Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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giovedì 19 aprile 2012

Yom haAtzmaut 2012


Venerdì 4 Iyar (26 aprile) è Yom haAtzmaut, il Giorno dell’Indipendenza, in cui si festeggia la riconquistata libertà degli ebrei in Terra d’Israele.
Anche il nostro Meridione ebbe un piccolo ruolo in questo storico evento: a Napoli stabilì il suo quartier generale Ada Sereni subito dopo la guerra per organizzare l’aliyah degli ebrei sfuggiti allo sterminio nazista; la Puglia ebbe un ruolo particolare, sia fornendo il suo numero di olim (gli ebrei di San Nicandro, che quasi tutti scelsero di partire per Israele), sia con i suoi campi  dove si raccoglievano gli esuli in partenza (particolarmente celebre quello di Santa Maria al Bagno, dove si trovano ancora disegni e frasi di speranza che sono stati oggetto di una recente campagna di recupero), e Bari fu uno dei principali porti d’imbarco, nonché di partenza di armamenti.
Anche in Basilicata presso Metaponto soggiornarono per un certo tempo molti ebrei in attesa di partire, e le navi del nascente stato sfiorarono più volte le coste calabresi, e una nave in avaria fu condotta al porto di Reggio.
Anusim calabresi e siciliani, nati minatori andarono a lavorare nelle miniere belghe, e da qui, dopo la conversione ad opera di Rav Elio Toaff, fecero aliyah e continuarono il loro lavoro nel Negev.
Della Calabria voglio ancora ricordare che è la terra di Benedetto Musolino, un “sionista” precursore di Herzl, e di Mario La Cava, che scrisse una serie di articoli, poi divenuti libro, su Israele da poco indipendente.

