Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti



24.11.2016 - 10.3.2017, Napoli: Progetto Wajda

c

c

venerdì 13 gennaio 2017

La sinagoga di Palermo


Fotogramma da un video di Angelo Leone:
la chiave della nuova sinagoga
Una rassegna di notizie sull’importante evento ufficializzato nel corso del convegno “Siciliani senza Sicilia” del 12 gennaio 2017

Palermo avrà la sua prima sinagoga dopo 500 anni

Da Anousim Italia, 10 gennaio 2017
Come riportano JTA e Arutz7 e The Times of Israel, l’Arcidiocesi di Palermo cede alla comunità ebraica l’uso di parte di un complesso monastico costruito sopra i resti di una sinagoga medievale. Si tratta di un gesto di riconciliazione dopo più di 500 anni dall’espulsione degli ebrei dalla Sicilia.
La chiesa finanzierà anche le ristrutturazioni dello spazio in modo da creare una sinagoga e un centro di cultura ebraica per le decine di ebrei che adesso vivono nella città.
Lo spazio donato è l’Oratorio di Santa Maria del Sabato, nella parte inferiore dell’edificio, sotto il complesso ecclesiale di San Nicola da Tolentino, ha detto Rav Pinhas Punturello a JTA.
Punturello è l’emissario in Sicilia di Shavei Israel, un’organizzazione che da anni si occupa dei discendenti di ebrei che vogliono tornare alle loro radici. Rav Punturello, che vive in Israele, si reca a Palermo ogni mese quale emissario dell’organizzazione.
Il passaggio di proprietà si terrà (ndr: si è tenuto) durante una conferenza il 12 gennaio - anniversario dell’espulsione degli ebrei dalla Sicilia da parte dei re spagnoli nel 1493. Il fondatore e presidente di Shavei Israel, Michael Freund, che ha avuto un ruolo fondamentale per la donazione, sarà tra i relatori della conferenza.
L’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, trasferirà la proprietà dello spazio come “comodato d’uso gratuito”. Non vi è formalmente una comunità ebraica ufficiale a Palermo; la proprietà dello spazio sarà dell’Istituto Siciliano di Studi Ebraici, detto ISSE, affiliato a Shavei Israel.
Punturello, che fa parte del consiglio ISSE, lavora con l’UCEI e la Comunità ebraica di Napoli, e saranno loro i principali responsabili per il nuovo centro. Punturello sarà quindi rabbino di Palermo ed emissario di Shavei Israel.

Palermo, a 524 anni dall’espulsione “Una sinagoga per gli ebrei siciliani”

Da Moked, 10 gennaio 2017
“Un evento storico e importante nei rapporti tra Chiesa ed Ebraismo. Una svolta locale, ancor più significativa perché arriva da un Meridione che già da tempo offre significative testimonianze di risveglio e di rinascita”.


Queste le parole con cui la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni commenta la decisione dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, di concedere in comodato d’uso gratuito un oratorio di proprietà ecclesiastica, l’Oratorio di S. Maria del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dell’antica zona ebraica della “Guzzetta” e della “Meschita”. Spazio che, in breve tempo, diventerà un luogo di culto e studio per gli ebrei siciliani.
L’annuncio sarà dato da Raffaele Mangano, vicario episcopale, nel corso di un convegno dal titolo “Siciliani senza Sicilia. Ebrei di Sicilia in terra d’altri” che si svolgerà giovedì prossimo, presso l’Aula Damiani Almeyda dell’Archivio Storico Comunale, in occasione dell’anniversario dell’espulsione definitiva degli ebrei dall’isola, avvenuta il 12 gennaio 1493.
Si tratta di un atto unilaterale, disposto dall’arcivescovado. Comodatario dell’immobile sarà la Comunità ebraica di Napoli, che ne affiderà l’amministrazione alla neonata sezione di Palermo (deliberata nella giornata di ieri dal Consiglio della Comunità partenopea, che ha anche deciso l’istituzione di una sezione anche a Sannicandro Garganico).
Un risultato possibile grazie al lavoro svolto dall’Istituto Siciliano di Studi Ebraici guidato da Evelyne Aouate e alla collaborazione e alla presenza ormai pluriennale in loco dell’associazione Shavei Israel.
“L’UCEI vede con favore la nascita di una sezione della Comunità ebraica di Napoli a Palermo, dove è molto vivo il desiderio di studiare, conoscere l’ebraismo e dove si avvertiva ormai da tempo la necessità di un luogo di riunioni e di preghiera” sottolinea il vicepresidente dell’Unione Giulio Disegni. Questa decisione dell’arcivescovado, aggiunge Disegni, è quindi motivo di grande apprezzamento. “Da adesso in poi ci sarà da lavorare per la miglior riuscita di questa operazione. L’UCEI - afferma il vicepresidente - coopererà con l’arcivescovado”.
“Stiamo cogliendo, in questo momento storico così difficile, passo dopo passo, i frutti di un sincero cammino di dialogo e di cordiale amicizia” osserva monsignor Lorefice. 

