Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti


24 gennaio, Reggio; Mostra 24 gennaio-12 febbraio: Giorno della memoria al MaRC

24-29 gennaio, Ferramonti di Tarsia: Celebrazione del giorno della memoria

24, 27 e 29 gennaio, Castrovillari; Mostra 24 gennaio - 2 febbraio; 28 gennaio, Morano: Per il giorno della memoria


25 gennaio, Vadue di Carolei (CS): "Vedere l'Altro, vedere la Shoah"

25-27 gennaio, Catanzaro Lido e varie località della provincia: Iniziative dell'Anpi provinciale


1° febbraio, Roma: Il viaggio del Pentcho

24.11.2016 - 10.3.2017, Napoli: Progetto Wajda

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giovedì 20 aprile 2017

Il quartiere ebraico di Ferrandina

Il quartiere ebraico di Ferrandina

Testo di Mario Eustazio
(al quale esprimo la mia gratitudine, chiedendogli scusa per il ritardo con il quale pubblico queste sue informazioni)

Quella che oggi si chiama Via Cesare Beccaria, meglio conosciuta come strada dell’orologio, un tempo era il quartiere ebraico ( strada della Judea) della città di Ferrandina. Il quartiere ebraico si trovava in una zona centrale vicina alla piazza del Largo che era il cuore della vita della città. La collocazione della Judea dava agli ebrei la possibilità di essere sempre presenti nella dinamica della vita economica di Ferrandina.
La storia degli ebrei di Ferrandina si lega alla storia della presenza ebraica in Basilicata. Questa storia può essere divisa in due periodi: il primo è quello che parte dal II secolo dopo Cristo fino ad arrivare agli Angioini, il secondo inizia con il periodo aragonese per finire con l’inizio del Viceregno spagnolo. Sul primo periodo, a differenza di comuni come Melfi e Venosa, non ci sono notizie importanti che riguardano la comunità ebraica di Ferrandina. Ci sono soltanto alcune testimonianze che riguardano l’ultimo periodo angioino. Quello che possiamo dire di questo periodo è che, come in tutto il Sud dell’Italia, la vita della comunità ebraiche sotto gli Angioini non fu semplice, per via di numerose repressioni e discriminazioni.
Con l’arrivo degli Aragonesi, il Regno di Napoli, in controtendenza con gli altri regni europei, divenne più tollerante nei confronti della popolazione ebraica. Il Sud Italia divenne un posto sicuro per i molti ebrei fuggiti da Germania, Francia, Portogallo.
Dal 1492 la Basilicata ospitò molte comunità ebraiche, come stava avvenendo anche con le comunità albanesi. In quasi tutti i centri abitati della Basilicata si crearono le Giudecche (quartiere abitato dagli ebrei). La maggior parte delle fonti dove si può studiare l’aspetto demografico della presenza ebraica a Ferrandina e in tutta la Basilicata si trovano nel fondo delle “Partium” (sono dei registri contabili), quasi tutti questi dati riguardano aspetti economici, liti per restituzioni di prestiti, ricorsi per la restituzione di tasse non dovute, controversie per le quote di contributi da versare.
Le attività economiche e sociali degli ebrei di Ferrandina riguardavano prevalentemente il commercio, l’artigianato e l’esercizio della medicina. Molti ebrei nel Sud Italia praticavano l’esercizio della medica, Re Ferrante I aveva assunto come suo medico personale e di famiglia il maestro ebreo Abraham de Balmes. Queste attività produttive vennero inserite nei registri delle tasse. Nel 1458, gli ebrei di Ferrandina e di tutta la Basilicata furono chiamati a partecipare ad una colletta per l’incoronazione di Ferrante I. Gli ebrei lucani parteciparono ad altre collette, come quella del 1480 per provvedere alle spese militari nella guerra d’Otranto contro i Turchi. Questo accanimento fiscale nei confronti degli ebrei ferrandinesi suscitò molte lamentele nella comunità ebraica locale. Proprio per via di queste lamentele, nel 1492 Ferrante I esentò gli ebrei dal pagamento di diverse tasse, tutto questo venne fatto anche per favorire l’integrazione degli ebrei nel Regno di Napoli, quindi in questo periodo fu favorito l’aumento della presenza ebraica a Ferrandina.
Federico d’Aragona, nel 1491 fece avviare dei lavori per la costruzione delle mura della città e l’ampliamento delle chiesa matrice, questo fu possibile anche grazie al contributo economico della comunità ebraica ferrandinese. Il contributo maggiore che diede la comunità ebraica di Ferrandina fu quello della costruzione delle case. Gli abitanti dei casali di Uggiano, invogliati e in molti casi costretti a lasciare le loro dimore, per favorire la crescita della città di Ferrandina, avevano bisogno dell’aiuto e della competenza degli ebrei.
Per tutte queste ragioni, gli ebrei di Ferrandina nel periodo aragonese aumentarono la loro influenza nella cittadina. Gli unici dati demografici certi che abbiamo sulla presenza ebraica della città sono del 1510, dove risulta che la comunità ebraica di Ferrandina era formata da sette nuclei familiari.
I rapporti tra comunità ebraica e la restante parte della popolazione ferrandinese erano molto pacifici. Infatti, mentre nel XV molte giudecche del Regno di Napoli scomparivano, per via di molte tensioni con gli ebrei, quelli di Ferrandina non subirono ripercussioni, questo perché godevano della protezione di Federico d’Aragona, che, in qualità di signore di Uggiano, aveva favorito il loro insediamento. Quando divenne Re di Napoli, tra le comunità ebraiche del regno si era riaccesa una speranza, ma con la fine di Federico d’Aragona e la caduta del Regno di Napoli (1505) seguita dall’avvento del Viceregno spagnolo, si determinò la fine della presenza ebraica al Sud Italia. Nel XVI secolo ci fu l’espulsione degli ebrei nel Regno di Napoli. Tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti dalle varie comunità locali, ma la loro presenza non era molto gradita a Carlo V, che nel 1541 emanò un nuovo bando che costrinse a tutti gli ebrei di uscire da regno entrò il 22 settembre di quell’anno.

