collaborato attivamente con i nazisti a cercare, scovare e rastrellare gli Ebrei per affidarli ai carnefici. In occasione di una prossima mostra filatelica- prosegue Iorfida - sarà affrontato il tema della presenza ebraica nell’Europa di ieri e di oggi a dimostrazione che la vita, la cultura, la religione, la lingua e le tradizioni di un popolo sono sempre più forti di qualsiasi tentativo, per quanto scientificamente pianificato, di distruzione.

Il secondo incontro, organizzato congiuntamente con l’Associazione Amici del Museo, si terrà sabato 28 gennaio alle ore 17,30 presso la Sala San Giorgio al Corso e avrà per tema "La comunità ebraica di Reggio: una splendida realtà finita il 15 luglio 1511” (relatore il Prof. Franco Arillotta introdotto dal Prof. Pino Papasergio del Comitato Indirizzo di Anassilaos).

Angelo De Fiore, il calabrese Giusto delle Nazioni

Foto da CosenzApp
Un ricordo di Angelo De Fiore, il calabrese Giusto delle Nazioni
Grazie a Tonino Fiorentini per le fotografie del monumento a De Fiore che si trova a Rota Greca (CS), suo (e loro) paese natale

Dal sito della Polizia di Stato
Angelo De Fiore nacque a Rota Greca (Cosenza) il 19 luglio del 1895. Dopo il matrimonio si trasferì a Roma, dove vinse il concorso per Funzionario di Pubblica Sicurezza. Negli anni tragici e difficili dell’occupazione nazista, prestò servizio, presso la questura di Roma, quale dirigente dell’Ufficio stranieri e, attendendo a questo incarico, salvò centinaia di vite umane. Testimonianze di questo suo operato si rinvengono sul libro “Il ghetto sul Tevere” dove si legge: “quel De Fiore si dimostrò un campione di solerzia nel mettere a disposizione degli instancabili investigatori tedeschi i suoi schedari, quelli che decideva lui, facendone sparire molti altri, quelli che per la Gestapo non dovevano esistere”.
Altre testimonianze atte ad evidenziare l’opera di Angelo De Fiore, si ricavano dai ricordi del figlio Gaspare e della figlia Enza. Il figlio Gaspare racconta che, allora diciannovenne, si trovava a Roma in piazza Mattei, in attesa del padre. Quando questi sopraggiunge, Gaspare sta per andargli incontro, ma è sorpassato da un uomo che correndo ed urlando qualcosa in ebraico si getta ai piedi del padre abbracciandolo alle ginocchia. Dai negozi, dai magazzini, dai portoni escono numerose persone, quasi tutte donne vestite a lutto, che si fanno attorno. Parlano a voce alta, concitati.
Uno di loro dice in italiano: “È tornato il nostro Angelo Salvatore”. Ed un altro: “Gli devo la vita, gli devo la vita”. Un altro ancora, un giovane, racconta a tutti: “Ero stato preso in una retata e portato alla pensione Jaccarino di via Tasso, avevo nome e documenti falsi, ma i tedeschi insistevano. Volevano che dicessi di essere ebreo, che qualcuno aveva fattola spia, mi interrogavano, mi davano botte. Poi entra lui, mi dà uno schiaffo e mi grida: “Ti hanno preso eh? Cos’hai rubato stavolta? Lo conosco bene questo qua, un ladruncolo da poco. Mandatemelo in Questura. I tedeschi mi fecero uscire a calci”.
La figlia Enza ricorda che, finita la guerra, si recò in un negozio dietro largo Chigi, al fine di acquistare un paio di guanti di pelle. Alla cassa, chiese quanto doveva pagare e la risposta fu: “Niente signorina De Fiore”. “ Come niente? E come sa il mio nome? “ esclamò sorpresa la signorina Enza. “Lei non mi conosce“ rispose la signora che stava alla cassa, “ma io sono venuta tante volte a casa vostra per ringraziare suo padre. Diciamo così, questo regalo è pelle contro pelle “. Enza De Fiore quei guanti li ha conservati per tutta la vita.
Angelo De Fiore fu questore di Forlì ( dal 7 settembre 1953 al 15 aprile 1955), Pisa (dal 16 aprile 1955 al 31 gennaio 1956) e La Spezia (dal 12 agosto 1957 al 9 gennaio 1960). Morì a Roma, il 18 febbraio del 1969.
Per il coraggio ed i sentimenti mostrati, nel 1954 fu insignito della “Legion d’Onore” della Repubblica Francese. Già nel marzo del 1955, l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane così gli 2 scriveva in una lettera: “La ringraziamo perché col suo fermo atteggiamento riuscì a salvare centinaia di ebrei, interpretando le inique disposizioni razziali con nobile ed umana sensibilità, collaborando con le organizzazioni ebraiche, noncurante delle conseguenze che tale atteggiamento addensava sulla sua posizione e sulla sua stessa vita”.
Nel 1966 il suo nome è stato inserito, al pari di quello di Perlasca e Palatucci, tra i “Giusti d’Israele” ed è scolpito sulla stele della Collina dell’Olocausto in Gerusalemme. Il 2 maggio del 2004, il comune di Rota Greca ha dedicato un monumento al suo illustre cittadino.