Una chiesa di Palermo diventerà sinagoga: il vescovo concede l'oratorio di Santa Maria del Sabato
Dopo l'espulsione del 1492, la comunità ebraica ritrova un luogo di preghiera. "Il nome di Dio non divide ma crea ponti"
L'oratorio di Santa Maria del Sabato di vicolo Meschita Oltre cinquecento anni dopo l'editto di espulsione, gli ebrei di Palermo ritrovano un luogo di preghiera. Sarà l'oratorio di Santa Maria del Sabato, proprio nell'antico quartiere ebraico della Meschita, edificio seicentesco non lontano da via Calderai e dal luogo dove sorgeva la sinagoga attiva fino al 1492. La chiesa è stata concessa in comodato d'uso dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che ha accolto la richiesta di Evelyne Aouate, presidente dell'Istituto siciliano di studi ebraici.
"Il nome di Dio non solo non divide ma crea ponti - dice Lorefice - Questo è un gesto di speranza
e di convivenza pacifica tra gli uomini, un gesto che nasce da una realtà di amicizia". "Un gesto che recupera secoli di storia", ribatte Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane.
Nessun problema nella trasformazione in singagoga dell'oratorio: lo assicura il rabbino Pierpaolo Pinhas Punturello: "Ho fatto una visita sul luogo e mi sono confrontato con autorevoli personalità religiose di Israele".
Foto di Michael Freund,
Presidente e fondatore di Shavei Israel.
Interno dell'oratorio di Santa Maria del Sabato, futura sinagoga di Palermo

“A Palermo, un segno importante della rinascita ebraica in Meridione”

“La concessione di uno spazio di proprietà dell’arcivescovado di Palermo ad uso di preghiera e studio per la neonata sezione ebraica nel capoluogo siciliano rappresenta un fatto storico. Una concreta testimonianza di risveglio e di rinascita ebraica a oltre 500 anni dagli infamanti editti di espulsione che misero fine, anche nel sangue, a secoli di presenza e impegno sul territorio”. A sottolinearlo in una nota congiunta la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e la presidente della Comunità ebraica di Napoli Lydia Schapirer. Parole arrivate in seguito alla recente decisione dell’arcivescovado di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, di concedere alla realtà ebraica locale in comodato d’uso gratuito un oratorio di proprietà ecclesiastica, l’Oratorio di S. Maria del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dell’antica zona ebraica della “Guzzetta” e della “Meschita”. Una iniziativa che, sottolineano Di Segni e Schapirer, pongono Palermo “al centro di un intenso dialogo multiculturale e di esempio per tutto il Mediterraneo”. Le due presidenti si sono dette “commosse e orgogliose per questo importante riconoscimento”, sottolineando una felice coincidenza ovvero la nascita di due nuove sezioni della Comunità ebraica di Napoli: una rappresentata proprio da Palermo, e l’altra da Sannicandro Garganico.
Per quanto riguarda la concessione dell’oratorio, l’annuncio sarà dato da Raffaele Mangano, vicario episcopale, nel corso di un convegno dal titolo “Siciliani senza Sicilia. Ebrei di Sicilia in terra d’altri” che si svolgerà giovedì prossimo, presso l’Aula Damiani Almeyda dell’Archivio Storico Comunale, in occasione dell’anniversario dell’espulsione definitiva degli ebrei dall’isola, avvenuta il 12 gennaio 1493.
Si tratta di un atto unilaterale, disposto dall’arcivescovado. Comodatario dell’immobile sarà la Comunità ebraica di Napoli, che ne affiderà l’amministrazione alla neonata sezione di Palermo.
Un risultato possibile grazie al lavoro svolto dall’Istituto Siciliano di Studi Ebraici guidato da Evelyne Aouate e alla collaborazione e alla presenza ormai pluriennale in loco dell’associazione Shavei Israel.

Dopo oltre 500 anni verrà riaperta una sinagoga a Palermo
Dalla pagina Facebook Shalom7, 11 gennaio 2017
L’arcivescovo darà in comodato d'uso gratuito l’oratorio di S. Maria del Sabato
Oltre cinquecento anni dopo l'editto di espulsione del 1492, gli ebrei di Palermo ritroveranno un luogo di preghiera. Sarà l'oratorio di Santa Maria del Sabato, proprio nell'antico quartiere ebraico della Meschita, edificio seicentesco non lontano da via Calderai e dal luogo dove sorgeva la sinagoga attiva fino al 1492. L’oratorio è stato concesso in comodato d'uso dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, che ha accolto la richiesta di Evelyne Aouate, presidente dell'Istituto siciliano di studi ebraici. "Il nome di Dio non solo non divide ma crea ponti - ha spiegato l’arcivescovo Lorefice - Questo è un gesto di speranza e di convivenza pacifica tra gli uomini, un gesto che nasce da una realtà di amicizia".
"Un evento storico e importante nei rapporti tra Chiesa ed Ebraismo - ha sottolineato la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni -. Una svolta locale, ancor più significativa perché arriva da un Meridione che già da tempo offre significative testimonianze di risveglio e di rinascita".
L'annuncio sarà ufficializzato da Raffaele Mangano, vicario episcopale, nel corso di un convegno dal titolo "Siciliani senza Sicilia. Ebrei di Sicilia in terra d'altri" che si svolgerà giovedì prossimo, presso l'Aula Damiani Almeyda dell'Archivio Storico Comunale, in occasione dell'anniversario dell'espulsione definitiva degli ebrei dall'isola, avvenuta il 12 gennaio 1493, 524 anni fa.
Comodatario dell'immobile sarà la Comunità ebraica di Napoli, che ne affiderà l'amministrazione alla neonata sezione di Palermo (deliberata in questi giorni dal Consiglio della Comunità partenopea, che ha anche deciso l'istituzione di una sezione anche a Sannicandro Garganico). Un risultato possibile grazie al lavoro svolto dall'Istituto Siciliano di Studi Ebraici guidato da Evelyne Aouate e alla collaborazione e alla presenza ormai pluriennale in loco dell'associazione Shavei Israel. Nessun problema nella trasformazione in singagoga dell'oratorio: lo assicura il rabbino Pierpaolo Pinhas Punturello dell'associazione Shavei Israel: "Ho fatto una visita sul luogo e mi sono confrontato con autorevoli personalità religiose di Israele".