Molte famiglie ebraiche di Ferrandina, che si erano convertite al cristianesimo, chiesero di poter restare nel Regno. Alcune famiglie di origini ebraica si stabilirono stabilmente nella città, a confermare questo è la presenza di cognomi di ebraica tra le famiglie ferrandinesi. Con la cacciata degli ebrei dal Sud Italia, terminò la presenza anche a Ferrandina di una minoranza che portò molti vantaggi alla città, dal punto di vista economico e culturale.

Informazioni sulla zona intorno a Ferrandina, tratte dal sito Italia Judaica.

Ferrandina, insieme a  Matera, il capoluogo, e Miglionico è uno dei centri del Materano ebraico (alla Basilicata ebraica ho accennato in un precedente post, Ebrei in Basilicata: generalità) gravitanti verso la Puglia;  un singolo ebreo è attestato anche a Montescaglioso (vedi di seguito Matera, nota [8]).

Posta nella bassa Valle del Basento, sulla sommità di un colle argilloso, è l’erede della greca Troilia, divenuta un importante centro romano e bizantino. Il nome di Troilia fu poi cambiato da Federico d’Aragona, che volle intitolarla al padre (Ferrante/Fernando), mentre ad attribuirle in titolo di civitas fu Ferdinando il Cattolico. Nel frattempo, però, l’insediamento antropico si era spostato nel XV secolo dal sito di Uggiano (l’antica acropoli di Troilia, Obelanon) alla posizione attuale.
Nel 1510 la popolazione era tassata per 409 fuochi cristiani e 7 ebraici e i contributi fiscali dei secondi dovevano essere riscossi separatamente da quelli dei primi[1].
La presenza ebraica ha lasciato traccia di sé per alcuni secoli nel toponimo “Giudea”. Dalla platea della chiesa matrice del 1680 sappiamo che la strada della Giudea, seu dell’orologio si trovava nella contrada della Piazza, centro delle attività artigianali e commerciali cittadine[2].

Bibliografia
Palestina, Carlo, Ferrandina, 5 voll., Venosa 1994.

Note
[1] Palestina, C., Ferrandina, IV, p. 36, doc. 12.
[2] Ibid., II, p. 88.

La presenza a Matera di tre iscrizioni ebraiche del IX secolo e.v. aveva fatto pensare che esse documentassero l'esistenza in quel tempo di una comunità ebraica nella città[1]. Uno studio più accurato delle lapidi ha ora mostrato che esse appartengono a Venosa, da dove furono trasportate a Matera negli ultimi decenni del '700[2].
Nei primi decenni del sec. XIV dimoravano in Matera alcuni cristiani novelli, probabilmente originari di Taranto. Il 25 aprile 1328 Nicola di Pietro, detto Bacchus, neofito abitante in Matera, contrasse matrimonio in Altamura, con Rosanova, anch'ella neofita, e gli fu promessa dalla madre e dal fratello della sposa la dote formata dal tradizionale corredo e da due once di denaro. Egli si obbligò alla restituzione del denaro nel caso uno dei due coniugi morisse prima che il matrimonio fosse consumato. Fideiussori furono il neofita Profeta, abitante anch'egli in Matera, e alcuni neofiti di Altamura. Nell'atto si dice che il negozio fu fatto  secondo l'uso e la consuetudine della città di Taranto[3].
Nel 1448 "Simone ebreo, Tristano e soci di Matera" furono condannati a una sanzione pecuniaria per pascolo abusivo di bovini nel territorio di Colonnella e di altre località dell'Abruzzo settentrionale[4].
Nella seconda metà del XV secolo è attesta a Matera una comunità ebraica, i cui membri erano attivi nel commercio del grano, la cui produzione caratterizza ancora oggi l'agro materano. Figura di spicco era  mastro David da Tricarico,  il quale nel 1482 acquistò per due once da Angelo di Leone di Cassano una fossa granaria sita in Matera, nel luogo detto "lo Lombardo", nei pressi della chiesa di San Lorenzo[5]. Contro le pretese della comunità di Lecce, egli ottenne nel 1483 di pagare i suoi contributi fiscali in Matera, dove abitava. Nel 1487 con i suoi figli era in lite per questioni di denaro e altro con gli ebrei baresi Leonetto Zizo, la moglie di questi e il loro nipote Garzone. Nel 1491, dopo il suo decesso, fu il figlio Azaria che, insieme con i fratelli, si oppose alla comunità di Lecce che aveva rinnovato le pretese di averli tra i suoi membri e contribuenti[6].
Un controversia sorse nel 1493 tra la comunità e le autorità locali e privati cittadini, che volevano modificare il regime con cui  si reggevano gli ebrei e che era regolato dai privilegi concessi dal re. La Camera della Sommaria accolse il suo ricorso e ordinò alle autorità di non innovare nulla e di osservare alla lettera il contenuto dei privilegi. L'anno seguente la Sonmmaria intervenne a favore di Samuele de Leone di Lecce, dal quale l'università pretendeva la consegna di 12 carri di grano[7].
Queste controversie non incrinarono i rapporti sostanzialmente buoni che correvano tra giudei e materani, come si vide quando giunsero a Matera i soldati di Carlo VIII di Francia venuto alla conquista del regno di Napoli. Un Troiano Pappacoda ed un francese s'impadronirono di 25 carri di grano appartenenti a giudei locali e ad altri, e ciò solleticò i soldati francesi e gli stessi commissari del nuovo sovrano a saccheggiare ed espellere tutti gli ebrei della città. Ma il consiglio cittadino si affrettò a denunciare al nuovo re sia il furto che la prava intenzione, affermando che se questa si fosse realizzata, sarebbe tornata a grave danno e pregiudizio dell'intera cittadinanza. Carlo VIII accolse la denuncia e in data 28 marzo 1495  comandò al suo luogotenente Gabriele de Albret di far restituire il grano, o il suo giusto prezzo, e di garantire agli ebrei che abitavano nella città e nel suo distretto sicurezza  nei confronti di chiunque avesse osato molestarli[8].
La Numerazione ostiaria eseguita nel 1732 in vista del catasto tramanda il toponimo Il Ghetto del Seminario, localizzabile fra lo stradone del Seminario e san Nicola la Cupa, presso l’attuale via Bozzi[9]. Ma sia l’origine che il significato del toponimo sono andati perduti.
(Un ebreo di Matera è citato anche a Nola)