Dal web 

Yom haAtzmaùt: un appuntamento con il destino
Il punto d’incontro tra il tempo delle lacrime e quello della gioia
Scialom Bahbout, Rabbino Capo di Napoli
Da cinquant’anni - un periodo che indica ormai stabilità - l’anno ebraico si è arricchito di Yom Ha’atzmaùt, il giorno dell’Indipendenza, che viene festeggiato sia in Israele che nella Diaspora. È questo un fatto anomalo, come se gli americani di origine italiana, oltre a festeggiare il 4 Luglio, volessero celebrare anche il 25 aprile, un giorno che ha certo segnato una svolta, ma solo per gli italiani che vivevano in Italia durante il Fascismo o che vi hanno fatto ritorno dopo essere andati in esilio. Questa dicotomia dell’ebreo che afferma di essere interamente italiano, ma anche completamente ebreo, ha dato adito in passato all’accusa della doppia - e quindi poco affidabile - lealtà ebraica.
La diversità del modo con cui gli ebrei hanno vissuto e vivono gli eventi - ovunque essi si trovino - impone una domanda: Yom Ha’atzmaùt è una festa "nazionale" o "religiosa"? Anche se questi ultimi due aggettivi danno una descrizione limitata e una visione riduttiva dell’esperienza ebraica, non si può negare che nel mondo moderno, e in quello occidentale in particolare in cui la "fede" nazionale è così labile, festeggiare, e per di più "religiosamente", una festa "nazionale" di un altro Stato è una contraddizione.
Qual è quindi il significato che l’ebreo oggi e le generazioni future dovranno dare a questa giornata? In altre parole, Yom Ha’atzmaùt non ha niente a che fare con le altre feste dell’anno ebraico, oppure si alimenta della medesima linfa e contiene qualcosa che lo lega intimamente ad esse.
Qualcosa possiamo imparare dalla storia di Israele, dove non sono mancate polemiche tra i Maestri circa l’opportunità di istituire nuove feste, come nel caso di Purìm e Chanukkà. Nonostante siano trascorsi cinquant’anni, il processo di accettazione di Yom Ha’atzmaùt non è ancora ultimato, anzi in certi ambienti "ortodossi" esso non è mai iniziato.
Ora, comunque si voglia guardare all’evento della nascita del terzo Stato d’Israele, è innegabile che si tratta di un fatto di per sé rivoluzionario, prodotto forse dall’unica rivoluzione veramente riuscita nel nostro secolo, quella sionista. Quali saranno gli strumenti che faranno sì che la festa potrà veramente perpetuarsi nelle generazioni? Come per il passato, mi sembra che lo strumento sarà sempre quello di riempirla di contenuti riconducibili alla Halakhà e alla Aggadà.
Per quanto riguarda i primi si dovrà rispondere alle molte domande che impone l’istituzione di una festa: Chi ha il potere di istituirla? Quali sono le norme che la caratterizzeranno? Si devono dire, come per Chanukkà e Purìm, le benedizioni che si pronunciano per le cose nuove (Shehecheyànu, "che ci ha fatto vivere"), per i miracoli accaduti (she’asà nissìm, che ha operato miracoli), se di miracolo si può parlare. E ancora, è opportuno dire l’Hallèl come a Chanukkà per un "miracolo" accaduto in terra d’Israele, apportare le modifiche alla preghiera (per esempio "’Al hanissìm, per i miracoli), scegliere un brano appropriato per la lettura pubblica della Torà o dei Profeti (haftarà), interrompere il periodo di "lutto" dell’òmer e via discorrendo? Ma - e questo mi sembra ancora più rilevante - utilizzeremo fino in fondo la possibilità di applicare modernamente la Torà e in particolare le "Norme sui governanti" del Maimonide? L’introduzione di Yom Ha’atzmaùt come festa comporta quindi da una parte dei cambiamenti nella sfera del Beth Hakeneseth, ma d’altra dei cambiamenti in quella che è la vita pubblica e politica che trova la sua espressione nella Keneseth.
Per quanto riguarda l’elaborazione aggadica, non mancano certamente gli agganci per "dimostrare" come l’avvento di questa giornata non sia un fatto casuale. Intanto, si arriva a una scoperta sorprendente applicando il sistema mnemotecnico dell’Atbash (l’alfabeto ebraico al contrario). I Maestri avevano individuato un sistema semplice per poter individuare il giorno della settimana in cui cadono le feste una volta noto il giorno in cui cadeva Pésach: il giorno in cui cade il primo giorno (alef) di Pésach, corrisponde al giorno della settimana in cui cade Tishà beav (tav), il secondo (bet) quello in cui cade Shavu’òt, etc. In questo schema mancava una qualche corrispondenza tra il settimo giorno (zain) e la ‘ain. Con l’introduzione di Yom Ha’atzmaùt anche il settimo giorno di Pésach ha un suo partner, appunto ‘Atzmauth che inizia con la ‘ain.