Foto di Michael Freund, Presidente e fondatore di Shavei Israel:
 copia originale in siciliano dell'Editto di Ferdinando e Isabella del 1492
 di espulsione degli ebrei
Il convegno dedicato all'ebraismo siciliano
A Palermo la rinascita ebraica è la storia del presente
Da Moked, 12 gennaio 2017
Grande attenzione a Palermo per il convegno “Siciliani senza Sicilia. Ebrei di Sicilia in terra d’altri” che si svolge in queste ore presso l’Aula Damiani Almeyda dell’Archivio Storico Comunale. Un incontro organizzato in occasione dell’anniversario dell’espulsione definitiva degli ebrei dall’isola, (avvenuta il 12 gennaio 1493), durante il quale viene annunciato ufficialmente la decisione dell'arcivescovado di Palermo di concedere alla realtà ebraica locale in comodato d’uso gratuito un oratorio di proprietà ecclesiastica, l’Oratorio di S. Maria del Sabato, che sorge nell’area un tempo occupata dell’antica zona ebraica della “Guzzetta” e della “Meschita”. Una decisione che la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e la presidente della Comunità ebraica di Napoli Lydia Schapirer hanno definito “una concreta testimonianza di risveglio e di rinascita ebraica a oltre 500 anni dagli infamanti editti di espulsione che misero fine, anche nel sangue, a secoli di presenza e impegno sul territorio”.
Protagonisti del convegno di Palermo - aperto dagli interventi del vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Giulio Disegni e, in rappresentanza della Keillah di Napoli, di Ariel Finzi - rav Pierpaolo Pinhas Punturello (nell'immagine in un incontro con l'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice), rappresentante per l’Italia di Shavei Israel, e la storica Serena Di Nepi. A moderare l'appuntamento, che vede la presenza del vicario episcopale dell’Arcivescovado di Palermo monsignor Raffaele Mangano, Rita Calabrese dell'Università di Palermo.

 

venerdì 6 gennaio 2017

Vayigash 5777

Prendersi le proprie responsabilità

Rav Pinhas Punturello

Yehuda ha pochissimi minuti per salvare suo fratello Beniamino dal carcere a vita che gli si prospetta.
Yosef, loro fratello, che però ai loro occhi è il viceré d’Egitto, ha decretato che colui che avesse rubato la coppa sarebbe stato punito con la schiavitu’. In pochi minuti Yehudà deve cambiare il destino di Beniamino e salvarlo, lui che ha garantito a loro padre Yaakov che avrebbe riportato a casa il loro fratello piccolo, l’unico rimasto dell’amata moglie Rachele. Yehuda inizia il suo discorso non chiedendo pietà, non implorando compassione, bensì racconta i fatti. Piano piano include nei fatti la presenza di Yosef “viceré”, il loro incontro ed il fatto che anche lui, uomo potente d’Egitto, ha portato Beniamino in Egitto.
Una volta che i fatti sono chiari Yehuda parla al cuore del viceré, si prende la propria responsabilità ed afferma di volersi sostituire al fratello, ingiustamente colpevole.
A quel punto il cuore di Yosef cede ed è una grande lezione quella che riceviamo da Yehuda. Una lezione di pensiero veloce, di azione, di parole pensate e misurate, di emozioni messe da parte per dare spazio ai fatti, alla storia, ai dati ed agire in loro nome anche anche con emozione.
Yosef cede alle parole di Yehuda perché queste lo accompagnano in un ragionamento che diventa richiamo responsabile e di fronte a chi si assume le proprie responsabilità non possiamo far altro che lodare il suo agire e stimarlo.

Siciliani senza Sicilia. Ebrei di Sicilia in terra d’altri

Giovedì 12 gennaio 2017, nell’anniversario dell’espulsione degli ebrei nel 1493, per ordine dei sovrani di Spagna che all’epoca erano i Signori della Sicilia, si svolgerà a Palermo, presso l’Aula Damiani Almeyda dell’Archivio storico comunale, il convegno Siciliani senza Sicilia. Ebrei di Sicilia in terra d’altri.
Svolgeranno interventi rav Pierpaolo Pinchas Punturello, rappresentante per l’Italia di Shavei Israel, sul tema de “L’esilio come identità”, e Serena Di Nepi, ricercatrice di storia moderna dell’Università di Roma “La Sapienza”, su “Una storia tra molte alterità. La Scola siciliana nel ghetto di Roma, secc. XVI-XVII”.
Moderatrice dell’incontro sarà la professoressa Rita Calabrese dell’Università di Palermo.
(immagine dalla pagina Facebook di Sandro Riotta)


Per l’occasione verrà esposto il Registro contenente la promulgazione dell’Editto di Granata scritta in volgare siciliano e in lingua spagnola.