[1] Volpe, Esposizione di talune iscrizioni, pp. 3-5. 29-33; Ascoli, Iscrizioni inedite o mal note, pp. 79-81, nn. 34-36.
[2] Colafemmina, Tre iscrizioni inedite altomedievali a Matera, pp. 103-116.
[3] Pupillo, Un matrimonio tra neofiti ad Altamura, pp. 17-22. Ancora nel 1511 c'era in questa città un cristiano novello chiamato Baccho de Baccho. Cfr. Colafemmina, Documenti per la storia degli ebrei in Puglia, p. 265, doc. 288.
[4] Berardi, Per la storia della presenza ebraica, pp,279-280.
[5] Pedio, Le pergamene di Matera, p. 389, n. 307.
[6] Colafemmina, Documenti per la storia degli ebrei in Puglia, pp. 45-46, doc. 21; p. 62, doc. 40; p. 83, doc. 67.
[7] Ib. , pp. 117-118, doc. 113; pp. 171-172, doc. 181.
[8] Volpe, Esposizione di talune iscrizioni, pp. 17-20. Nel 1509 la popolazione della vicina Montescaglioso constava di 338 fuochi ordinari e di 38 fuochi di albanesi e di slavi. Tra questi era annoverato un  Radonza iudio: ASNa, Licterarum deductionum foculariorum 1, c. 31r-v.
[9] Cfr. R. Giura Longo e altri, in  Il Centro Storico di Matera, Matera  1973,pp. 12-13.

Il 15 marzo 1446  la Camera della Sommaria ordinò alle autorità di Principato Citra e di Basilicata di assistere Iacobo Serrano nel recuperare nelle due province i residui fiscali dovuti dai giudei e dalle concubine del clero. I residui fiscali dei giudei di Miglionico ammontavano a 15 tarì[1]. Anche nel 1459, in occasione della colletta imposta per l’incoronazione di Ferrante I d’Aragona (1458) e per la conferma di alcuni privilegi, i giudei di Miglionico erano un po’ in ritardo nel completare il versamento della loro quota[2]. Furono invece puntuali nel 1475 per il donativo disposto dagli ebrei per il matrimonio di Beatrice d’Aragona, figlia di Ferrante I, col re d’Ungheria. In questa occasione la comunità  versò, insieme con quelle di Tricarico, Senise, Montemurro e Tursi, 103 ducati, 2 tarì e 10 grana.[3]
Per l’età aragonese, degli ebrei di Miglionico sono noti il provenzale Gaudio de Elia, acquirente di panni a Bitonto nel 1447[4], e mastro David, incaricato dal re, insieme con Sabatino di Cosenza e Spina di Lecce, di distribuire tra le comunità giudaiche il carico della tassa straordinaria di 5000 ducati imposta nel 1468[5].
Nel 1510 i fuochi ebrei a Miglionico erano tre, su 414 fuochi cittadini, e i loro titolari  si chiamavano Moyses Tabo, Salvator Habuit, Magister Gabriel. Nel 1511 essi lasciarono la località in forza dell’espulsione decretata da Ferdinando il Cattolico. In data 2 marzo 1512 la Camera della Sommaria ordinò al commissario provinciale di sgravare l’università del loro carico fiscale, dopo essersi bene accertato della loro partenza[6].

[1] Bari, Biblioteca Provinciale «De Gemmis», Carte Beltrani 5/4/119.
[2] Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia meridionale, p. 163.
[3] Colafemmina, Minoranze: gli Ebrei, pp. 74-76.
[4] Carabellese,  La Puglia nel secolo XV, I, p. 96.
[5] Colafemmina,  Documenti per la storia degli ebrei in Puglia, pp. 28-29, doc. 4; Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia meridionale, pp. 164-165.
[6] Colafemmina, Minoranze: gli Ebrei, p. 74.

mercoledì 8 marzo 2017

Purim 5777

Come qualcuno dice, il tema di tutte le feste ebraiche è uno: i nostri nemici ci vogliono sterminare, HaShem ci salva e noi festeggiamo mangiando e bevendo!
Questo è particolarmente vero per Purim, la festa che ricorda il mancato sterminio degli ebrei ad opera di Aman, il malvagio ministro del re di Persia, di cui parla il libro di Ester.
Dopo aver digiunato (elemento anche questo caratteristico di quasi tutte le feste), si mangia (in particolare le dolci “orecchie di Aman”), si beve (è d’obbligo ubriacarsi fino a non distinguere “Sia maledetto Aman” da “Sia benedetto Mardochai”, in realtà non è così, come potete leggere qui), ci si maschera (Purim è conosciuto anche come il carnevale degli ebrei) e si fa “balagan” (soprattutto i bambini, che in sinagoga strillano e agitano i tricchetracche ogni volta che nella lettura della Megillah di Ester si sente il nome di Aman).
Nonostante questi aspetti festosi e “folkloristici”, Purim è una festa di profonda spiritualità, da alcuni dei chachamim considerata addirittura superiore a Yom Kippur, come potete leggere qui.

SI RICORDA CHE QUEST'ANNO IL DIGIUNO DI ESTER
VIENE ANTICIPATO A GIOVEDÌ 9 MARZO
Il digiuno dura dall'alba al tramonto e comporta l'astensione da cibo e bevande, acqua compresa

Promemoria per Purim (da Morasha.it)
Il digiuno di Ester ha inizio all'alba e termina dieci minuti prima dell'uscita delle stelle.
Tutti gli adulti in buone condizioni fisiche hanno l'obbligo di fare il digiuno.
Il sabato precedente (l'11 marzo, quest’anno) è Shabbat zakhòr (il sabato del ricordo), così chiamato in quanto vi si legge il brano della Torà che richiede a ogni ebreo di ricordare ciò che fece il popolo di Amelek agli ebrei quando uscirono dall'Egitto. Si adempie a questa mitzvah del ricordo soltanto se si ascolta in pubblico la lettura del brano "Zakhòr" dal Sefer Torà.
Quattro sono le norme fondamentali che ognuno è tenuto ad osservare di Purim (sabato sera 11 marzo - domenica 12 marzo):
1) Leggere o ascoltare la lettura del libro di Ester dal rotolo (meghillah)
2) Fare donazione ai bisognosi: vanno fatti doni ad almeno due persone (matanot lavionim).
3) Inviare cibi ad amici, parenti ecc. Si adempie alla mitzwà inviando almeno due cibi (dolci, bevande ecc.) a una persona (mishloach manot).
4) Fare un pasto festivo.
A parte la lettura del libro di Ester che va fatta anche alla sera (sabato) le quattro norme suddette vanno fatte nel giorno di Purim (domenica prima del tramonto).
Nella preghiera delle 18 benedizioni ('amidà) e nella benedizione dopo il pasto (birkat-ha mazhon) si dice 'al ha-nissim (per i miracoli accaduti ai tempi di Mordechai e Ester).