Ma v’è molto di più. Le feste date dalla Torà (Pésach, Shavu’òt e Sukkòt) sono un’espressione di quella che secondo la mistica ebraica è chiamato "il risveglio dall’alto" (hit’arutà dele’ela); mentre Chanukkà e Purim sono un’espressione del "risveglio dal basso" (Hit’arutà diltatà). Come è scritto nel libro dei Maccabei, Chanukkà fu istituita in corrispondenza di Sukkòt ("fecero otto giorni di festa come a Sukkòt", Purìm completa Shavu’òt, perchè è scritto che "gli ebrei accettarono a Purim volontariamente la Torà che erano stati costretti ad accettare a Shavu’òt"); per completare il quadro, mancava una festa che corrispondesse a Pésach. In effetti "la festa della liberazione" e "la festa dell’indipendenza" sono tra loro simili.
La differenza sta proprio nel fatto che la seconda è una conseguenza del "risveglio dal basso" e richiede una partecipazione attiva del popolo. Le tre idee fondamentali di creazione, rivelazione e redenzione trovano così la loro applicazione non solo nella Torà che Dio ha dato al popolo d’Israele, ma mi si permetta l’immagine, nella "Torà" che il popolo ha dato a Dio. Yom Ha‘atzmaùt si inserisce così armonicamente nell’anno ebraico e nel mondo delle grandi idee della Torà.
Uno degli elementi basilari del pensiero della Torà, infatti, resta quello secondo cui non è tanto importante la teoria o l’interpretazione, quanto l’azione. La libertà - come ogni altra grande idea - non può quindi essere un’affermazione astratta, ma qualcosa che viene accompagnato da atti concreti da compiere, sia individualmente che nell’ambito della società. Ogni cinquant’anni, nel Giubileo, accadevano due fatti importanti strettamente collegati tra loro: da una parte, la liberazione degli schiavi "recidivi" , cioè di quelli che non avevano voluto approfittare delle varie occasioni che la legge dava loro per tornare in libertà, dall’altra il ritorno della terra al padrone originario che l’aveva venduta, dopo averla ricevuta al tempo della conquista di Èretz Israèl da parte di Giosuè. Se con la festa di Pésach l’ebreo raggiunge la libertà dalla schiavitù, solo l’ingresso in Èretz Israèl e il possesso dei mezzi di produzione sono la garanzia dell’indipendenza.
Per capire appieno l’importanza di questa festa dobbiamo però fare ancora un passo. La vita ebraica si è svolta tra due poli: quello della Diaspora (Golà = ghìmel, vav, làmed, he) e quello della Redenzione (Gheullà = ghìmel, àlef, vav, làmed, he). La differenza tra le due parole sta solo nell’aggiunta di una àlef, che diventa quindi simbolo della Redenzione: noi sappiamo quanto sia preziosa e importante questa lettera con cui non inizia la Torà, ma i dieci comandamenti. Àlef, che è la prima lettera di El-okìm (Dio), perchè l’unità sta fuori dal mondo della dualità, la bet con cui comincia la Torà.
La àlef è anche quella lettera che ha trasformato le ‘Atzamòt (le ossa secche della visione di Ezechiele), in ‘Atzmaùt". Quando "la speranza era persa" (avdà tkvatenu) - così dicevano le ossa secche di Ezechiele - lo Spirito ha soffiato nelle ossa e queste ossa sono tornate a rivivere, trasformando la golà in gheullà e le ‘atzamòt in ‘atzmaùt.
Un processo che necessita ancora di molta strada, perché secondo la definizione che noi troviamo nella preghiera per "la pace dello Stato", Yom ‘Atzmaùt è "l’inizio della fioritura della nostra redenzione". E, come per ogni inizio, bene ha fatto rav Maimon, tra i firmatari della carta d’indipendenza, a pronunciare la benedizione per le cose nuove.
Così fin dall’inizio della fondazione Yom Ha’atzmaùt ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento "laico" da quello "religioso". La partecipazione degli ebrei della Diaspora non può essere ricondotta alla volontà di esprimere uno spirito nazionalistico di mera identificazione con lo Stato d’Israele, ma un momento di sintesi religiosa, che come tale, viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio anche dai "laici". Yom ‘Ha’atzmaùt rappresenta dunque un punto di incontro del destino del popolo ebraico, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e il "tempo delle lacrime" "il tempo delle risa".