Il viaggio del Pentcho: Roma 1° febbraio

Presentazione del libro di Enrico Tromba, Stefano Nicola Sinicropi e Antonio Sorrenti, 2016.

Il libro racconta la storia di 500 ebrei che, in fuga dalla barbarie nazista, cercano di raggiungere la Palestina e la definitiva salvezza a bordo di un improbabile battello, il Pentcho. Questo viaggio della speranza si arenò su un isolotto dell’Egeo. Furono tratti in salvo da una nave della Marina Italiana e successivamente condotti all’internamento nell’isola di Rodi. Dopo oltre un anno vennero inviati nel campo di Ferramonti, in Calabria, dove la maggior parte di loro riuscì a salvarsi dai rastrellamenti nazisti. Alla presentazione intervengono: il direttore del Museo della Shoah di Roma e Consulente scientifico della Fondazione Museo della Shoah, Marcello Pezzetti; il dott. Mestan, direttore del Museo della Cultura Ebraica di Bratislava; Stanislava Šikulová, Consulente del Museo della Cultura Ebraica del Museo Nazionale Slovacco di Bratislava; il Capitano di Vascello Giosuè Allegrini, Direttore dell’Ufficio Storico della Marina Militare; Elvira Frenkel e Jacob Klein, testimoni della vicenda. Saranno presenti gli autori.

A cura del Centro di cultura ebraica della Comunità ebraica di Roma in collaborazione con Marina militare, Ambasciata della Repubblica Slovacca in Italia, Istituto Slovacco a Roma, Fondazione Museo della Shoah, Libreria Kiryat Sefer
Roma, 1° febbraio 2017, Fondazione Museo della Shoah, Casina dei Vallati, Via del Portico d'Ottavia, 29
Saluti di: Mario Venezia, Presidente della Fondazione Museo della Shoah; S.E. Ján Šoth, Ambasciatore della Repubblica Slovacca in Italia; Ruth Dureghello, Presidente della Comunità ebraica di Roma.

Il 27 gennaio 2016, la troupe di "Sorgente di Vita" è venuta nel Campo di Ferramonti di Tarsia dove ha registrato una intervista a Dina Smadar e Eva Porcilan, discendenti dei profughi del Pentcho. Un bel servizio dove viene ricostruita l'incredibile vicenda di un barcone carico di Ebrei in fuga da Bratislava alla Palestina, dove arrivarono dopo la reclusione a Ferramonti