I marrani, le feste ebraiche e il digiuno di Ester
Donatella di Cesare, filosofa (da Moked.it)
Non sorprende che i conversos, per i loro grandi sensi di colpa, la loro afflizione e la loro mestizia, scorgessero in Ester, la “segreta”, capace di rivelare al momento opportuno l’identità a cui era rimasta fedele, il simbolo, splendido e potente, della loro esecrabile condizione. Il più grande poeta marrano João Pinto Delgado ha scritto questi versi nel suo Poema della regina Ester: “lo splendore che sprigiona la sua bellezza rischiara la notte e oscura il giorno”. Sta qui forse il senso dell’esperienza marrana: la vita è giocata nella negatività della notte, mentre il giorno dell’esistenza, nella storia ebraica, affonda fino a scomparire.
Sappiamo che la storia di Estèr simula il nascondersi Divino – “… e Io continuerò a nascondere i Miei volti …”, hastér ’astìr (Deut 31, 18). Ma per l’ebraismo l’assenza è sempre traccia memore della presenza. Il marranesimo trovò invece il suo apogeo nella sola assenza (a cominciare dall’assenza senza gioia del digiuno). Forse per questo suo doloroso dibattersi nel buio quasi privo di tracce fu condannato alla sterilità fin quando i cripto-ebrei non riemersero finalmente alla luce fuori dalla loro Sefarad.

Dal blog Shavei Israel Italia una lezione di Rav Pierpaolo Pinchas Punturello

Il rituale e le preghiere di Purim hanno al loro centro un grande assente: l’Hallel, il gruppo di Salmi che durante le festività ed i capi mese vengono recitati durante le preghiere del mattino.
Quello che invece caratterizza il nucleo centrale delle preghiere di Purim, l’amidà, la preghiera delle diciotto benedizioni, è il testo di Al HaNissim che ci ricorda i miracoli e la salvezza avvenuta a Purim, l’eroismo di Mordechai e di Ester, gli eventi che si capovolsero e la presenza decisiva di Dio accanto al popolo ebraico. Sembra quindi paradossale che in uno dei giorni più gioiosi del calendario ebraico, proprio i salmi gioiosi sono assenti, non ricordati e non permessi. L’Halachà, nelle parole di rav David Yosef, nella raccolta Halachica Otzerot Yosef, offre una serie di spunti per comprendere il perché di questa assenza nel rito. La prima ragione sta nel fatto che la lettura della Meghilat Ester, il libro di Ester, copre, per così dire, lo “spazio” della Meghillà. Un secondo motivo è che dopo l’uscita dall’Egitto, dal momento che il popolo ebraico è entrato in terra di Israele, non si recita più l’Hallel per eventi miracolosi avvenuti in Diaspora. L’ultimo motivo, quello forse più problematico e duro da comprendere, è che non si recita l’Hallel a Purim perché in quei giorni siamo stati salvati da un decreto di morte, ma non siamo stati redenti e non abbiamo raggiunto una vera libertà e quindi, la frase dei salmi: “Lodatelo servi dell’Eterno” non ha un senso compiuto perché siamo rimasti servi, o se vogliamo sudditi, del re non ebreo Assuero. In altre parole la nostra realtà politica non è cambiata, mentre è cambiata solo la situazione sociale e la nostra sicurezza immediata come sudditi graditi al re. In realtà la stessa Halachà e lo stesso rav David Yosef ci insegna che nel malaugurato caso in cui una persona non ha con se una meghillà valida per la lettura e non ne può ascoltare la lettura da qualcun altro, deve recitare l’Hallel completo, ma senza alcuna benedizione di accompagnamento.
Le opzioni ed i motivi che non permettono la lettura dell’Hallel di Purim sono il frutto di una discussione talmudica contenuta nel trattato di Meghillà alla pagina 14 a. E’ lì che il Talmud sottolinea che il vero senso dell’assenza dell’Hallel a Purim sta nel rapporto tra la libertà, vera, e sudditanza degli ebrei rimasti tali sotto Assuero. Infatti la questione del miracolo fuori da Israele non è così rilevante visto che anche per gli eventi di Pesach, gli ebrei hanno recitato l’Hallel nel passaggio tra Egitto ed Israele in uno spazio geografico che non era ancora incluso nella terra di Israele. Questo ci insegna che la recitazione dell’Hallel non è legata ai luoghi, bensì alle sensazioni, ai sentimenti, all’essenza della nostra libertà come individui e come popolo. Il fatto che il Talmud e di conseguenza l’Halachà affermino con forza che la frase dei salmi: “Lodatelo servi dell’Eterno” stride con l’essere rimasti servi di Assuero, come detto, è qualcosa sulla quale dovremmo riflettere. La straordinarietà della festa di Purim non risiede tanto nella salvezza e nel miracolo “politico” che ha ci ha salvato dalla morte, bensì si nasconde nella modernità degli eventi di Purim. Gli ebrei di Persia siamo noi, noi ebrei che siamo nati dopo la distruzione del Bet HaMikdash, noi ebrei che viviamo da allora una dimensione di esilio sia fisica che spirituale che è sia politica che identitaria allo stesso tempo. Siamo in esilio perché non siamo completamente liberi, perché siamo dipendenti dal destino di una scelta di poteri, governi, leggi che sono al di là di noi, perché non abbiamo raggiunto un momento di vera emancipazione e siamo “servi” di culture e governi altri.
Purim, nella fisicità dei festeggiamenti che gli appartengono, nel vino che va bevuto ci ricorda questa nostra dimensione di libertà non completa, di completa dimensione spirituale che è ancora lontana dal nostro popolo e che dobbiamo imparare a raggiungere anche in assenza dello slancio dei salmi dell’Hallel, leggendo la storia di Ester e leggendo la nostra realtà di ebrei ancora non profondamente liberi, incastrati in un esilio che può essere una schiavitù o una grande occasione di vera emancipazione.


