Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti


24 gennaio, Reggio; Mostra 24 gennaio-12 febbraio: Giorno della memoria al MaRC

24-29 gennaio, Ferramonti di Tarsia: Celebrazione del giorno della memoria

24, 27 e 29 gennaio, Castrovillari; Mostra 24 gennaio - 2 febbraio; 28 gennaio, Morano: Per il giorno della memoria


25 gennaio, Vadue di Carolei (CS): "Vedere l'Altro, vedere la Shoah"

25-27 gennaio, Catanzaro Lido e varie località della provincia: Iniziative dell'Anpi provinciale


1° febbraio, Roma: Il viaggio del Pentcho

24.11.2016 - 10.3.2017, Napoli: Progetto Wajda

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martedì 30 aprile 2013

Fino a 120 anni, rav Toaff!

Oggi compie 98 anni rav Elio Toaff, già Rabbino Capo di Roma,
amatissimo e rispettato non solo a Roma e non solo dagli ebrei.
Una figura luminosa, che ha fatto grandi cose per la ricostruzione della Comunità
e di tutto l'ebraismo italiano nella situazione drammatica del dopo guerra.
Da me personalmente e da tutti gli ebrei e i gerim calabresi e del Sud,
i migliori auguri e il sincero ringraziamento per tutta la sua vita
al servizio dell'ebraismo e di tutti noi.

FINO A 12O ANNI!
 עד מאה ועשרים


 

Ripropongo qui alcuni alcuni articoli pubblicati nel corso di questi anni su rav Toaff in questo blog

Un post in occasione del suo 95° compleanno

Il racconto della storia della conversione a Bruxelles dei minatori anusim siculo-calabresi, che poi fecero aliyah. Potete leggere la trascrizione o anche ascoltare direttamente la sua voce, cliccando sul link a Torah.it