Yom Haatzmaùth
Il 5 Iyàr 5708, 14 maggio 1948, Davìd Ben Guriòn proclamava solennemente l’indipendenza dello Stato Ebraico, coronando l’opera meravigliosa di Teodoro Herzl che per primo aveva detto "Im tirtzù en zo aggadà" (se lo vorrete, non rimarrà un sogno).
"Padre nostro che sei nel cielo, rocca di Israele, benedici lo Stato di Israele che rappresenta il risorgimento della nostra libertà" Dopo tanti anni di esilio, dopo secoli di persecuzioni, di lotte e di sacrifici, il sogno di Israele si avverava: aveva di nuovo la sua terra, la terra promessa da Dio ai suoi padri.
Il seme del movimento sionista è gettato quando gli ebrei partono da Gerusalemme per la Babilonia nel 586 a. E.V. Da allora i loro pensieri e le loro preghiere terminano con le parole: "L’anno prossimo a Gerusalemme!". E sono proprio le continue persecuzioni e lo stato di avvilimento in cui vivono gli ebrei, a destare in molti grandi uomini il pensiero della necessità di ridare una patria al popolo ebraico. Già molti ebrei nell’800 si dirigono dalla Russia e dalla Romania in Palestina. Vi si reca anche Elièzer Ben Yehùda che insiste sulla convinzione che l’ebraico deve essere la lingua parlata dagli ebrei e rinnova così il vocabolario di questa lingua.
Il fondatore del Sionismo Mondiale è Teodoro Herzl che nel 1897 convoca il I congresso a Basilea, annunciando che la mira del Sionismo è di dare agli ebrei una patria. Dopo la I Guerra Mondiale e vari accordi col governo inglese, nel 1917 si arriva alla famosa "Dichiarazione Balfour" con cui l’Inghilterra si dichiara favorevole alla nascita di un nuovo Stato ebraico nell’allora Palestina. Aumenta così l’’alià in Èretz Israèl, sorgono belle città tra cui Tel Avìv, le paludi vengono bonificate, i campi coltivati. Viene creata l’Haganà, organo di difesa e nucleo del futuro esercito israeliano.
I nostri pionieri, provenienti da tutte le parti d’Europa creano nuove colonie che difendono valorosamente, anche a costo della vita. Lo stesso fondatore dell’Haganà, Yosèf Trumpeldor, cade nel difendere la colonia di Tel Chài, assalita dagli arabi. Dopo la II Guerra Mondiale migliaia di superstiti dei campi di sterminio vedono, come unico posto di salvezza, la lontana terra di Israele. L’Organizzazione Sionistica chiede che venga riconosciuto definitivamente lo Stato di Israele. Gli ’olìm continuano a recarsi in Israele nonostante i molti ostacoli, decisi a tutto pur di riavere la patria. Gli arabi attaccano da ogni parte con grandi forze, ma gli ebrei sono decisi a tutto; e la vittoria, con l’aiuto di Dio, non li abbandona. Dopo 20 secoli, il 14 maggio 1948, 5 Iyàr 5708 risorge lo Stato di Israele.
Ovunque questo giorno è festeggiato con gioia e canti da tutti gli ebrei. Il giorno 4 Iyàr è considerato Yom hazikkaròn (giorno del ricordo), e si commemorano i nostri fratelli, morti eroicamente nella difesa del nuovo Stato di Israele. Dobbiamo sempre ricordare che più di 6 milioni di ebrei sono morti nei campi di sterminio nazisti, dopo essere stati deportati da tutti i paesi europei, invasi dalle truppe di Hitler. Anche dall’Italia, governata da Mussolini, alleato della Germania, sono stati deportati molti dei nostri fratelli che hanno perso la vita nei campi di sterminio.