Su Torah.it
una bellissima guida a Purim
(con audio e video)


Su Chabad.org
una guida completa a Purim
(ricette comprese!)

mercoledì 8 febbraio 2017

Tu Bishvat 5777

 Riflessioni su Tu biShvat (15 del mese di Shevat), il Capodanno degli alberi, che quest'anno cade l'11 febbraio, Shabbat Shirah (lo Shabbat del Cantico, in cui si legge del passaggio del Mar Rosso).
La caratteristica di questa festa è il Seder che si celebra la sera, al suo inizio, quindi quest'anno la sera di venerdì 10 febbraio.
In questo Seder si mangiano svariati tipi di frutta (fino a 30!), tra cui almeno i più importanti, che sono i 7 frutti della terra d'Israele: grano, orzo, uva, fichi, melograni, olive e datteri.
Durante il Seder si bevono quattro calici di vino, in una varia mistura di vino bianco e rosso, cominciando da un calice di solo vino bianco e finendo con uno di solo vino rosso.
Quando, come quest'anno, Tu biShvat capita di Shabbat, il Seder segue il normale pasto di apertura dello Shabbat.


Dal sito della Comunità ebraica di Roma

Il 15 di Shevat è Rosh Hashanà Lailanot, capodanno degli alberi. La ricorrenza viene celebrata in vari modi: si mangiano frutti di varie specie, in particolare quelli per cui è lodata Erez Israel (uva, fichi, melograno, olive e datteri), si piantono alberi in Erez Israel; la sera si fa il Seder Tu Bishvat, nel corso del quale si mangiano frutti e si leggono brani secondo un ordine prestabilito. Tu Bishvat è un giorno feriale, ma per sottolineare il carattere speciale della giornata, ci si astiene dal dire Tachannun.
Seder Tu Bishvat - Si usano leggere brani tratti dalla Bibbia e dalla successiva letteratura ebraica (Mishnà, Midrash, Zohar). Si recita una speciale “preghiera per gli alberi perché diano dei buoni frutti” e si mangiano vari tipi di frutta, prodotti vegetali e dolci recitando prima le benedizioni specifiche.

Sul sito Torah.it
si può scaricare e stampare il seder di Tu biShvat
composto da rav Bahbout
  
Tu BiShvat 5777 - 11 Febbraio 2017
Il Capodanno degli alberi
Tu BiShevàt, il quindici del mese di Shevàt, è il "Capodanno degli Alberi". Il motivo fondamentale per cui si festeggia il capodanno degli alberi è che molte delle mitzvòt sono legate ad essi (e all'agricoltura in generale) e sono legate in qualche modo all'età degli alberi. È necessaria quindi una data di apertura e di chiusura dell' "anno degli alberi" per poterne definire l'età e quindi le norme halachiche in riguardo (così come esiste "l'anno scolastico, l'anno fiscale", ecc.).
A Tu Bishvàt si usa mangiare frutta, in particolar modo i frutti delle sette speci con le quali è stata benedetta la terra d'Israele. Questi sono il grano e l'orzo, l'uva, i fichi, le melagrane, le olive e i datteri. In questo giorno si riflette sul concetto “ki ha'adam etz hassadé” (Devarìm 20, 19), espressione che potrebbe essere tradotta con "l’uomo è come l’albero del campo" e sulle lezioni che possiamo trarne

La sua perfezione si vede tramite il suo frutto, nel beneficiare gli altri, e nell’aiutare a perpetuare la nostra grande eredità di nazione
Le mitzvòt che abbiamo prodotto ieri, la tzedakà che abbiamo dato, i tefillìn che abbiamo indossato, non ci esonerano dal ripeterle oggi
È davvero necessario chiamarlo "capodanno" allorchè non riguarda direttamente la specie umana
Mediante le Sue creazioni vegetali, Hashèm (il Sig-re) ci impartisce una grande lezione di umilità.
Le radici sono il simbolo della stabilità, della buona educazione e di carattere fermo. Il frutto rappresenta le sue azioni meritorie
Non basta che abbia studiato la Torà una volta o che abbia praticato le mitzvòt una volta: egli deve continuamente ricevere il nutrimento dalle sue radici
Sia l’anima divina che quella animale contengono delle vasti riserve di sentimento e profondità che possono rimanere per sempre celate se non stimolate a venire all’aperto
Che senso ha però consumare i frutti e dire l’apposita benedizione, nel giorno in cui la natura rifiorisce, su cibi che non sono ancora cresciuti e maturati?
La parola ebraica per natura, teva, può essere letta, secondo i caratteri ebraici, anche tovea, che vuol dire affogare
Tu BiShvat non è una festa comandata nella Torà scritta, come Pesach, Shavu’òt e Succòt, per esempio. E non è nemmeno indicata nella Legge Orale, a differenza di Chanukkà e di Purim
La fede è sepolta sotto terra, nascosta anche da noi stessi
Perché festeggiare gli alberi quando non crescono?
I servitori di Adriano furono sorpresi dagli onori che venivano dati a questo vecchio e povero ebreo
Con il permesso del sultano disperato, riuscirono a far inalare qualche goccia nella bocca del moribondo


 Tu biShvat, il “Capodanno degli alberi”
Una lezione di Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma.
Da NostreRadici (fonte: Torah.it)