martedì 23 aprile 2013

Il piccolo Mosè del Gargano




Immagini da Amit4U
Data cruciale: 31 ottobre 1943. Una jeep con due soldati dell’Ottava armata britannica di Montgomery percorre la strada accidentata che da San Severo porta a Cagnano Varano. Passando all’interno del centro abitato di San Nicandro i soldati notano una donna che, da una finestra, sventola una grossa bandiera con la stella di David: la medesima stella dipinta sul cofano del veicolo militare. I due ufficiali -ebrei della Palestina, allora sotto amministrazione britannica- si fermano ad investigare e scoprono la storia di una conversione straordinaria anche per quei tempi.
In un clima di feroce sospetto per la diversità che sarebbe sfociata nel 1938 nelle leggi razziali, un gruppo di cinquanta famiglie contadine del Gargano si convertì spontaneamente alla religione ebraica. Nella montagna del sole tornò alla luce del sole dopo 500 anni, una religione messa al bando.
La Puglia un tempo pullulava dei figli di Abramo che hanno ben mimetizzato segni di fede ed impronte culturali.
La comunità tuttavia non è morta. Ha saputo trasmettersi attraverso tre generazioni, soprattutto grazie alle donne. “La cosa bella è che i nostri antenati manifestano apertamente la loro fede senza mai nascondersi di fronte al pericolo. Abbiamo ottimi rapporti con la terra d’Israele”, racconta dall’interno della minuscola sinagoga di San Nicandro Garganico, Grazia Gualano, 25 anni, “Noi siamo alla ricerca delle nostre radici, aperti al dialogo, alla conoscenza dell’altro, al rispetto reciproco”.
Lo scorso giugno, è stato presentato il docu-film sugli ebrei sannicandresi ’Zefat, San Nicandro - Il viaggio di Eti’ scritto e diretto dal regista Vincenzo Condorelli prodotto dall’Apulia Film Commission.
All’inizio del 1939 Francesco Cerrone, un calzolaio fra i più attivi dei convertiti, viene convocato alla caserma della Benemerita. Cerrone, per sua fortuna, doveva possedere un certo acume politico: quando gli fu chiesto se era “ebreo o cristiano”, rispose: “Noi siamo italiani e adoriamo il Dio Unico e ci riposiamo il sabato come Dio e il Duce ci hanno detto di fare”. Il medesimo atteggiamento da parte dei figli di Levi -come si chiamarono fra di loro- continuò negli anni della guerra.
Fu la geografia e sicuramente la fortuna a salvarli, poiché a poche decine di chilometri, proprio ai piedi del promontorio garganico, precisamente alla periferia della città di Manfredonia, in riva all’Adriatico, fu allestito segretamente in un macello per animali da allevamento, un perfetto campo di internamento. “Perché, da dove sorge questo desiderio, questo bisogno di non cedere, questa mancanza di paura, questa crescente esigenza di ostentare la loro fede nel Dio d’Israele?” argomenta Elena Cassin, esperta di civiltà mesopotamiche “Ci si può domandare perché questi uomini e queste donne hanno sfidato pericoli gravissimi per sé e i loro figli, perché, proprio in un momento di grande pericolo per gli ebrei italiani, il loro desiderio di far parte del popolo ebraico, che era diventato un popolo di paria, si manifesta con tanta forza. C’erano ebrei che avevano cercato di fuggire da quel ginepraio, c’erano stati perfino degli ebrei, casi molto rari, che avevano ottenuto di essere dichiarati ariani onorari”.
Nella montagna del sole a guidare questa gente c’era Donato Manduzio, un contadino con 45 primavere sul groppone, invalido di guerra e organizzatore di spettacoli paesani (‘I reali di Francia’, ‘Il conte di Montecristo’). Lui ebbe una prima visione. Correva il 10 agosto dell’anno 1930. Nei suoi diari si legge: «Mi trovavo nell’oscurità e sentivo una voce che mi diceva: ‘Ecco, vi porto una luce’. Ho visto, nelle tenebre un uomo che teneva in mano una lanterna spenta che non illuminava. E gli dissi ‘Perché non accendete la lampada che avete in mano?’. E l’uomo disse: ‘Non posso, non ho fiammiferi. Ma voi ne avete’. Allora ho guardato la mia mano e, infatti, tenevo un fiammifero già acceso». Il giorno seguente, un ragazzo si reca da lui con una Bibbia in mano, regalatagli da un protestante. Manduzio si mette a leggere e subito «una luce si accese nel mio cuore». Donato Manduzio pensava di aver riscoperto una religione morta. Quando si mise a leggere il Pentateuco e quando ordinò ai suoi seguaci di chiamarlo Levi, Manduzio credette che il popolo ebreo fosse scomparso da secoli. Solo un anno dopo la prima visione, quando aveva già riunito un piccolo gruppo intorno a sé per celebrare la nuova religione a modo suo, usando il Vecchio Testamento con ulteriori suggerimenti fornitigli da un susseguirsi di sogni profetici, un venditore ambulante gli riferì che “le città sono piene di quel popolo”. Manduzio allora scova l’indirizzo del capo rabbino di Roma e gli scrive una cartolina per dire che lui, cattolico di nascita, ha rifondato una religione che però sembra esista ancora, e perciò sarebbe molto grato se il rabbino potesse riconoscere formalmente questa sua conversione, nonché quella dei suoi seguaci. Il messaggio sembra uno scherzo e finisce nel cestino.
A quell’epoca, erano già iniziate le prime provocazioni ai danni delle autorità ebraiche. Ma Manduzio insiste: è un uomo determinato e anche intelligente che ha imparato a leggere e scrivere da soldato durante la prima guerra mondiale. Ritornerà dalle trincee del Carso istruito, ma anche malato: una misteriosa ferita -o forse una malattia- gli impedisce di lavorare nei campi e viene riconosciuto come invalido di guerra. Negli anni Venti arrotonda la pensione facendo il guaritore e organizzando degli spettacoli durante le interminabili notti d’inverno. Aveva un autentico talento come narratore di epiche popolane: il suo racconto de ‘Il Conte di Montecristo’ durava intere serate, coinvolgendo come attori, un gruppo di amici, per i quali aveva confezionato dei costumi di carta. In una delle rare fotografie di Donato, lui appare lindo, lucido, con due occhioni neri, irresistibili.
Quando nel 1930 decide di abbandonare la magia e dedicarsi alla religione, aveva già numerosi proseliti pronti a seguirlo. Un’aspirante profeta, dunque, aveva parecchi spunti per una religione fai-da-te. Nonostante la sua scelta decisa della religione ebraica come unica fonte di verità, Manduzio non accettava tutti gli optional. Aveva un’avversione, per esempio, per il Talmud, che considerava, grazie a un’altra visione, un tradimento ritualista e giuridico della legge mosaica.
Un mese più tardi la spedizione della prima cartolina, non avendo ottenuto risposta, Manduzio scrive una lettera lunga e dettagliata al rabbino di Roma. Questa volta lui risponde, ma è ancora diffidente: vuole sapere come mai si sono messi in testa di abbracciare il giudaismo in una paese dove non c’erano ebrei e dove il giudaismo come pratica di vita doveva essere totalmente ignoto. A differenza delle molte sette evangeliche che andavano a caccia di anime nella Puglia di quegli anni, l’ebraismo non ne aveva mai cercate. Anzi, spiegava il rabbino Sacerdoti: «l’ebraismo solo eccezionalmente accetta proseliti», anche perché «considera che la vita futura non è appannaggio esclusivo degli ebrei». Manduzio, tuttavia, si impone e viene mandato il primo di una serie di emissari, un pò per guidare, un pò per controllare il gruppo.
Nel 1936 arriva Raffaele Cantoni, rappresentante del nuovo rabbino di Roma, Davide Prato. Cantoni distribuisce 22 taledoth -gli scialli portati dagli ebrei maschi durante la preghiera- e inaugura una sinagoga in una casa affittata -dopo mille peripezie- a tale scopo. La sinagoga, però, non riceve l’autorizzazione del Ministero degli Interni e nello stesso periodo le autorità fasciste cominciano ad interessarsi del gruppo di San Nicandro.
I visitatori di casa Manduzio vengono tenuti sotto stretto controllo dai carabinieri; e si scomoda pure l’Ovra -la polizia segreta fascista. Quando il rabbino capo di Roma cerca di salvare Manduzio e i suoi dalla tempesta imminente, spiegandogli che siccome la loro conversione «non è mai stata legalizzata» possono benissimo anche esentarsi dal considerarsi ebrei, Manduzio gli scrive indignato una missiva firmata da tutti gli uomini e le donne della comunità.
Prima di morire Manduzio vide realizzarsi il suo desiderio più forte: nell’agosto del 1946, il rabbino di Ravenna è inviato a San Nicandro per preparare la circoncisione collettiva che avrebbe segnato l’integrazione definitiva dei figli di Levi nella comunità ebraica italiana.
Dieci giorni dopo la circoncisione ebbe luogo la Tebilah -il bagno rituale- che si svolse sulla spiaggia di Torre Maletta.
La scomparsa di Manduzio, nel 1948, apre le porte all’emigrazione nella Terra promessa. I primi a partire sono i due figli di Ciccillo Cerrone (il calzolaio) che si imbarcano a Bari e si arruolano nell’Haganà (all’epoca della prima guerra tra arabi ed ebrei). Dopo fu un esodo.
Nel cimitero del paese una lapide di marmo grigio reca questa iscrizione, tra due maghen-David: «Donato Manduzio nacque nel 1885 e visse nell’uso del paganesimo fino al 1930, ma l’11-8 corrente anno per ispirazione divina fu chiamato da Dio col nome di Levi cioè sacerdote, e bandì in questa roccia tenebrosa l’unità di Dio e il riposo del sabato. Morto il 15-3-1948».
Il seme non si è estinto ma ha dato i suoi frutti. «E’ impensabile per chi governa la cosa pubblica escludere queste radici ebraiche» attesta il sindaco Costantino Squeo. Come dargli torto: impossibile immaginare pensieri lungimiranti senza accogliere il prossimo.