Un bellissimo video con il testo dell’editto di espulsione in lingua siciliana

10 Tevet 5777 - Gerusalemme sotto assedio

Domenica prossima, 8 gennaio 2015, sarà il 10 del mese ebraico di Tevet, giorno di digiuno (che prevede l’astensione sia dal mangiare che dal bere) dall’alba al tramonto. In Calabria il digiuno, a seconda delle zone, inizia tra le 5,45 e le 5,50 del mattino, per terminare tra le 17,20 e le 17,30.

Al tradizionale ricordo dell’inizio dell’assedio di Gerusalemme da parte dell’esercito babilonese (che porterà poi alla conquista della città e alla distruzione del Tempio il 9 di Av), si è unito di recente il giorno di preghiera, con la recitazione del Kaddish, per tutti gli uccisi nella Shoah di cui non si conosce la data della morte.
I testi che seguono sono dal sito ChabadRoma.org 

Nel decimo giorno del mese di Tevet, 3336 anni dopo la creazione del mondo (425 prima dell'era volgare), gli eserciti Babilonesi dell'imperatore Nevuchadnetzar (Nabuccodonosor) misero Gerusalemme sotto assedio. Trenta mesi dopo, nel 9 di Tammùz 3338, essi fecero breccia nelle mura della città e, nel 9 di Av di quello stesso anno, il Bet Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme, fu distrutto.
Il 10 di Tevet è un giorno di digiuno, lutto e pentimento. In questo giorno si evita di mangiare cibo e di bere qualsiasi bevanda dall'alba fino al crepuscolo e si aggiungono le selichòt, preghiere penitenziali e altre aggiunte alle preghiere del giorno.
Il 10 di Tevet è stato designato come il giorno del Kaddìsh universale per le vittime della Shoà, poiché per molti di loro la data della loro morte non è nota.
Il Rebbe di Lubavitch, Rabbi Menachem Mendel Schneerson rilanciò un'usanza antica di evocare sentimenti di teshuvà e illuminazione nei giorni di digiuno con discorsi e lezioni.

Il Tempio di Gerusalemme
La storia dei Templi, un tour virtuale e altro.
Disse Ezekiele: "Padrone del Mondo, perché mi dici di dire ad Israele la forma della Casa...essi sono ora in esilio nella terra dei nostri nemici. C'è qualcosa che possono fare [al riguardo]? Lasciali stare finchè torneranno dall'esilio. Allora, andrò e informerò loro."
Rispose D-o: "Forse la costruzione della Mia Casa debba essere ignorata poiché i Miei figli sono in esilio?"
Lo studio della Torà [e dei piani del Santuario] può essere messo sullo stesso piano della sua costruzione. Vai e di loro di studiare i piani del Tempio. Come ricompensa per il loro studio e il loro occuparsi di ciò, Io considererò come se lo avessero costruito."
Le parole usate in questi versi danno a intendere che lo studio delle leggi del Bet Hamikdàsh ha ramificazioni che estondono ben oltre la mera curiosità intellettuale, piuttosto, tramite questo studio, una persona adempie al suo obbligo di costruire il Tempio.
Il valore e l’importanza che il Bet Hamikdash detiene per il popolo ebraico e per tutto il mondo sono incommensurabili
Si trattava di un enorme complesso creato con pietre di notevoli dimensioni e materiale prezioso di ogni tipo, oro, argento e stoffe pregiate
ll significato del Beit Hamikdash
Il Beit Hamikdàsh però non è solo un luogo dove si serve D-o; esso è anche il luogo in cui il Creatore del mondo risiede e rivela la Sua presenza al suo popolo
Il secondo Tempio fu adornato e decorato con mobilio molto meno ricco e fastoso del primo; inoltre vi mancavano alcuni elementi di importanza capitale.
Esplora i diversi componenti del Bet Hamikdàsh, il Tempio di Gerusalemme.
Il terzo Santuario rimarrà edificato in eterno, secondo la profezia di Ezechiele (37, 26-28). "E stabilirà con loro un patto di pace, che sarà patto stabilito con loro per sempre