Dal sito di Anna Pizzuti 
ODISSEA DEL PENTCHO
Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea - Milano
Fondo Israel Kalk - "Der Pentho Trasport" di Enrico Wisla: ricordi di un passeggero di questa nave che con 520 ebrei tentò nel 1941 di raggiungere da Bratislava la Palestina attraverso il Danubio, il Mar Nero e il Mediterraneo, e che naufragò nell'Egeo. I naufraghi furono salvati dalla marina militare e internati in un primo periodo a Rodi poi trasferiti a Ferramonti-Tarsia.
Il 16 maggio 1940 la nave "Pentcho""con a bordo 520 emigranti ha lasciato il porto sul Danubio Bratislava diretta verso la Palestina. Era uno spettacolo che faceva rizzare i capelli: su un vecchio rimorchiatore danubiano, che forse serviva una volta per il trasporto di bestiame o di grano e che per l'imminente viaggio avventuroso era provvisto di alcuni tavolati ed impalcature addizionali in legno, si pigiavano emigranti disperati dalla Slovacchia, dalla Boemia, dalla Germania, dall'Austria, dall'Ungheria, dalla Polonia, ecc.
C'erano, tra di loro, circa 200 giovani idealisti e poi 200 persone adulte (coppie di sposi e persone sole) che non temevano privazioni di sorta, pur di poter rivedere i loro figli in Palestina. Si trovavano, inoltre, sulla nave, cento uomini già detenuti in vari campi di concentramento tedeschi e rilasciati alla condizione di abbandonare immediatamente la Germania. Il delitto peggiore degli organizzatori del viaggio era quello di portare con sé circa 30 bambini.  
La direzione del trasporto illegale era nelle mani della Nuova Organizzazione Sionista Mondiale che - nell'intento di compiere gesta revisioniste - promosse un trasporto illegale verso la Palestina e ha raccolto una somma notevole in valuta estera. Il prezzo di partecipazione era in media circa 100 dollari USA a testa, che dovevano essere depositati in una banca svizzera.
L'impresa era veramente avventurosa, poiché gli organizzatori del trasporto non disponevano di denaro.  
Il "Pentcho" era riuscito, tuttavia, dondolandosi, a scendere lungo il Danubio ed a raggiungere Budapest e Belgrado facendosi dare dalle rispettive comunità israelitiche danaro e viveri. Proseguendo il viaggio la nave ha raggiunto la cosiddetta "Porta di ferro" dove ha dovuto sostare nella cocente stagione estiva ben sette settimane, non avendo la commissione internazionale del Danubio ritenuto il "Pentcho" sufficientemente navigabile per attraversare le rapide del posto.  
Soltanto nell'agosto 1940 il governo Jugoslavo ha inviato in loco un vaporetto rimorchiatore che ha scortato il "Pentcho" col suo carico umano, pigiato in modo da formare una massa compatta, attraverso la "Porta di ferro" raggiungendo il territorio bulgaro.
La proposta dell'autorità jugoslava di far ritornare la nave a Bratislava o di far internare i passeggeri in Jugoslavia era stata, dalla direzione del "Pentcho", semplicemente respinta. Ed ora comincia la vera odissea del doloroso viaggio.
Durante tutto il mese di Agosto e la prima metà di settembre il "Pentcho" dondolava privo di soccorsi tra la Bulgaria e la Romania. Nessuno voleva venire in aiuto alla povera gente. Battelli-pattuglie della polizia ingiungevano alla nave insistentemente di proseguire il viaggio. Le scorte di viveri stavano per finire. Una volta gli organizzatori del viaggio erano riusciti ad indurre un ricco ebreo bulgaro, domiciliato in una piccola città danubiana, di offrire loro in dono alcuni sacchi di pane ed altri viveri. Ma la nave doveva subito proseguire il suo viaggio. In un altro posto bulgaro una commissione militare mista è salita a bordo del "Pentco" e camminando, si può dire, sopra i passeggeri che giacevano esauriti sul pavimento, ha provveduto al sequestro della bandiera bulgara issata sulla nave senza averne il diritto. E così il disgraziato battello era costretto a continuare il suo viaggio giù sul Danubio senza bandiera, cioè come una nave pirata. Ben resto anche l'olio combustibile, che azionava il motore, è finito e la nave è rimasta immobile presso uno dei tanti isolotti inabitati del fiume. In preda ad un caldo cocente ed alla fame si è impossessato dei passeggeri il primo sentimento di panico. Ed infine si è avvicinato al "Pentcho" un motoscafo provvisto di una minacciosa mitragliatrice.