Ancora su Paolo Furgiuele

Ritorno ancora una volta, con nuove parole sempre di Mario Campanella,
sulla storia di Paolo Furgiuele, il cosentino gay e fascista che protesse un giovane ebreo
negli anni delle persecuzioni razziali, salvandogli la vita

Storia del fascista omosessuale che a Cosenza salvò un ebreo
Mario Campanella
Giornalista, autore della pièce "La razza umana" e del libro in uscita in autunno
sul fascista omosessuale che salvò un ebreo
Nella foto, Erich Heckel, olio 1910

Paolo Gabrieli era fascista, di convinzione. Figlio unico di una coppia borghese dell'entroterra cosentino, lavorava all'ufficio dazio. Era un omosessuale, ma viveva le sue pulsioni con la sobrietà e la continenza di chi non voleva, forse, perdere di vista l'autorevolezza di quel ruolo di responsabile del Pnf, correlato allo schema del maschio vincente.
Gli piaceva il ballo e quasi ogni sabato organizzava feste al Gran Caffè Renzelli, a Cosenza, insieme a Don Pietro Palazzi, anch'egli omosessuale, storico cameriere della pâtisserie del borgo antico. Don Pietro era più bravo di lui a ballare, ma Paolo era un innovatore: un parente americano gli spediva le canzoni jazz all'avanguardia e quel ritmo nuovo, proibito in Italia, gli solleticava nuove emozioni.
A settembre del 43 il campo di Ferramonti era stato liberato dagli Alleati, ma pochi vi si avvicinavano.
Correva voce che vi fossero ancora prigionieri, anche se era stato il primo campo di prigionieri per ebrei ad esser liberato nel mondo. Paolo aveva saputo da poco notizie circa una sorta di progetto nazista di sterminare tutti i cittadini di razza ebraica, ma non ci credeva ancora pienamente e nè voleva mai pensare che il suo Duce potesse essere complice di una cosa così orrenda. Si, è vero, c'era stata quella alleanza che lui, per formazione, non elogiava: avrebbe sognato un patto di ferro con Francia e Inghilterra che rendesse l'Italia sovrana sul Mediterraneo, ma le parole sullo sterminio non lo convincevano.
Un giorno di ottobre bussò alla sua porta un giovane bellissimo, poteva avere poco più di vent'anni, alto un metro e ottanta, i capelli neri ondulati, due grandi occhi, le spalle larghe e l'aspetto di chi ha dovuto vagare per mesi. Si presentò, disse che era figlio di un'italiana e di un greco ebreo, che era scappato da Petrasso, aveva raggiunto Napoli e poi era sceso in Calabria. Tremava come un uccello smarrito. Chiese ospitalita, Paolo gliela negò. Non voleva perdere le sue certezze, gli spazi di vita che divideva con la sua governante. Rimosse subito, come un pensiero parassitario, l'idea di poter apprezzare la bellezza di quel giovane. Il ragazzo rimase lì, piangente, Paolo si convinse dopo ore. Gli disse che se era un ladro gliel'avrebbe fatta pagare cara e che se voleva rimanere in quella casa doveva starsene murato dentro. Avrebbe potuto indossare alcuni suoi vestiti, avrebbe avuto da mangiare e anche d leggere, ma non doveva uscire.
E così fu, nessuno se ne accorse. Solo il postino, una volta, lo vide passare , ma la governante fu brava a dirgli che lo spirito del Ragioniere, il padre di Paolo, ogni tanto faceva burle. Era stata certo una visione. In quei sei mesi parlò poche volte con il ragazzo. Non invitò nessuno dei suoi amici a casa. Poi a maggio, nel 1944, gli disse che poteva andare via. Gli diede diecimila lire e altre duemila gliele consegnò la governante, più una serie di vestiti. Gli sarebbero bastati per tornare in patria, ma lui gli consigliò di fermarsi a Napoli, che era stata liberata proprio quando il ragazzo stava partendo.
Non lo vide più.
Finita la guerra, Paolo subì le proscrizioni per la sua fede, ma non invocò mai quel gesto così intimo. L'amnistia di Togliatti lo restituì alla vita .
Poi, una mattina del 48 rivide quel giovane, giunto a ringraziarlo con la sua piccola moglie e un bambino, di nome Paolo .
Lo ospitò abbracciandolo stavolta. Gli regalò altri soldi, poi riprese la sua vita. Triste e solitaria. Con in mano la nuvola nera del sigaro e le note di un'orchestra jazz.

For Ferramonti - Memoria 70 x 2 5



Domani, mercoledì 24 aprile a Roma, dalle 1O alle 18
presso il Centro ebraico Il Pitigliani, in Via Arco de’ Tolomei, 1
in occasione del 7O° Anniversario della Liberazione di Ferramonti (1943-2O13)
e del 25° Anniversario della Fondazione Ferramonti (1988-2O13)
si terrà il Convegno storico internazionale

For Ferramonti
M  E  M  O  R  I  A     7 0  x  2 5

Con la partecipazione straordinaria
di Miriam Meghnagi

Per ricordare i 70 anni della liberazione del Campo di Ferramonti, in Calabria - che tra la primavera del 1940 e l’estate 1943 fu il principale sito italiano di internamento per ebrei stranieri e apolidi nella seconda guerra mondiale - e per celebrare i 25 anni della Fondazione Ferramonti - che ne salvaguarda la memoria storica, a partire dalle ricerche di Carlo Spartaco Capogreco - si svolgerà il 24 aprile al Centro ebraico Italiano “Il Pitigliani” di Roma il Convegno Internazionale “For Ferramonti - Memoria 70 x 25.
Sarà una riflessione a più voci sulla storia e la memoria della realtà dei campi fascisti, realtà rimossa o negata per decenni e che proprio grazie alle ricerche su Ferramonti e al successivo ampliarsi del filone di studi sui “campi del duce”, ha riconquistato visibilità agli occhi della comunità scientifica e dell’opinione pubblica, per un recupero di consapevolezza indispensabile per l’Italia e per il dovere di responsabilità, elemento irrinunciabile in una democrazia che sia pienamente realizzata.
For Ferramonti - Memoria 70 x 25 sarà anche, grazie alla presenza di alcuni tra i più autorevoli storici italiani e stranieri e di alcuni testimoni ed ex internati, un modo per partecipare senza retorica al ricordo e al dibattito sulla data del 25 aprile, nel 68° anniversario della Liberazione Nazionale dal nazi-fascismo.
Ecco dunque perché questo titolo: “For Ferramonti - Memoria 70 x 25. I 25 anni di ricerca e attività su Ferramonti/della Fondazione Ferramonti sono stati volano e moltiplicatore non solo degli studi sull’internamento fascista e sui “luoghi di memoria”, ma anche di una, per quanto tardiva, presa di coscienza e di responsabilità.