Un motivo per le disgrazie
Molti cercano spiegazioni per l’accaduto nella Shoà. Come si può spiegare 6.000.000 di ebrei, popolo prediletto di D-o, portati nei forni crematori?
Il digiuno del 10 di Tevet ricorda l’inizio della distruzione del Beth Hamikdash (il santuario di Gerusalemme) e, contestualmente, il principio della lunga diaspora del popolo ebraico. Purtroppo dopo la distruzione del Santuario il popolo ebraico ha continuato a subire persecuzioni, stermini e pogrom, fino a giungere alla tragedia del nostro secolo, la Shoà. Ancora oggi, in un'epoca in cui regnano innovazione ed avanzamento tecnologico, in cui il progresso inarrestabile contribuisce a rendere la vita migliore, ci troviamo ad affrontare nemici che negano il nostro passato di sofferenza, che sostengono che il trascorso, gli eccidi subiti dal popolo ebraico solamente 60 anni fa, sono un'invenzione frutto della mania di persecuzione ebraica.
Molti cercano spiegazioni per l’accaduto nella Shoà. Come si può spiegare 6.000.000 di ebrei, popolo prediletto di D-o, portati nei forni crematori?! Come possiamo comprendere il destino di un milione di bambini che furono uccisi con delle orribili torture e sofferenze?
In verità la domanda non è solo sulla Shoà ma su tutte le persecuzioni e torture che gli ebrei hanno passato sulla loro pelle durante tutta la storia. Ebrei uccisi e torturati senza ragione a partire dall’egitto, continuando con la distruzione del Beth Hamikdash, dove molto sangue fu versato, proseguendo con l’inquisizione spagnola, fino ad arrivare agli attentati sugli autobus in Israele.
Provare a dare una motivazione razionale a tutto ciò è impossibile, come lo è spiegare l’antisemitismo razionalmente, l’odio dei popoli verso di noi è la fonte della sofferenza e delle torture, e siccome non capiamo lo scopo della sofferenza, non siamo in grado nemmeno di spiegare l’odio, ma non vuol dire che se non siamo in grado di spiegare, non ci sia uno scopo. Questo è un punto in cui dobbiamo avere un umiltà assoluta davanti a D-o, come scritto “Poiché i miei pensieri non sono i vostri, le vostre strade non sono le mie….come il cielo è elevato rispetto alla terra, così le mie strade sono elevate dalle vostre e i miei pensieri dai vostri”. Questa è l’umiltà richiesta davanti a degli avvenimenti incomprensibili, riconoscere i nostri limiti umani che ci impediscono di capire le strade divine ed i suoi pensieri.
Nonostante tutto ciò, noi crediamo che la sofferenza abbia sempre uno scopo, quando verrà il momento giusto, Mashiach si rivelerà, D-o allora ci farà capire lo scopo dei patimenti e della diaspora, che hanno fatto nascere questa tanto lunga attesa della venuta imminente del Mashiach.