Due spiegazioni preliminari
Spiegazione 1:
Ricordiamo che Hillel e i suoi discepoli dichiaravano Chamishá Assar Bi-Shevat un giorno semi-festivo e lo chiamano Rosh Hashaná La-Ilanot (Capodanno degli Álberi), perché in Israele era in questo giorno che terminavano le piogge annuali e quindi iniziava un nuovo ciclo di crescita degli alberi
Spiegazione 2
Anticamente, la "decima" dei frutti colti durante l'anno doveva essere portata come offerta al Tempio. Per effetto del suo calcolo, il 15° giorno del mese di Shevat veniva stabilito come inizio dell'anno fiscale. È da questo che deriva l'usanza della commemorazione del Tu (15) (*) B'shevat come "Il Capodanno degli alberi"
Nota della Redazione LnR
(*) Richiamiamo l'attenzione sulla costruzione ebraica del numero 15, ricavato secondo il valore numerico posseduto dalle lettere. Esso dovrebbe essere composto dalla lettera iod (valore numerico = 10) e dalla lettera he (valore numerico = 5) che, insieme:  rappresentano l'abbreviazione del Nome, così com'è indicato nel Tetragramma     ; è per questo che, per rispetto al Nome, il numero 15 viene composto da 9 + 6, e quindi teth e vav    (tu). La lettura, da destra verso sinistra.

I - L'origine di Tu Bishvat
Anche quest’anno, all’inizio dell’estate, dovremo, nostro malgrado, fare la nostra dichiarazione dei redditi. E lo faremo raccogliendo tutta la documentazione di quanto abbiamo guadagnato e speso nell’anno precedente, dal 1 gennaio al 31 dicembre. Ciò che sta prima e dopo queste date non conta. Conta solo l’anno fiscale, che comincia e finisce in momenti precisi.
Per quanto possa sembrare strano, la ricorrenza del Tu-bishvat, 15 del mese di Shevat, è strettamente legata al concetto di anno fiscale. Anche nell’antica società ebraica si pagavano le tasse, e questo certo non sorprende. Il calendario era diviso in cicli di sette anni, e in ogni anno bisognava prelevare una “decima” sul prodotto agricolo. La “prima decima” spettava ogni anno ai Leviti. Sul prodotto che rimaneva dopo il prelievo si applica una seconda decima; nel primo, secondo, quarto e quinto anno questa decima rimaneva al produttore, ma con l’obbligo di consumarla (direttamente o nel suo equivalente valore economico) a Gerusalemme; nel terzo e sesto anno veniva invece versata ai poveri. Si noti per inciso come l’entità di queste tasse fosse molto più modesta di quelle che ci impone uno stato moderno.
Era quindi importante stabilire a quale anno appartenesse un certo prodotto; se ad esempio era del secondo anno, rimaneva al produttore con l’obbligo di portarlo a Gerusalemme, se era dell’anno dopo doveva essere dato ai poveri. Ma come si faceva a valutare se un prodotto era di un certo anno? E ancora: la Torà proibisce di mangiare i frutti prodotti nei primi tre anni di vita di un albero (‘orlà): ma come si calcola l’età di un albero e di un frutto? È necessario stabilire delle date di inizio dell’anno, che sono strettamente legate al ciclo agricolo. Come capodanno per la frutta prodotta dall’albero viene considerato il momento d’inizio della formazione di gemme, dopo la pausa invernale. Ogni frutto che è nato (o che ha iniziato a maturare, secondo alcune opinioni) prima della data stabilita come capodanno, appartiene all’anno precedente, se è nato dopo è dell’anno in corso.
Nel clima della terra d’Israele il capodanno (fiscale) degli alberi è strettamente legato al momento in cui la maggior parte delle precipitazioni piovose (che avvengono quasi totalmente in autunno e in inverno) sono passate. La Mishnà (la prima del trattato di Rosh haShanà) indica quali sono i diversi capi d’anno del calendario ebraico e riferisce, a proposito degli alberi, una divergenza tra la scuola di Shammai e quella di Hillel; i primi fissano il capodanno al 1 di Shevat, i secondi al 15. La regola, come sappiamo , segue l’opinione di Hillel, quindi si inizia il 15. Ma se si tratta di una data legata al flusso delle piogge, è difficile capire i motivi del dissenso tra le due scuole. Uno studio recente, basato sui dati attuali di piovosità - che si presume non si discostino molto da quelli di duemila anni fa -, spiega che in Eretz Israel esistono fasce climatiche molto differenti; in tutta la pianura costiera le piogge maggiori terminano alla data fissata da Shammai, mentre nelle colline della Giudea e a Gerusalemme in particolare la data è spostata avanti di 15 giorni. Questo significa in pratica che noi fissiamo il calendario fiscale degli alberi in base al clima di Gerusalemme.
Quando si parla di tasse e ancora di più quando si pagano non si è molto allegri e in linea di principio non si capisce perché, dopo tutto, Tu-bishvat sia diventata una piccola festa. Per questo ci sono diverse spiegazioni. Intanto le tasse non si pagano a Tu-bishvat, ma a raccolto avvenuto; quando si celebra un capodanno, quale che sia, si sta in allegria e non si pensa che è l’inizio e la fine di un anno fiscale, piuttosto ci si augura che il raccolto o il guadagno dell’anno che inizia sia migliore di quello dell’anno precedente.
A parte questo, la storia della celebrazione del Tu-bishvat mostra una certa evoluzione e indica che c’è voluto molto tempo prima che si creassero modi speciali di ricordare e festeggiare questo giorno. Come festa minore è sempre stato un giorno in cui il lavoro è permesso, ma sono proibite alcune manifestazioni di tristezza, come le orazioni funebri o la lettura del tachannun. Ma c’è voluto molto tempo per arrivare a forme di celebrazione attiva, e in questo è stato determinante il contributo dei cabalisti di Safed, nel XVI secolo. L’uso più semplice e antico, probabilmente risalente all’alto medioevo, e ormai diffuso in tutto il mondo, è quello di mangiare in questo giorno frutta di tipi diversi, in particolare i prodotti dell’albero per cui nella Torà è celebrata la Terra d’Israele: uva, fichi, melograni, olive, datteri; oltre a questi altri frutti menzionati nella Bibbia, come mandorle, pistacchi, noci, tappuchim (che nella Bibbia non sono le mele, come si ritiene comunemente e come oggi si indica nell’ebraico moderno, ma sono agrumi), e poi ogni altro tipo di frutto dell’albero.
Un rito vero e proprio, risalente almeno agli inizi del XVIII secolo è documentato per la prima volta nell’opera cabalistica Chemdat Yamim, e consiste in una specie di Seder (o Tikkùn) in cui si alterna il consumo di frutta diversa, in un ordine speciale, e di vino (bianco e rosso), alla lettura e al commento di brani biblici, rabbinici e della letteratura mistica. Questo rito, da tempo dimenticato in Italia, è stato reintrodotto di recente da Rav Shalom Bahbout che ha anche curato la stampa del testo con traduzione italiana e commenti: ne sono uscite già due edizioni, la prima nel 5746 (1986): Seder Tu Bishvat per il Capodanno degli alberi, la seconda (edizioni Lamed) nel 5760 (2000); il nostro pubblico ha accolto con piacere questa reintroduzione e ormai il Seder si fa in molte famiglie.
Altri modi di ricordare questo giorno sono cerimonie di piantagione di alberi; sono iniziate in Eretz Israel nei primi decenni del secolo scorso, come testimonianza di attaccamento alla terra e all’importanza della ripresa della vita agricola, e della riforestazione in particolare. Forse non è stato estraneo un influsso di cultura americana (arbor day), ma in ogni caso hanno avuto la prevalenza nella società ebraica i valori positivi specificamente interni, collegati al rapporto con Eretz Israel, la sua ricostruzione, e l’importanza tradizionale degli alberi, specialmente quelli da frutta. Per educare a questi valori si usa in molti luoghi anche fuori da Eretz Israel di piantare simbolicamente un albero a Tu-bishvat.