Una riflessione sulla storia e la memoria dei campi fascisti, a partire dal capitolo centrale di questo filone di studi. Analisi, pensieri, testimonianze.
For Ferramonti - Memoria 70 x 25, perché i 25 anni di ricerca e attività su Ferramonti/della Fondazione Ferramonti sono stati volano e moltiplicatore non solo degli studi sull’internamento fascista, ma anche di una, per quanto tardiva, presa di coscienza e di responsabilità.
Se, infatti, la vicenda storica del campo di Ferramonti è centrale nell’ambito del sistema concentrazionario fascista, quella della Fondazione Ferramonti (promossa nel 1988 da Carlo Spartaco Capogreco) è, per molti aspetti, una storia esemplare. Una storia che non si è interessata solo del campo d’internamento omonimo, allestito in Calabria nell’estate del 1940, ma ha svolto un ruolo significativo anche rispetto all’insieme degli studi sull’internamento civile fascista e dell’azione socio-culturale volta alla riscoperta e alla salvaguardia dei “luoghi di memoria”.


 Presenta e coordina
Anna Longo (Vice Caporedattore Cultura Giornale Radio Rai)

Indirizzi di saluto
Riccardo Pacifici (Presidente Comunità Ebraica di Roma)
Francesco Altimari (Prorettore Università della Calabria)
Maria Francesca Corigliano (Assessore alla Cultura della Provincia di Cosenza)
Liliana Picciotto (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea)
Enrico Modigliani (“Progetto Memoria” del CDEC)
Leone Paserman (Presidente Fondazione Museo della Shoah)
Mario Avagliano (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

Introduzione
Mario Toscano (Università di Roma “La Sapienza”)

INTERVENTI
FOCUS 70 / Ferramonti
Liliana Picciotto (Responsabile di ricerca della Fondazione CDEC)
Un libro, una storia, un luogo
Anna Pizzuti (Ricercatrice storica, Frosinone)
Ebrei stranieri a Ferramonti (1940-1943): tracce per la ricerca
Mario Rende (Università di Perugia)
Tre figure emblematiche del campo di Ferramonti: Gaetano Marrari, Paolo Salvatore e Padre Callisto Lopinot
Luciana Marinangeli (Scrittrice, Roma)
L’epistolario di un internato speciale. Ernst Bernhard a Ferramonti

FOCUS 25 / la Fondazione
Klaus Voigt (Technische Universität, Berlin)
L’attività della Fondazione Ferramonti vista da uno storico tedesco
Alberto Cavaglion (Università di Firenze)
Alla ricerca di Ferramonti
Luigi Maria Lombardi Satriani (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
I compleanni, la memoria e la speranza
Marta Bosticco (Università di Torino)
La Fondazione Ferramonti come laboratorio per la riscoperta dei “campi del duce”
Teresa Grande (Università della Calabria)
I “luoghi di memoria” nel lavoro della Fondazione Ferramonti, tra pratiche ed elaborazioni
Costantino Di Sante (Istituto di Storia contemporanea della Provincia di Pesaro)
L’impulso dato dalla Fondazione Ferramonti alle ricerche sui campi fascisti
James Walston (American University of Rome)
La Fondazione Ferramonti e le politiche della memoria in Italia

LINKS
Maria Chiara Fabian (Ricercatrice storica, Associazione “Il Fiume”, Rovigo)
Gli ebrei internati nel Polesine e i rapporti con il campo di Ferramonti
Gianni Orecchioni (Storico, ANPI-Lanciano)
Internamento civile e Resistenza in Abruzzo
Metka Gombacˇ (Arhiv Republike Slovenije, Ljubljana)
La ricerca sui campi fascisti per sloveni e croati tra archivi e testimonianze
Mario Palmerio (Pedagogista, Chieti)
Da Guardiagrele a Ferramonti: “E’ un giovane discolo, non vuole lavorare”
Luciana Rocchi (Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea , Grosseto)
“A Roccatederighi rimasero solo le valigie”: storie di ebrei stranieri da Ferramonti ad Auschwitz
Paolo Veziano (Ricercatore storico, Ventimiglia)
Espulsione o internamento: ebrei stranieri nella riviera ligure (1938-1940)
Ivo Jevnikar (Knjižnica Dušana Cˇerneta, Trieste)
Gli sviluppi recenti della ricerca storica sui campi fascisti “per slavi”
Leone Paserman (Fondazione Museo della Shoah)
Da Ferramonti a Colorno, tra internamento e Resistenza

Testimonianze
Elvira Frankel (Roma)
Giorgio Lazar (Roma)
Maria Cristina Marrari (Reggio Calabria)
Jakub Klein (Roma)
Piero Terracina (Roma)
Riccardo Schwamenthal (Bergamo)

Riflessioni conclusive
Carlo Spartaco Capogreco (Presidente della Fondazione Ferramonti - Università della Calabria)

Gruppo dei Promotori
Alberto Cavaglion (Università di Firenze)
Teresa Grande (Università della Calabria)
Giovanna Grenga Kuck (Insegnante di Storia, Roma)
Boris Gomba(Ex direttore Naodni Muzej Slovenije, Ljubljana)
Beniamino Lazar (Presidente Comitato Italiani all’Estero, Gerusalemme)
Anna Longo (Giornalista Rai)
Enrico Modigliani (Progetto Memoria del CDEC)
Boris Pahor (Scrittore ed ex deportato, Trieste)
Claudio Pavone (Storico, Roma)
Anna Pizzuti (Ricercatrice storica)
Anna Rossi-Doria (Storica, Roma)
Riccardo Schwamenthal (Ex internato di Ferramonti, Bergamo)
Piero Terracina (Ex deportato, Roma)
Maurizio Toson Marin (Presidente ANPI di Sant’Angelo Romano)
Klaus Voigt (Technische Universität, Berlin)

Con il Patrocinio di
Provincia di Cosenza
Centro Ebraico Italiano “Il Pitigliani”
Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea
Primo Levi Center, New York
Fondazione Museo della Shoah
Italia Nostra

Organizzazione
International Network For Ferramonti c/o Anpi Sant’Angelo Romano (Roma)
Segreteria Organizzativa:
Ludovico Suppa, Maurizio Toson Marin, Daniele Zingaretti
tel: 335.7802338; 347.3323292; 340.4642173; 339.3161176.