Riflessioni sul 10 di Tevet
Assarà BeTevet crea una coscienza sulle conseguenze risultanti nel permettere un assedio intorno a Gerusalemme l'assoluto e fermo timore di Dio
Il digiuno di Assarà BeTevet (il giorno 10 Tevet) ricorda “l'assedio di Gerusalemme voluto da Nevuchadnetzar re di Babilonia, e le tribolazioni che ne conseguono”, come riferisce il Tanach. Nel libro di Yechezke1, troviamo, in aggiunta all'evento vero e proprio, il comando dell’Onnipotente di commemorare il fatto: “Scrivi questo giorno, proprio questo giorno...”
Assarà BeTevet ricorda l'assedio di Gerusalemme. La città stessa rimase intatta, il Tempio funzionava normalmente ed anche i sacrifici continuavano come al solito. Ciò nonostante, vi è una severità insita in questo giorno che non troviamo nel digiuno di Ghedalia, il 17 di Tamuz (quando furono interrotti i sacrifici quotidiani ed i muri della città crollarono) e neppure nel 9 di Av, quando il Bet Hamikdash fu distrutto. Assarà BeTevet, a differenza degli altri digiuni, non può essere rimandato se capita di Shabbat, (con il calendario fisso attuale, questo digiuno non capiterà mai di Shabbat).
La ragione di questo rigore è dovuta al fatto che l'assedio di Gerusalemme fu la radice di tutte le conseguenti calamità. Infatti portò all'invasione della città e, come risultato, alla distruzione del Sacro Tempio. Questo assedio imposto dal re della Babilionia, fu un avvertimento di D-o al popolo ebraico che, se il pentimento non fosse stato imminente, la situazione sarebbe peggiorata, è chiaro che il seme delle future calamità era già stato piantato.
Poiché l'idea inconscia a tutti gli ebrei è risvegliare il cuore al cammino della teshuvà, il ritorno a D-o, Assarà BeTevet deve evocare un senso più profondo di teshuvà. Per questo, le leggi del digiuno associate a questa Teshuvà esigono un alto grado di rigorosità.
Lo scopo del commemorare questo evento è “migliorare le nostre vie”. Per questo, discuteremo una delle lezioni che si possono trarre da Assarà Betevet.
Il nome « Yerushalayim » (Gerusalemme) deriva, etimologicamente parlando, da due parole, yirà e Shalem ovvero, timore assoluto di D-o. Quando trascuriamo non solo le mitzvòt più importanti ma anche solo le prescrizioni rabbiniche, il nostro timore assoluto di D-o viene meno, costituendo un'assedio a Gerusalemme. Quando questo assedio diviene percettibile, bisogna fare uno sforzo totale per distruggerlo, e se l'energia non è la massima, il peggiore degli assedi potrebbe avere effetti disastrosi, D-o non voglia. Come dice il Talmud, “Un giorno la cattiva inclinazione dice all'uomo ‘fa questo’, ed il giorno seguente, ‘fa quello’, finché alla fine lo convince a praticare l'idolatria”.
Com'è possibile che lo Yetzer Harà persuada un ebreo, che è ben conscio che tutta la Torà è stata donata da D-o, a trasgredire anche un solo piccolo dettaglio od una legge dedotta da un savio?
Coprendosi d'un manto di pietà, lo Yetzer Harà spiega all'ebreo che, nel trascurare una mitzvà minore ne guadagnerà l'osservanza di una delle mitzvòt maggiori e che la stessa Torà permette ad una persona di trascurare un precetto in favore d'un altro, come nel caso d'un precetto negativo quando coincide con uno positivo, o le leggi del Sabato che vengono annullate di fronte ad una vita in pericolo.
In verità, lo Yetzer Harà non ha interesse alcuno a salvaguardare i precetti più severi. Al contrario, egli desidera preparare la via a trasgressioni molto più gravi, come ricorda sopra il Talmud, “gli dice all'uomo ‘fa questo’...”
È superfluo aggiungere che l'argomentazione dello Yetzer Harà non è sensata. Infatti il principio che “un comando positivo ha precedenza su uno negativo” è stato stabilito dalla Torà stessa. Ciò esso è in acuto contrasto con il caso in cui un semplice mortale decida di negoziare o vendere una mitzvà minore, che comporta una trasgressione del volere di D-o, in cambio di una mitzvà maggiore.
Quest'ultima situazione finisce per degenerare al punto che una persona abbandona non solo le mitzvòt minori, ma anche le maggiori.
Secondo quanto detto sopra, i nostri savi spiegano il versetto “Egli (l'Onnipotente) non accetta insubordinazione”. In un primo momento questo detto causa perplessità. Se “Il mondo e tutto ciò che in esso esiste appartiene a D-o”, com’è possibile che una persona si ribelli?
La risposta dovrebbe essere la seguente: l’unica cosa al di fuori del dominio di D-o, per così dire, è il Timore di D-o. Egli ha concesso all'essere umano il libero arbitrio nel servirLo o no. Una mitzvà potrebbe, quindi, essere considerata “nostra dedizione a D-o”. Di conseguenza, potremmo immaginare erroneamente di essere capaci di confondere D-o, per modo di dire, compiendo una mitzvà a discapito di un’altra.
È ad una tale frode che la Torà si riferisce quando dice “Egli non accetterà insubordinazione”. Questo versetto quindi intende avvertire che non dobbiamo illuderci nel credere di poter ingannare l'Eterno per mezzo dell'osservanza delle mitzvòt.
Quanto detto ha un significato speciale riguardo l'educazione. In particolare per chi pensa che per convincere bambini che ancora non hanno ricevuto una educazione ebraica, o i loro genitori, dell'importanza d'iscriversi in una scuola dove si studi Torà, si debbano fare concessioni minori. Assarà BeTevet crea una coscienza sulle conseguenze risultanti nel permettere un assedio intorno a Gerusalemme l'assoluto e fermo timore di D-o.
Un'educazione ebraica con concessioni non prepara il giovane ad un fermo timore del Cielo da adulto. Al contrario, egli continuerà a cedere: “Una persona, anche in età avanzata, non rinuncia ai modi ai quali è stato educato sin da piccolo”.
L'unica maniera d'assicurarsi che non faccia concessioni maggiori dopo è dirgli esattamente cos'è scritto nella Torà di Verità. Se egli riceve un'educazione ebraica non autentica, sentirà che i suoi educatori non gli stanno dicendo la verità e perderà la fiducia nei loro confronti. Non gli ascolterà più quando gli diranno di non fare concessioni maggiori.