Shalòm ‘al Israèl
In questo giorno rivolgiamo al Signore questa preghiera:
"Padre nostro Che sei nel cielo, Rocca di Israele e suo Redentore, benedici lo Stato di Israele che rappresenta il risorgimento della nostra libertà. Stabilisci la pace nel paese e grande felicità per i suoi abitanti".

Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele
14 maggio 1948

Letta da David Ben Gurion


In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri.
Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica.
Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale.
Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni.
I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo. Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile.
Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano.
Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele.
Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.
Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite.
Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel.
Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.
Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti.
Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.
Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele.
Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città' di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.


L’inno nazionale d’Israele


HaTikva

Kol od ba-levav penima
Nefesh Yehudi homia
Ul'fa'atei mizrakh kadima
Ayin le'Tzion tzofiya
Od-lo avda tikvateynu
Ha'tikvah bat shnot alpayim
Lihyot am khofshi be-artzeynu
Eretz Tziyon v'Yrushalayim



La speranza

Fintanto che nell'intimo del cuore
freme l'anima ebraica
e l'occhio guarda a Sion,
là nell'oriente lontano.
Non è ancora perduta la nostra speranza
la speranza, due volte millenaria
di essere un popolo libero nella nostra terra
la terra di Sion e Gerusalemme



Yom Haatzmaut (indipendenza di Israele)
Lo stato di Israele fu proclamato il 5 Iyar 5708 (14 maggio 1948). La sua rinascita e' diventata un giorno di commemorazione e di gioia nella maggior parte delle comunita' ebraiche. Le comunita' liberali hanno proclamato Yom Haatzmaut come giorno di festa e lo hanno introdotto nel calendario liturgico (cfr. Sidur sefat haneshamah pagg. 194-197).
La vigilia di Yom haatzmaut, si riserva un momento di raccoglimento in memoria di coloro che lottarono per l’esistenza dello stato di Israele. Questa giornata e' chiamata Yom Hazikaron (giorno del ricordo).
La celebrazione di Yom Haatzmaut significa che un’era nuova e' iniziata per il popolo ebraico. Essa rinforza l’unita' del nostro popolo e accentua il rinnovamento spirituale e culturale che puo' derivare dallo stretto rapporto tra Israele e l’insieme del mondo ebraico contemporaneo. La rinascita di Israele dalle ceneri della Shoah e' segno di speranza in un tempo di disperazione e di redenzione dopo la devastazione.
É una Mitzvah celebrare Yom Haatzmaut partecipando agli uffizi comunitari e alle celebrazioni che caratterizzano questo giorno.
Riaffermiamo cosi' i legami che uniscono gli ebrei che vivono in Israele e quelli che ne vivono fuori. Un atto di Tzedakah per una organizzazione attiva in Israele e' un altro modo per affermare il proprio rapporto con lo stato di Israele. In questa occasione si puo' anche organizzare un pasto delle feste, consumare prodotti israEliani e discutere di questioni riguardanti lo stato di Israele.

Alcuni usi di Yom haAzmaut a cura di Rav Scialom Bahbout
1. La data. Se il 5 di Iyar cade di venerdì o di sabato, Yom Azmauth si anticipa al Giovedì, per evitare di profanare il sabato con le manifestazioni che caratterizzano questa giornata. Y.A. può quindi cadere solo di lunedì, mercoledì e giovedì.
2. ‘Omer. Nonostante si sia nei giorni dell’Omer, periodo in cui si fanno varie manifestazioni di lutto, alcuni permettono di radersi e tagliare i capelli per Yom Azmauth.
3. Shehekheyanu. L’uso di dire la benedizione per le cose e gli avvenimenti nuovi (che si dice anche Chanukkà e Purim) è controverso, in quanto tra l’altro non è legato a nessuna azione concreta (come l’accensione dei lumi o la lettura della meghillà). Pertanto, anche chi ritiene si debba dire questa benedizione, consiglia di pronunciarla accompagnadola con la consumazione di un nuovo frutto o di indossando un vestito nuovo.
4. She’asà nissim. La benedizione per i miracoli secondo alcuni va detta solo quando si passa per un luogo in cui si sia verificato un "miracolo" connesso con le battaglie per l’indipendenza di Israele.
5. Hallel (salmi 113 - 118). L’uso di recitare l’Hallel è ampiamente discusso nella letteratura rabbinica. Alcuni usano dirlo per intero con la benedizione, altri senza benedizione e altri ancora incompleto ( e senza benedizione).
6. Lettura della Torà. Alcuni usano leggere un brano speciale della Torà, anche quando Y.A non cade di Lunedì o Giovedì (i brani più comunemente letti sono tratti dal Deuteronomio: 7: 12 - 8: 18 oppure 26: 1 - 19 oppure 30: 1 - 20).
7. Haftarà. Si legge lo stesso brano letto l’ultimo giorno di Pesach (Isaia 10: 32 - 12) senza le benedizioni che di norma si dicono prima e dopo la lettura. Alcuni usano dire anche le benedizioni.
8. Se’udà e limmud. E’ bene fare un pranzo speciale e accompagnarlo con lo studio di brani biblici e brani tratti dal midrash e dallo Zohar che trattino delle mitzvoth legate alla terra d’Israele e alla redenzione di Israele.
9. Tefillà. Vi sono varie aggiunte a seconda degli usi (per esempio alcuni dicono uno speciale‘al hanissim, l’aggiunta in cui si ringrazia il Signore per i miracoli che ci ha fatto da inserire nella penultima benedizione della ‘Amidà e nella Birkath hamazon)
10. Tachannun. Non si dicono preghiere di supplica e non si fa il viddùi (confessione).

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