Supporto scientifico
Fondazione Ferramonti - Cosenza

LA FONDAZIONE FERRAMONTI
Costituita nel 1988 da Carlo Spartaco Capogreco, la Fondazione Ferramonti ha per principali scopi quelli di: 1) recuperare e conservare la memoria storica del campo di concentramento di Ferramonti che operò in Calabria tra il 1940 e il ‘43; 2) promuovere la più generale ricerca sull’internamento civile e la persecuzione politico-razziale in età fascista; 3) favorire la conoscenza e l’amicizia tra i popoli e l’affermazione di una società scevra dal razzismo e dal pregiudizio.
Essa opera, inoltre, per offrire risposte concrete alle tante domande che provengono dal mondo scolastico e universitario, e da quello giovanile in genere, sui temi cruciali del rapporto tra storia, memoria e società contemporanea. E pone una speciale attenzione alle grandi sfide socio-culturali odierne, in costante collegamento tra quanto avvenuto nel XX Secolo (in particolare la violenza e le persecuzioni dei totalitarismi, la Resistenza, la Shoah) e gli scenari attuali: crisi della democrazia, “perdita di memoria”, conflitti e guasti economico-sociali ed ambientali legati alla globalizzazione.
La lunga esperienza della Fondazione è ampiamente riconosciuta non soltanto per il suo apporto scientifico ed educativo (in primo luogo legato alla riscoperta del campo di Ferramonti), ma anche per le battaglie civili e le più diverse iniziative, perseguite con successo in Italia e all’estero, finalizzate alla salvaguardia dei luoghi di particolare interesse storico, primi fra tutti i siti dell’internamento e del confino fascista. E’ frutto dell’attività della “Ferramonti”, inoltre, la rassegna annuale denominata “Memoria-meeting” (la più longeva manifestazione culturale italiana incentrata sulle tematiche della storia e della memoria), promossa e organizzata dalla Fondazione fin dal 1989.

lunedì 22 aprile 2013

Quattro madri: cinema israeliano a Napoli



Nei quattro giovedì dal 9 al 30 maggio il Centro di studi ebraici dell’Università “L’Orientale” di Napoli organizza la consueta rassegna di cinema israeliano.
Le proiezioni in lingua originale con sottotitoli in inglese saranno alle 14,30 presso l’aula 5.1 di Palazzo Mediterraneo, via Nuova Marina 59, Napoli.

È un vero piacere (con anche un pizzico di “orgoglio meridionale”) vedere quante iniziative e di che livello vengano organizzate da questo Centro studi, sicuramente uno dei più attivi in Italia.



Quattro madri è il titolo di un romanzo di Shifra Horn (Arba imahot, tradotto in italiano da Sarah Kaminski per Fazi Editore, 2000) che narra la storia di quattro generazioni di donne sullo sfondo di un secolo di storia di Gerusalemme.
E Quattro madri sono anche le protagoniste di una rassegna che, per il quarto anno consecutivo, porta all’Università L’Orientale di Napoli una serie di film israeliani non distribuiti in Italia.
La rappresentazione di quattro diverse figure di madri - lontane per epoca, origine, condizione sociale e carattere - offre uno sguardo inedito sulla società israeliana nel corso di mezzo secolo, dagli anni immediatamente successivi all’Indipendenza fino agli anni Zero.






Henya (Gila Almagor) proviene da “là”, il vecchio, innominabile mondo est-europeo di cui le rimangono un numero tatuato sull’avambraccio, una serie di disturbi mentali e una figlia di dieci anni, Aviya (Kaipu Cohen).
Con la stessa forza e determinazione che avevano fatto di lei un’eroina della Resistenza polacca, Henya “la partizanke” combatte la sua lotta di madre single in una terra dura, in una delle città di sviluppo costruite negli anni ’50 nelle aree meno popolate di Israele; combatte con vicini ostili o indifferenti, ma soprattutto combatte con sé stessa nel tentativo di sopravvivere psicologicamente alla Shoah, aggrappandosi a un’ossessione per la pulizia e a un atroce rituale quotidiano: ascoltare i nomi di sopravvissuti che la radio ogni giorno elenca come i vincitori di una lotteria della vita.
Perché il suo equilibrio vacilli, basta poco: le note di un valzer e il suono dello yiddish, la lingua ostinatamente sepolta assieme a una memoria che, tra vecchie fotografie e fantasmi più o meno reali, inevitabilmente riaffiora.
La straziante storia della piccola Aviya, condensata in un’estate che fa di lei un’adulta prima del tempo, non è altro che la vera storia dell’infanzia di Gila Almagor, raccontata negli anni ’80 in un libro autobiografico e portata a teatro con un monologo su cui si basa L’estate di Aviya (1988), il film in cui l’attrice presta voce e corpo al ricordo di sua madre.

Miri (Ronit Yudkevitz) è una donna fragile, membro di un kibbutz negli anni ’70 e madre single di due ragazzi, entrambi a un passaggio cruciale della crescita: l’anno del bar mitzva per il minore e la chiamata al servizio militare per il maggiore.
Protagonista in quasi ogni scena è Dvir (Tomer Steinhof), il figlio minore, un dodicenne che ha perso il padre in quello che viene chiamato pudicamente “un incidente” e tenta invano di mantenere un rapporto sano con una madre mentalmente instabile.
Il mondo intorno a loro gioca il ruolo di ingombrante antagonista in questa storia di una famiglia allo sbando: istituzione tipicamente e profondamente israeliana, il kibbutz è un modello di società utopica fondata su ideali socialisti e collettivisti, un mondo apparentemente ideale, che tuttavia in Terra pazza (2006) viene demolito scena dopo scena.
La microsocietà in cui il piccolo Dvir cerca il proprio posto è contagiata dalla stessa ipocrisia e dalle stesse rivalità del mondo di fuori, in aggiunta ai meccanismi schiaccianti di una comunità chiusa che richiede totale dedizione rifiutandosi di ascoltare le grida di aiuto del singolo.
Il mondo in cui Miri si aggira sola e alienata è un mondo in cui l’amore viene rimesso ai voti di una decisione collettiva; è un mondo in cui l’accusa di non contribuire al bene comune, di non essere parte integrante e integrata della collettività, ha il peso di una condanna che si esprime nell’abbandono, sinonimo di un’incapacità di affrontare la fragilità dell’individuo e la complessità dei rapporti.