Qualsiasi attitudine d'una persona (sia buona o cattiva), quando è ancora giovane, aumenta molto quando cresce. Per questo bisogna fare il massimo degli sforzi e mettere tutto l'impegno nell'assicurare che l'educazione alla Torà sia perfetta da tutti i punti di vista.
Questo vale anche nel caso di una persona già di una certa età, ma nuova all'apprendimento ed alla pratica dell’ebraismo. Non dobbiamo pensare che, spiegando tutta l'estensione della Torà e delle mitzvòt rischiamo d'allontanarlo del tutto dalla religione, ed invece gli diremo che attualmente esiste una piccola quantità di mitzvòt da osservare, come decise il voto di maggioranza da alcune autorità che attualizzano la Torà. In questo modo mentiremmo, perché onestamente dovremmo dirgli che ogni ebreo è obbligato a compiere tutte le mitzvòt, come in tutte le generazioni, perché “questa Torà non sarà mai modificata”.
Se incapaci di convincerlo a compiere tutte le mitzvòt da quel momento, è necessario consigliargli di fare immediatamente qualsiasi mitzvà che abbia anche una piccola possibilità nel trovarlo d'accordo. In questo modo “una mitzvà porterà ad un'altra mitzvà”, dando come risultato nel tempo il rendere questa persona “completa e perfetta in tutte le parti della sua anima”, nei 248 organi che corrispondono alle mitzvòt positive e nei 365 tendini che corrispondono alle mitzvòt negative.
In accordo a quanto detto, un giorno di digiuno dovrebbe servire da stimolo alla teshuvà. Pertanto, oltre ad avvicinare l'uomo e il Creatore si torna a D-o compiendo i nostri obblighi verso il prossimo, inclusi coloro che possono solo essere chiamati Creature di D-o, in quanto mancanti di qualsiasi altra qualità.
Da Assarà BeTevet in poi, si dovrebbe cominciare ad esprimere molto più vigore ed entusiasmo nell'amare i nostri simili ed avvicinarli alla Torà. Ciò si può fare convincendoli a compiere immediatamente quelle mitzvòt sulle quali sono d’accordo. Se realmente non ci fosse altra alternativa, dovremmo fare in modo che almeno compiano una o altre, delle dieci enumerate nella campagna di mitzvòt. Col tempo ciò porterà al compimento di tutte.
Un altro punto da tener presente quando si compie l’azione di 'amare i nostri simili ad avvicinarli alla Torà: incontrando un ebreo che pensa che il suo comportamento precedente non gli permette di cominciare ad osservare la Torà e le mitzvòt, non essendoci per lui più speranza, dobbiamo fermamente incoraggiarlo con buone maniere.
Deve essere chiaramente inteso che una auto-trasformazione immediata è possibile. (Queste non sono mere parole d'incoraggiamento, ma un decreto halachico della Torà).
Dobbiamo anche spiegargli che il compimento di almeno una mitzvà (specialmente se una delle generali) lo eleverà e col tempo lo porterà all'osservanza di tutte.
La lezione che vien tratta da Assarà BeTevet è che non abbiamo il diritto di sacrificare una mitzvà per un'altra, all'apparenza più importante. Ciò assume speciale importanza per coloro che sono coinvolti in mansioni comunitarie.
Infelicemente esistono alcuni di questi individui che negoziano le mitzvòt. Essi concedono di poter trascurare una mitzvà con fiducia, portando come argomento che, per mezzo di questa linea d'azione otterranno una seconda e più importante mitzvà.
La necessità che questi leaders agiscano in maniera adeguata è ancor più enfatizzata nella preghiera dello Shabbat, quando benediciamo “coloro che sono fedelmente coinvolti in assunti comunitari”. La parola che traduce fedelmente è bèemunà , che significa anche, con fede in D-o. Così, la frase suddetta, ad un livello d'interpretazione più profondo, si trasforma in “coloro la cui occupazione in affari comunitari è permeata dalla fede in D-o”.
L'attivista comunitario comprende che il suo esito, non è dovuto unicamente alle sue capacità. Bensì è D-o, che gli dà forza conferendogli capacità di successo.
Ancor più importante: è proprio a causa della sua fede in D-o che egli è coinvolto in affari comunitari. Quando gli viene offerto un ruolo di fiducia, egli lo rifiuta. Tuttavia, se la comunità insiste, egli considera il fatto come un segno del Cielo che lo spinge al coinvolgimento, e solo per questo accetta il ruolo.
Ne consegue automaticamente che non dovrà rimanere offuscato dal prestigio, o dal desiderio di conservare la posizione. È superfluo aggiungere che questo ruolo non deve diventare un mezzo per vivere senza il quale non potrebbe sussistere, perché se così fosse, comincerà a fare piccole concessioni. Ciò porterà a concessioni maggiori dovute al costante preoccuparsi della sussistenza, del prestigio e della posizione.
Nel caso che, invece, egli sia stato, per così dire, forzato ad occuparsi di problemi comunitari, e riconosce che il proprio successo non è dovuto al e sue superiori capacità, bensì alle benedizioni di D-o, è ovvio che sarà uno di quelli che sono fedelmente coinvolti in assunti comunitari. Avrà in mente il benessere della comunità e non il proprio. Il suo interessamento sarà in accordo con la volontà di D-o, e quindi egli sarà il lustro mezzo delle benedizioni dell'Eterno.
Sia volontà di D-o che il nostro leale coinvolgimento in affari comunitari e nell'educazione ebraica avvicini l'avvento del nostro giusto Mashiach. Ciò porrà fine al nostro esilio, a cui farà seguito il primo periodo di Redenzione dopo di che giungerà la Redenzione assoluta, quando “D-o sarà Re sul mondo intero”.
Il Rebbe di Lubavitch, Rabbi Menachem Mendel Schneerson
Pubblicato in Lubavitch News
© Copyright, tutti i diritti riservati. Il materiale qui presentato è stato messo a disposizione dal nostro partner, Chabad.org. Se ti è piaciuto questo articolo ti incoraggiamo a condividerlo con altri, attendendosi alle regole di copyrightdi it.Chabad.org.