II - I significati simbolici
Ricordando il Tu-bishvat vengono richiamate e sottolineate alcune idee molto importanti nella coscienza ebraica.
Il rispetto della creazione e del Creatore: La natura che ci circonda viene vista come un’opera buona e utile, da rispettare, da coltivare, da mantenere e non distruggere; viene esaltata l’opera del Creatore, nei cui confronti viene espressa la gratitudine per i doni molteplici e diversi che ci elargisce.
Il rapporto speciale con la Terra d’Israele e della sua capitale Gerusalemme: Il legame del nostro popolo con la sua terra non è mai venuto meno, e per noi ha un significato sacro, anche dopo millenni di distacco traumatico, ricordare quando piove e quando finisce di piovere in quella terra, quando gli alberi fioriscono e quale frutta producono. Si rivendica il diritto a quella terra anche mantenendo un rapporto speciale con il suo ciclo agricolo e i suoi prodotti. Ed è una rivendicazione pacifica e costruttiva, portatrice di bene ed esemplare per tutto il mondo. La tradizione ci insegna che quella terra può fiorire solo nelle nostre mani, e di questo siamo testimoni nella nostra epoca.
La solidarietà sociale: il ricordo delle antiche forme di tassazione non è quello delle asprezze fiscali, ma quello di un sistema in cui devono esistere compensi e ridistribuzione della ricchezza.
La riflessione sulla natura dell’uomo: l’uomo come creatura è una specie di albero rovesciato (con le radici in alto). Questa identità simbolica propone una riflessione sulle origini dell’uomo, sulla sua dipendenza dall’alto nelle risorse naturali e spirituali, sulla sua potenzialità produttiva di frutti buoni e utili, sulla sua forza e sulla sua debolezza, sul suo destino.
La responsabilità: la storia dell’umanità in questo mondo comincia dalla colpa di Adamo ed Eva, che mangiano un frutto proibito. Mangiare ritualmente della frutta fa parte di un processo di presa di coscienza di responsabilità e di riparazione.
Il rapporto con le realtà nascoste: la mistica ebraica parla delle realtà a noi invisibili, che spesso paragona ad un albero, come paragona le diverse forme di frutta (buccia commestibile o no, nucleo duro o morbido ecc.) ai simboli dei mondi diversi. La “buccia” (qelippà) è anche simbolo del male. Per questo i cabalisti propongono un percorso simbolico tra le diverse specie di frutta e i colori del vino, suggerendo un viaggio tra i mondi diversi, tra la Giustizia e la Misericordia, con l’intenzione di contribuire a riparare (tikkùn) il mondo visibile dove viviamo. Sono messaggi e insegnamenti che per essere compresi richiedono conoscenze e sensibilità speciali, ma che non possono essere trascurati nella ricchezza di simboli che questo giorno propone alla comunità ebraica.

III - Come ricordare Tu Bishvat
chi lo desidera cerchi il testo del Seder, reperibile in libreria, e lo segua procurandosi tutti gli ingredienti necessari (vini e frutta), o si unisca ad amici che già sono organizzati per farlo.
In ogni caso non si trascuri la tradizione di mangiare frutta di specie diverse, almeno in un pasto della giornata. È importante mangiare e benedire. Quando si mangia frutta, prima si recita la benedizione borè perì ha’etz, (Creatore del frutto dell’albero) che in questo momento assume un significato speciale. La benedizione si recita anche se si mangia frutta durante il pasto, e si è già detto l’hamotzì. Dopo aver mangiato, se il pasto comprendeva il pane, con la birkat hamazon si esce d’obbligo. Chi invece ha mangiato solo frutta recita alla fine una benedizione speciale: ‘al ha’etz we’al perì ha’etz ecc. per uva, fichi, melograno, olive datteri; borè nefashòt per tutte le altre (i testi sono stampati nelle tefillot e nei comuni birkhonim).