Aviva (Assi Levy) è decisamente una donna forte: i figli adolescenti, il marito disoccupato, la sorella in crisi matrimoniale, la vecchia e problematica madre, tutti, chi in un modo chi nell’altro, si appoggiano a lei; e lei fa da madre a tutti, cercando di mantenere dignità e ordine in una famiglia povera e complicata della Tiberiade di oggi.
Cuoca in un hotel, non trascura la sua grande e insopprimibile passione: pur non avendo a disposizione nulla di simile a “una stanza tutta per sé”, riesce ogni sera a ritagliarsi un momento da consacrare interamente alla scrittura.
Quando i suoi racconti arrivano sulla scrivania di un famoso scrittore di Tel Aviv, la vita sembra finalmente offrirle una svolta; ma colui che potrebbe aiutarla, e che dovrebbe ammettere di non aver nulla da aggiungere al suo talento di autrice, si rivela un’ennesima figura bisognosa.
Anche lo scrittore famoso, come tutti gli altri, ha bisogno dell’aiuto di Aviva; ma, a differenza di degli altri, si offre di comprarlo.
Aviva amore mio (2007) è un film centrato sulla figura di una madre che resta tale anche quando è sorella, figlia o moglie; mossa dall’amore per la sua famiglia e da un naturale, spontaneo senso di responsabilità, Aviva esercita sempre un sereno controllo sul caos intorno a lei, mentre lotta per emergere senza mai lasciarsi ossessionare da una smania di successo.
Il suo controllo e la sua calma determinazione sembrano cedere soltanto quando viene meno la fiducia nelle persone che la circondano; e lei, forse per la prima volta, si ritrova da sola a interrogasi sul senso del suo ruolo nella famiglia.

La seconda Miri (Mili Avital) vive ai nostri giorni; è una hostess di 37 anni, è due volte vedova di guerra e vive con la sorella Gila (Anat Waxman), appena separata dal marito.
Da un giorno all’altro, nella sua quieta esistenza irrompe una figura inattesa: un bambino cinese la cui madre, domestica di Miri, è stata espulsa all’improvviso dal Paese; col bambino non c’è modo di comunicare, neppure per sapere il suo nome, e così viene chiamato Noodle.
Un po’ alla volta, questa entità aliena piombata all’improvviso nella vita delle due sorelle diventa non solo un essere da amare, ma una sorta di catalizzatore per la soluzione dei problemi intorno a lui; svegliatasi dal letargo dei suoi lutti, Miri è ora disposta a correre dei rischi, assieme ai suoi colleghi, per una missione: riunire il bambino a sua madre.
Con umorismo delicato, questa deliziosa e toccante commedia affronta il tema dell’immigrazione di lavoratori asiatici in Israele, e lo fa mettendo in scena un piccolo incontro di culture che riescono a comunicare solo attraverso il codice condiviso delle emozioni.
Ma Noodle (2007) è anche un film sull’amore e sul rapporto tra un figlio e le sue madri; attraverso una storia singolare, descrive la forza di un legame universale e la guarigione di una donna che, dedicandosi a un piccolo estraneo piombato per caso nella sua vita, si accorge all’improvviso di aver recuperato la capacità di amare.

Un blog per il ritorno


Voglio dare il benvenuto al blog di Shavei Israel Italia, Al Sud! Al Sud! (Radici),
curato da rav Pierpaolo Pin’chas Punturello, già rabbino di Napoli, che da Gerusalemme,
dove ha fatto aliyah, continua
oggi a seguire la realtà ebraica meridionale,
occupandosi in particolare del difficile ma entusiasmante cammino di ritorno alla fede dei Padri.

Si tratta di un nuovo strumento che si affianca al recente gruppo Facebook Shavei Israel italiano.
Riporto di seguito il post “programmatico” del blog, che sono certo svolgerà un ruolo importantissimo in questa bella avventura del ritorno ebraico nel Meridione