Il governo rumeno ha scortato il "Pentcho" fino al vicino porto Giurgiu dove la nave, trainata da un rimorchiatore è giunta dopo due giorni. Ed ora cominciano cinque settimane terribili. In Romania era scopiata la rivoluzione e le truppe russe erano penetrate nella Bessarabia. Nessuno si preoccupava più dei 520 poveri passeggeri del "Pentcho" che ormai erano da settimane in preda alla fame. I responsabili del "Pentcho" hanno allora preso la disperata decisione di issare la bandiera del bisogno e della fame. Sull'albero di trinchetto veniva issato un drappo bianco di lino con sopra disegnata una grande croce rossa e ciò per annunciare al mondo e più particolarmente agli abitanti della piccola borgata Rustchuk che i 520 ebrei a bordo del "Pentcho" patiscono la fame. Grazie all'intermediazione del vescovo bulgaro, il comitato ebraico di assistenza ha inviato una barca piena di viveri. Al principio di settembre, allorquando alcuni coraggiosi giovani erano saltati nel Danubio allo scopo di raggiungere la vicina costa bulgara nonostante gli spari della guardia rumena (essi sono stati tuttavia catturati e riportati) ordini della superiore autorità imposero ai profughi di provvedersi di olio combustibile, di alcuni sacchi e casse di viveri e botti di acqua e di proseguire il viaggio verso il Mar Nero, dove la nave è giunta il 15 settembre 1940.
Una terribile angoscia si impossessò della gente: questo battello, incapace persino di navigare lungo il fiume doveva ora affrontare il mare. Non si pensava più neppure ai pericoli della guerra, ma soltanto alla parola "Mare". Dopo aver effettuato alcune riparazioni alle ruote a paletta, la nave ha lasciato, il 21 settembre 1940 il porto sul Mar Nero Sulina ed ha preso la via del mare. E' stata una vera fortuna che, proprio in quei giorni, il famigerato Mar Nero era piuttosto calmo, sicchè il "Pentcho" ha potuto, dondolandosi continuamente, raggiungere Costanza, la costa bulgara e quella turca e, dopo due giorni, passare il Bosforo e raggiungere Istanbul. I 520 emigranti illegali potevano allora contemplare la bellezza di Costantinopoli unica nel suo genere. Ma anche i turchi non hanno avuto pietà dei passeggeri ed hanno ordinato alla nave di proseguire il suo viaggio, ciò che essa dovette fare, nonostante la sua riserva d'acqua potabile e la sua scorta di viveri stessero per terminare.