giovedì 2 febbraio 2017

Lo shofar a Ferramonti

Testo e foto di Mena Filpo

Dopo giornate di freddo intenso, è un sole splendente che accoglie il mio risveglio ed è piacevolissimo affrontare il breve viaggio autostradale che separa la mia città dal campo di Ferramonti.
È da giorni che programmo di essere lì in orario, per l’inizio delle cerimonie organizzate in quel giorno ma, soprattutto, presente se lo Shofar dovesse suonare. Sarà per me la prima volta e la strada sembra allungarsi.
Arrivo e, varcando quel cancello, provo sempre le stesse emozioni: il cuore batte, un nodo alla gola non mi lascia deglutire e rivedo con gli occhi della mente, poggiato al banco della farmacia di famiglia, l’amico di mio padre Ladislao Schwarz, medico ebreo ungherese che, dopo il suo internamento a Ferramonti, aveva scelto di vivere ed esercitare la sua professione nel mio paese.
Tornando da scuola lo trovavo a chiacchierare con papà che era stato suo giovane assistente durante i suoi studi di medicina.
Alto, con baffoni bianchi macchiati dalla nicotina della sua perenne sigaretta tra le dita che usava aspirare solo sette volte e poi buttava via….”altrimenti, ninna, fa male”, mi diceva.
Uomo affascinante con gli occhi penetranti ed intelligenti, aveva il vezzo di portare gli occhiali non dietro le orecchie ma sopra di esse.
Con questo ricordo vivo e perenne che ho di lui mi avvio per il campo
guardandomi intorno aspettando l’inizio della cerimonia.
Numerose scolaresche, intanto, invadono con i loro cappellini colorati il prato e, mentre, li guardo ripenso ad i tanti passi che lo calpestarono quando era solo un acquitrino umido e paludoso, circondato da baracche.
La cerimonia comincia sentita, commossa, interessante come sempre e, poi,  ecco…è il momento dello Shofar!
E’ allora che sento il cuore scoppiare, le lacrime gonfiare i miei occhi e cercare a testa bassa la presenza di Dio!
Lo Shofar continua a suonare con gli occhi che, seppur chiusi, lasciano scendere ormai copiose lacrime.
Chiedo perdono.
Penso a tutti coloro i quali sono nel vento.
Penso al dottor Schwarz che terminò i suoi giorni nel paese che aveva scelto per formare la sua famiglia e circondarsi di amici sinceri!

Chi era Ladislao Schwarz
Da Il diario di Castrovillari del 24 gennaio 2009 

Dedicato a Ladislao Schwarz il Giorno della Memoria
L’indimenticato medico chirurgo ungherese di cui il prossimo 15 marzo ricorre il centenario della nascita
Nella ricorrenza della Giornata della Memoria, Castrovillari non dimentica e anche quest'anno si presenta un'occasione preziosa per riattraversare le pagine più buie della storia del '900.
In questo senso, l'Amministrazione Comunale di Castrovillari, in sinergia con la Biblioteca Civica “U. Caldora”, la Mediateca di Castrovillari, ATI Infomedia e la Fondazione Internazionale “Ferramonti di Tarsia per l'amicizia tra i popoli”, ha promosso per domenica 25 gennaio, alle ore 17.00, presso il Teatro Sybaris del Protoconvento Francescano, una giornata celebrativa di memoria condivisa per non dimenticare.
La manifestazione si aprirà con i saluti del sindaco, prof. Francesco Blaiotta.
Interverranno il dott. Carlo Spartaco Capogreco (Presidente della Fondazione Ferramonti”) che presenterà la XXI edizione del Memoria-meeting Fondazione Ferramonti e la dr.ssa Teresa Grande, docente Unical, con il coordinamento della dr.ssa Maria Pina Cirigliano, collaboratrice Mediateca Castrovillari.
Nell'ambito della manifestazione, sarà proiettato il film “18.000 giorni fa” (1993) della regista Gabriella Gabrielli, liberamente tratto dal libro di Carlo Spartaco Capogreco “Ferramonti: la vita e gli uomini del più grande campo d'internamento fascista 1940- 1945”, ambientato proprio a Ferramonti.
Nel foyer del teatro sarà, inoltre, allestita una mostra collettiva sul tema “Identità e memoria” con la collaborazione di artisti che, con grande sensibilità, hanno voluto dare il loro pregevole contributo attraverso le loro opere.
A Castrovillari, il Giorno della Memoria, sarà dedicato al dr. Ladislao Schwarz, indimenticato medico ungherese, internato nel campo “Ferramonti” di Tarsia nel 1942
Nato a Budapest il 15 marzo 1909, figlio di Antonio e di Elisa Herzog, compì i suoi studi in Italia laureandosi, a Catania, in Medicina e Chirurgia e rivelando sin da giovane un grande talento come medico e scienziato.
Egli aveva intrapreso le sue ricerche relative a due studi scientifici: il primo riguardava un filo di sutura radiopaco che permetteva di controllare, con semplice radiografia lo stato delle suture interne, mentre l’altro, si riferiva ad un cranio trasparente e permetteva una comparazione in tutte le proiezioni tipiche ed atipiche della craniologia Rongten.
Quando fu arrestato a Milano nel 1940, a causa delle leggi razziali, fu costretto a interrompere i suoi studi scientifici.
Con l’arresto e l’internamento, gli fu proibito l’esercizio della professione e qualsiasi attività ad essa collegata.
Internato dapprima ad Alberobello, il Dr. Schwarz chiese di essere trasferito altrove, sempre come internato, per potersi rendere utile se non come medico, come infermiere o tecnico addetto alla sala operatoria.
L’istanza del 20/10/1942, tesa anche ad ottenere qualche strumento per proseguire le sue ricerche, venne accolta, e il 22 novembre 1942, dal campo di Alberobello fu inviato nel campo di internamento di Ferramonti.
Qui, ritrovandosi con nutrito numero di professionisti, (medici, ingegneri, musicisti, ecc.), tra i quali anche l’austriaco Gustav Brenner, divenuto poi un eccellente libraio editore di Cosenza, continuò ad esercitare con zelo la sua professione, prestando soccorso anche gli abitanti delle zone limitrofe.
Nonostante tutto, riuscì ad approfondire i suoi studi, tanto da divenire, ben presto noto in tutta la provincia e nello stesso campo di Ferramonti, eseguì con ottimi risultati una trapanazione del cranio intervento mai eseguito fino ad allora.
All’indomani della “Liberazione”, su invito di un medico di Cosenza, prestò servizio presso l’Ospedale Civile del luogo.
Nel 1947, si trasferì a Castrovillari dove fu un apprezzatissimo medico sposando da li a poco, Donna Teresa Pellegrini.
Nel 1959 conseguì presso l’Università di Roma la libera docenza in patologia chirurgica.
Fu autore di numerose pubblicazioni che ottennero vasto successo nel campo medicoscientifico, alcune sue recensioni furono adottate dalla Facoltà di Medicina di Bologna.

Morì a Castrovillari nell’ottobre del 1977.