Negli ultimi quindici anni la globalizzazione delle idee, la ricerca storica, la consapevolezza identitaria e l’avventurosa mobilità di un certo tipo di mondo rabbinico ha spalancato, in Italia, la porte del mondo ebraico del Sud della penisola.
Un Sud che urla il proprio passato, a volte in maniera acerba, a volte in maniera conscia, a volte in altra maniera. Altra persino da se stesso.
Continuare a ripetere al mondo la storia degli anusim siciliani, calabresi, campani e pugliesi ha un senso solo se questa storia viene incanalata in un futuro, in un impegno ebraico reale ed internazionale, in un riconoscimento ebraico consapevole e duraturo, con profonde radici tra le bianche pietre di Trani, gli odori dei cedri di Calabria, i mandorli in fiore di Sicilia ma aprendo gli orizzonti identitari a Gerusalemme come a New York e facendo in modo che ognuno degli anusim del Sud possa essere ebreo, intimamente e formalmente, in ogni sinagoga di ogni luogo del mondo.
Nel Sud Italia, in questi ultimi mesi o forse negli ultimi anni, abbiamo visto il nascere di paternità e maternità rabbiniche diverse: in molti si sono offerti o scoperti primi fondatori, primi padri pellegrini dei percorsi di riscoperta delle radici degli anusim.
In molti hanno affermato di essere stati i primi, i primissimi, gli inimitabili archeologi delle identità ebraiche di Bari, Cosenza, Palermo, Catania, Piazza Armerina.
A tutti, proprio tutti, va la nostra gratitudine ma chi ha veramente a cuore le sorti del Sud non gioca al baseball di chi ha vinto la prima base o la prima sinagoga, bensì si impegna perché il signor Davide di Catania domani possa andare a Tel Aviv o Torino o Milano e dire semplicemente: “ Buongiorno sono ebreo” Senza dover passare atti formali di conversione, analisi di documenti poco chiari (dei quali lui non ha colpa, se non quella della fiducia estrema!) firme di probabili rabbanut valide per l’Oregon, il Missouri, il Montana ma nulla più. O forse nulla meno. Il Sud non può essere trattato come un West, non può trovarsi in guerra tra conquistadores, indiani, cow boy dell’halacha e lazzi del ghiur da un cavallo in corsa.
Questo non sarebbe rispettoso per l’Ebraismo italiano, l’Ucei, Shavei Israel e la Comunità di Napoli, ovvero le istituzioni che oggi si sono impegnate per una attenzione ed un sostegno reale al Sud Ebraico e non è neancherispettoso per chi abita e vive il Sud ebraico. Non è rispettoso per chi vive seriamente lo Shabbat a Cosenza, a Reggio Calabria, a Palermo, a Brindisi ed a Catania in situazioni di micro realtà ebraica e di macro sforzi che sono portatori di un tale e serio impegno da non meritare i lustrini di maghen david musicali ma sono richieste di impegni validi, istituzionali e dal vasto orizzonte.
Un vasto orizzonte che richiama anche il Sud alle proprie responsabilità, all’unione tra le componenti che lo caratterizzano, all’attenzione a non diventare solo folklore, alla maturità di una identità che da tradizione dovrà tornare ad essere popolo, nazione ebraica, non meno di quella che fu Livorno, non meno del serio ritorno degli ebrei delle Baleari, di Colombia, del Messico e della Polonia che sta riscoprendo se stessa.
Le antiche radici ebraiche del Sud sono una certezza per chi oggi è “baderech” in cammino verso casa, ma non sono una attrattiva turistica, né una fonte per matrimoni o per altre feste familiari per annoiati statunitensi. Fermo restando la grande bellezza del Sud ed il suo enorme potenziale turistico, non è certo questo che interessa chi è “baderech” e chi oggi studia Torà per ricongiungere cinquecento anni di storia al futuro del popolo ebraico. A questo ricongiungimento dobbiamo educazione, seminari, incontri, formazione, studio, partecipazione. Alla serietà di queste radici antiche non possiamo e non vogliamo offrire violini, rose, cioccolato kasher e immagini romantiche dei passi di Doña Gracia Nasi.
Con questo articolo ho deciso di aprire questo blog in quanto responsabile di Shavei Israel in Italia, con un sguardo che come il conto dell’Omer di questi giorni ha ben impressi i passi verso il futuro ed è ben informato e ben consapevole del conteggio dei giorni che sono passati.
Buon cammino
Rav Pierpaolo Pinhas Punturello

martedì 16 aprile 2013

Ferramonti 1943 - 2013, programma




Come promesso in un precedente post, pubblico il programma integrale, che riprendo dal blog del professore Paolo Coen dell’Università della Calabria, del II incontro dell’ECOSMeG (European Cosmopolitanism and Sites of Memory through Generations), che si terrà tra Cosenza e Ferramonti dal 23 al 25 aprile prossimi




Convegno internazionale di studi
II incontro ECOSMEG

Ferramonti 1943 - 2013
Storia, contesti, didattica, prospettive

23 - 25 Aprile 2013
Università della Calabria - Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia

Direzione scientifica e organizzativa
Paolo Coen – paolocoen@hotmail.com
Antonella Salomoni – antonella.salomoni@unical.it

Responsabile del progetto ECOSMEG
Maura de Bernart – mauradebernart@unibo.it

Comunicazione
Francesco Kostner - relest@unical.it


ECOSMeG - European Cosmopolitanism and Sites of Memory   


Motivazioni dell’evento
Il campo di Ferramonti di Tarsia, ubicato pochi chilometri a nord di Cosenza, in Calabria, fu uno dei siti di prigionia e di internamento più importanti realizzati dal regime fascista di Mussolini. Sorto come luogo di confino e ufficialmente aperto nel giugno 1940, in seguito all’entrata in guerra del paese, ospitò al suo interno alcune migliaia di prigionieri, per lo più ebrei stranieri e, insieme, diverse centinaia fra detenuti politici, apolidi, slavi, greci e cinesi. Il campo, formalmente liberato il 14 settembre 1943 dalle truppe inglesi, continuò a funzionare nei mesi successivi, anche se naturalmente le condizioni di vita degli internati migliorarono in modo sensibile. La chiusura ufficiale cadde l’11 dicembre 1945.
 L'evento si collega al secondo incontro dei partecipanti al progetto ECOSMEG (European Cosmopolitanism and Sites of Memory through Generations). Il progetto ECOSMEG, che rientra nel programma Europe for Citizens-Active Remembrance della Commissione UE-EACEA, vede come Università capofila l'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, responsabile Maura de Bernart, con le Università della Calabria e di Teramo in Italia, di Zagabria in Croazia e di Tirana-Marin Barleti in Albania. L’evento specifico, organizzato congiuntamente dall’Università della Calabria e dal Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia, con il sostegno dello SPI CGIL Calabria, si svolge in collaborazione con la Rete Universitaria per il Giorno della Memoria, la Provincia di Cosenza, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria, la Fondazione Italia-Israele per la Cultura e le Arti, la Società Dante Alighieri – I Parchi Letterari e la casa editrice Rubbettino in qualità di media partner.
Diversi gli obiettivi. Da un lato pare importante fare il punto sul piano storico, in forza di recenti contributi, di nuovi metodi di approccio e dell’incontro-confronto tra studiosi di esperienza acquisita e altri che invece appartengono alle generazioni più giovani. Pari rilievo gode poi l’allargamento del piano disciplinare, grazie al concorso di ricercatori che fanno capo, tra l'altro, ai mondi delle scienze sociali, dell’archeologia, delle arti e della letteratura. Anche alla luce di quanto si è sperimentato altrove, sembrano queste le basi giuste per delineare un panorama realmente collettivo e pluralista di Ferramonti, ancor più necessario di fronte all’ormai acquisito status istituzionale dell’ex campo in qualità di Museo della Memoria. Ferramonti dunque pensato nell’ottica di un bene culturale dell’umanità, in una prospettiva in grado di coinvolgere, anche grazie al progetto ECOSMEG, i paesi dell'area europea e quelli che a suo tempo costituirono il rifugio degli ex internati, dal Canada alle nazioni dell’America del Sud, dagli Stati Uniti a Israele.
Paolo Coen e Antonella Salomoni
Maura de Bernart