Foto da Il Napoletano - La leggenda del Pentcho
Nei due giorni successivi, allorquando il "Pentcho" attraverso il Mar di Marmara e i Dardanelli raggiunse il Mar Egeo, la fame e la sete erano già all'ordine del giorno. Poiché non si poteva seguire la progettata rotta lungo la costa turca a causa della mancanza di olio combustibile, si pensò, con gli ultimi rimasugli di questi, di puntare, attraversando l'arcipelago delle isole leggendarie greche - a ciò indotti dal tempo relativamente bello e senza vento. Essendo coinciso il nostro arrivo ad Atene con le festività ebraiche, i due giorni del Capodanno, la comunità israelitica locale ci offerse in dono il giorno 4 ottobre 1940 viveri ed acqua ed anche un po' di olio combustibile per consentirci di proseguire il nostro viaggio verso la Palestina. L'olio era, però, appena sufficiente per coprire la metà del percorso, visto il razionamento vigente già in Grecia, dove si attendeva da un momento all'altro lo scoppio della guerra.
Dopo tre giorni di navigazione eravamo di nuovo in alto mare e potevamo intravedere sull'orizzonte alcuni piccoli isolotti, all'improvviso il mare si fece burrascoso e ciò determinò il destino della nave.
Nei giorni 6,7,8,9 ottobre, dopo un breve viaggio nel mare in tempesta con onde alte come una montagna che sballotto lavano la nave come un giocattolo nelle insenature dei vari isolotti greci.
Ed era, verso il mezzogiorno del 9 ottobre, allorquando il forte vento si era un po' calmato e la nave poteva di nuovo seguire la rotta sud-est stabilita in principio, avvenne la disgrazia: un guasto al motore ha impedito al "Pentcho" qualsiasi manovra.
Si pensò allora di ricorrere alle vele, ottenute con la trasformazione di alcune lenzuola, ma la tempesta diventò sempre più forte. Poiché in lontananza si intravvedevano alcuni isolotti, si puntava verso questi. Il vento, però, diventò sempre più violento e poco dopo la mezzanotte del 10 ottobre il "Pentcho" urtò contro gli scogli dell'isolotto completamente disabitato Kamilonisi (50 Km a nord di Creta e circa 80 Km ad occidente del Dodecaneso italiano) e si fracassò.
Per fortuna si è riusciti a gettare sull'isolotto alcune travi e scale, sicchè abbiamo potuto, senza badare allo spumeggiare di grosse onde, passare dalla nave ormai fracassata all'isolotto, arrampicandoci sugli scogli e prendendo terra, ormai completamente esauriti.
All'alba del giorno seguente - nel frattempo è stato constatato che l'isolotto era di estensione assai ridotta, completamente disabitato e privo di qualsiasi vegetazione, e che nel giro dell'orizzonte non si scorgeva terraferma - hanno avuto inizio i lavori di sgombero del battello che veniva continuamente sbattuto contro gli scogli. Sacchi con viveri, botto con acqua potabile erano disponibili in quantità assai limitata. Però tutte le travi in legno venivano portate a terra ed hanno potuto essere utilizzate per la costruzione di capanne di emergenza per proteggersi dalle intemperie. Al secondo giorno della vita da Robinson - era proprio Jom Kippur la festa del perdono, cioè la più importante festività osservata scrupolosamente dagli ebrei ortodossi - è stata trovata in una fessura della roccia un po' d'acqua, scoperta alla quale i 520 naufraghi debbono la loro salvezza. Nella stessa notte il battello ""Pentcho"" si sfasciò completamente ed affondò. La vita da Robinson ha durato dieci lunghi giorni ed è impossibile descriverla in poche parole. I poveri emigranti soffrivano la fame ed erano in preda ad una mortale disperazione.
Finalmente è arrivata la salvezza: il giorno 20 ottobre era verso mezzogiorno, alcuni avieri italiani - era già in corso la guerra tra la Grecia e l'Italia - avvistarono il movimento e le segnalazioni di fumo sull'isola .
Nella stessa serata accorse una nave italiana ed imbarcò tutti quanti i naufraghi. Dopo un viaggio tempestoso sbarcammo, il 23 ottobre 1940 sull'isola di Rodi nel Dodecaneso italiano dell'Egeo. In un primo tempo fummo internati in un campo di tende, ma successivamente - 24 dicembre 1940 - fummo trasferiti nei locali della caserma San Giovanni.
Il trattamento da parte delle autorità italiane fu ottimo, ma alla nostra permanente fame esse non potevano rimediare, e ciò a causa della scarsa disponibilità di viveri e dell'aumento continuo dei prezzi. Come conseguenza delle gravi privazioni, otto emigranti sono morti e molti altri hanno contratto malattie difficilmente curabili. Uno dei problemi più gravi era quello del vestiario, poiché molti dei naufraghi non possiedono alcun indumento all'infuori di quelli che hanno addosso. Auguriamoci che si troverà una persona in grado di offrire ai sinistrati un aiuto efficace e già sin d'ora i 520 naufraghi - uomini , donne e 30 bambini, inviano ai soccorritori i più sentiti ringraziamenti.