Il 10 di Tevèt è l’unico digiuno che può capitare la vigilia di Shabbàt e continuare fino al crepuscolo, a Shabbàt iniziato
Di solito non si dovrebbe iniziare lo Shabbàt digiunando. Tuttavia questo digiuno in particolare è l’eccezione alla regola. Infatti, secondo un’opinione1, se il 10 di Tevèt cadesse di Shabbàt, dovremmo digiunare l’intero giorno. Tale opinione si basa su una similitudine dei testi che descrivono gli eventi del giorno2 con quelli che la Torà usa per descrivere Yom Kippùr3 e dai quali si deduce che Yom Kippùr non va mai rimandato (il nostro calendario è costruito in modo tale che il 10 di Tevèt non può mai capitare di Shabbàt, ma quando il calendario era stabilito dalla corte centrale a Gerualemme, ciò poteva accadere).
Che cosa ha il 10 di Tevèt di straordinario? È il giorno in cui gli eserciti Babilonesi dell'imperatore Nevuchadnètzar (Nabuccodonosor) misero Gerusalemme sotto assedio. A prima vista questo evento sembra meno significante del giorno in cui fu aperta una breccia nelle mura (evento per il quale si digiuna il 17 di Tammùz), o il giorno in cui il Tempio è stato messo a fuoco, per il quale digiuniamo nel 9 di Av.
Tuttavia quando si guarda la tragedia nella sua interezza, la visione cambia. Un digiuno non viene stabilito solamente per mostrare quanto siamo infelici. Il digiuno viene chiamato dal profeta4 “un tempo favorevole”, un momento in cui abbiamo il potere di rettificare ciò che non è andato bene in quel giorno.
Se si vuole aggiustare qualcosa da dove si inizia? Se un fiume è inquinato, si inizia a pulire le spiagge a valle o si va a monte per tappare le fonti e impedire l’immissione di rifiuti tossici? Allo stesso modo, quando si desidera correggere il passato, l’aspetto fondamentale è tornare all’origine. È questo il 10 di Tevèt.
In questo giorno, come ho scritto, il Re della Babilonia e le sue truppe misero Gerusalemme sotto assedio. Nessuno poteva uscire né entrare. Tutti gli abitanti della città dovevano per forza convivere l’uno con l’altro senza possibilità di scampo. I nostri saggi dicono che “D-o manda la cura prima della malattia” e questo evento ne è un esempio, poiché l’assedio dava potenzialmente l’opportunità agli Ebrei di Gerusalemme di unirsi: se l’avessero fatto, nessun esercito sarebbe stato capace di attaccarli5 e Nevuchadnètzar e i suoi guerrieri si sarebbero ritirati, come era successo anni prima con l’esercito di Sennacherìb.
Siamo in esilio da circa duemila anni, dalla distruzione del Secondo Tempio. Qual è la motivazione dietro a questo esilio così lungo? I nostri saggi lo attribuiscono a un fattore principale: l’odio gratuito. Quando regna armonia tra gli Ebrei, essi sono invincibili. Quando, D-o non voglia, ci sono discordia e acrimonia, c’ è l’esilio. L’assedio di Gerusalemme nel 10 di Tevèt ci diede l’opportunità di aggiustare la radice della causa dell’esilio prima ancora che l’esilio stesso iniziasse6.
Così pure ogni anno, il giorno del 10 di Tevèt è un momento favorevole per soffermarsi sulla causa dell’esilio e curarla, creando armonia tra di noi per porre finalmente fine all’esilio una volta per tutte. Per raggiungere questo scopo è necessario a volte sacrificare parte del godimento e della tranquillità dello Shabbàt, ma ne vale certamente la pena.
A livello pratico, quando il 10 Tevet è di venerdì, la sera si recita kiddùsh appena appaiono tre stelle di grandezza media, e il digiuno è ufficialmente finito. Coloro che stanno digiunando non dovrebbero mangiare fino a dopo che hanno sentito il Kiddùsh.
Rav Eliezer Zalmanov, per concessione di Chabad.org
NOTE
1. Vedi Bet Yosef Orach Chaim 550 nel nome di Abudraham. La decisione halachica dello Shulchàn Arùch è che nessuno dei Quattro Diguni che commemorano la distruzione e l’esilio possno scavalcare lo Shabbàt. Ciononstante il 10 di Tevèt è l’unico digiuno che può capitare la vigilia di Shabbàt e continuare fino al crepuscolo, a Shabbàt iniziato.
2. Ezekiele 24:2
3. Levitico 23:28
4. Isaia 58:5
5. Vedi Talmud Gerusalemme Peà 1:1: Rabbi Abba figlio di Kahan disse: “La generazione di David era tutta retta ma, siccome c’erano delle spie tra loro, essi caddero in battaglia… la generazione di Achab era idolatra ma, siccome non c’erano spie, essi andarono in battaglia e furono vittoriosi.”
In Derech Eretz Zuta capitolo 9: Ecco cosa diceva Rabbi Elazar haKappar: “Ama la pace e odia il litigio. Grande è la pace, poiché anche quando il popolo serve idoli ma c’ è pace tra gli ebrei, è come se D-o stesso non possa toccarli, come Hoshea dice (4:17), ‘Efraim è unito agli idoli, lascialo solo’. Tuttavia non appena c’ è un litigio, cosa dice Hoshea? “I loro cuori sono separati, ora sono colpevoli 10:2’”.
6. Il Talmùd Yomà 9b dice che il Secondo Tempio fu distrutto a causa di odio gratuito, mentre il Primo Tempio fu distrutto a causa di idolatria, promiscuità e assassini. Ciò nonostante è scritto che la distruzione del Primo Tempio non sarebbe avvenuta se l’unità avesse prevalso.
Da Pensieri di Torà, una pubblicazione settimanale pubblicata da Chabad a Viale Libia Roma
© Copyright, tutti i diritti riservati. Il materiale qui presentato è stato messo a disposizione dal nostro partner, Chabad.org. Se ti è piaciuto questo articolo ti incoraggiamo a condividerlo con altri, attendendosi alle regole di copyrightdi it.Chabad.org.