Programma delle attività

23 Aprile 2013
Cosenza, Palazzo della Provincia, Sala degli Specchi
15.00 - 18.00
Indirizzi di saluto
Francesco Panebianco, Presidente della Fondazione Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia
Michele Gravano, Segretario generale della CGIL Calabria
Mario Occhiuto, Sindaco di Cosenza
Gerardo Maria Oliverio, Presidente della Provincia di Cosenza

Leone Paserman, Presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma, Ricordi di Ferramonti. A seguire: interventi e domande dei partecipanti ECOSMEG
Paolo Coen e Antonella Salomoni, Le ragioni del convegno
Maura de Bernart, Ferramonti nel progetto ECOSMEG
Simonetta della Seta, Ferramonti e l’Associazione Italia-Israele: le prospettive di sviluppo

Consegna del “Premio Ferramonti – I edizione", conferito dallo SPI CGIL Calabria, a cura di Vladimiro Sacco, con la partecipazione di Stanislao Pugliese

Cosenza, Piazza Vittoria, Sede della CGIL Calabria
18.00 - 19.00
Apertura della mostra d'arte Echi dal Ghetto: revisited, a cura di Alessandra Carelli


24 Aprile 2013
Università della Calabria, Aula Magna

9.30 - 10.15
Sessione plenaria

Indirizzo di saluto
Giovanni Latorre, Magnifico Rettore dell’Università della Calabria

Donatella Di Cesare, Lezione introduttiva – Luoghi della memoria – spazi del tempo. Il ricordo contro la negazione

10.30 - 12.30
Sessioni multiple e parallele

Aula Magna
Sessione 1 - Pedagogia e didattica
Moderano: Giuseppe Spadafora e Angela Riggio

Sandra Renzi, La condizione dell’infanzia a Ferramonti: cosa dovremmo sapere e perché
Anna Melacrinis, Il valore della Memoria
Rosellina Capalbo, Il Nazismo e la Shoah: il caso Ferramonti
Rosanna Magnifico, Per non dimenticare
Patrizia Marino, Dal sud Europa per non dimenticare un campo del duce

Sala stampa dell’Aula Magna
Sessione 2 - Storia
Modera: Vittorio Beonio Brocchieri

Tommaso Dell’Era, Il campo di Kavajë nelle nuove fonti archivistiche albanesi, italiane e serbe e le sue relazioni con Ferramonti
Giuseppe Ferraro, Non solo ebrei: il caso etiopico (1937-1943)
Fausta Gallo e Simone Misiani, Ferramonti: la memoria, il racconto, i testimoni. Alcuni nodi problematici
Samuela Marconcini, Categoria A4bis: gli ebrei stranieri internati in Italia (1940-1943) alla luce del fondo omonimo conservato presso l'Archivio Centrale dello Stato di Roma

Cubo 0 – Aula Seminari
Sessione 3 - Arti
Modera: Paolo Coen

Paolo Carafa, Per un’archeologia della Shoah: paesaggi della Memoria a Ferramonti
Lorenzo Canova, Bruno Canova e l’arte della Shoah
Cristiana Coscarella, Architettura e Shoah
Giusy Meister, La rappresentazione della Memoria nel lavoro di alcuni giovani artisti israeliani, da Boaz Arad a Meital Katz Minerbo

Pausa per il pranzo

14.30 - 16.30
Sessioni multiple e parallele

Aula Magna
Sessione 4 – Riunione del progetto ECOSMEG
Moderano: Paolo Coen e Maura de Bernart

Interventi programmati di Fausta Gallo e Simone Misiani (Teramo), Dorian Jano (Tirana, Marin Barleti), Hrvoje Spehar (Zagreb), contributi al dibattito di Cesira Bellucci, Alessandro Bozzetti, Alessandra Carelli, Danilo De Rose, Sabrina Evangelista, Massimo Fortunato, Dominik Knezovic, Antonella La Robina, Ivan Pepic, Claudia Piermarini, Eduart Qatja, Elena Ricci, Dorina Terziu

Sessione 5 - Storia e scienze sociali
Sala stampa dell’Aula Magna
Moderano: Tiziana Noce e Antonella Salomoni

Martina Ravagnan, I campi Displaced Persons per profughi ebrei stranieri in Italia
Olimpia Affuso, I luoghi della memoria e la trasmissione intergenerazionale del passato traumatico
Adele Valeria Messina, Paul Neurath: da prigioniero politico a scienziato sociale


Cubo 0, Aula convegni
Sessione 6 - Arti
Modera: Paul Paolicelli, con Sara Filice

Stanislao Pugliese, Primo Levi, Answering Auschwitz. Primo Levi’s Science and Humanism as Antifascism
Claudio Gaetani, Per una memoria attiva: un percorso tra etica ed estetica nel cinema della Shoah
Raffaele Pellegrino, La musica al servizio del III Reich. Riflessioni storiche, filosofiche e musicologiche

16.30 – 17.15
Aula Magna
Sessione plenaria
Sintesi delle sessioni e discussione

Museo della Memoria, Ferramonti di Tarsia

18.00-18.30
Apertura della mostra Ricordare – Tributo a Bruno Canova in memoria della Shoah. Opere di Bruno Canova e Vito Miroballi, a cura e con introduzione di Lorenzo Canova

18.45-19.45
Proiezione del film Il cielo come destino. Ritratto di Enzo Sereni, scritto e diretto da Vittorio Pavoncello


25 Aprile 2013
Museo della Memoria, Ferramonti di Tarsia

9.30 - 12.30
Deposizione di una corona d’alloro al Monumento dedicato agli ex internati

Saluti delle autorità
Antonio F. Scaglione, Sindaco di Tarsia

Interventi di Demetrio Guzzardi, Antonio Coscarelli, Francesco Folino, Teresa Ciliberti, Francesco Panebianco

Tavola rotonda, Ferramonti oggi, nell’arte e nella cultura, moderano: Paul Paolicelli e Paolo Coen; partecipano Sergio Barletta, Carlo Fanelli, Stanislao de Marsanich, Claudio Gaetani e Giusy Meister, con letture di Imma Guarasci tratte dal libro Un combattente per la libertà d’Italia, di Antonio e Salvatore Coscarelli, Cosenza, Editoriale Progetto 2000, 2013

On.le Cécile Kyenge Grispino, Conclusioni