Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti


24 gennaio, Reggio; Mostra 24 gennaio-12 febbraio: Giorno della memoria al MaRC

24-29 gennaio, Ferramonti di Tarsia: Celebrazione del giorno della memoria

24, 27 e 29 gennaio, Castrovillari; Mostra 24 gennaio - 2 febbraio; 28 gennaio, Morano: Per il giorno della memoria


25 gennaio, Vadue di Carolei (CS): "Vedere l'Altro, vedere la Shoah"

25-27 gennaio, Catanzaro Lido e varie località della provincia: Iniziative dell'Anpi provinciale


1° febbraio, Roma: Il viaggio del Pentcho

24.11.2016 - 10.3.2017, Napoli: Progetto Wajda

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lunedì 31 dicembre 2012

Rita Levi Montalcini e la Calabria



Foto Ansa

Poco note, ma intense, sono state le relazioni di Rita Levi Montalcini z.l. con la Calabria: dall’amicizia con il premio Nobel catanzarese Renato Dulbecco, al legame con quella che per oltre quarant’anni è stata la sua più stretta collaboratrice, la reggina Giuseppina Tripodi, autrice di due libri sulla scienziata, uno dei quali scritto in collaborazione con la stesa; al rapporto con Catanzaro, che le ha conferito la cittadinanza onoraria, dove ha voluto una sede della sua fondazione, alle belle parole che ha avuto per i calabresi a Lamezia, in occasione del conferimento del premio Anthurium
La voglio quindi ricordare come una di noi

Rita Levi Montalcini e quello stretto rapporto con Catanzaro
Domenica 30 Dicembre 2012
Clara Varano
All’età di 103 anni, Rita Levi Montalcini, scomparsa poche ore fa, lascia un vuoto, con la sua morte, incolmabile per tutta l’Italia. Nata a Torino il 22 aprile 1909 la scienziata piemontese nonostante l’età era ancora attiva e piena di interessi. L’abbiamo vista più volte esprimere la sua opinione in parlamento dove ricopriva il ruolo di senatore a vita, quando c’era una decisione importante da prendere. L’abbiamo vista sempre manifestare, senza nessuna censura, il suo punto di vista, con un impegno civile raro. Lotta contro le mine antiuomo, a favore della leadership femminile mondiale. Sguardo fiero, sicura di sé, ma con un sorriso lieve che la rendeva amabile. Una donna piena di energia e di una vera modernità femminile da far impallidire le giovani di oggi. Una modernità fatta di consapevolezza, cultura e coraggio. Una sete di sapere ed un desiderio di divulgarlo che l’ha tenuta sui libri fino all’ultimo giorno.
Andando contro tutte le opinioni dell’epoca cui apparteneva decide di studiare medicina e di dedicare la sua intera esistenza a quel mondo. A 20 anni, nel 1930, entra nella scuola medica dell’istologo Giuseppe Levi. Laureata cum lode sei anni dopo, la sua carriera viene turbata dalle leggi razziali di blocco delle carriere accademiche e professionali a cittadini italiani non ariani di Benito Mussolini. Costretta a rifugiarsi, vista la sua discendenza giudaica, in Belgio, prosegue qui, con Giuseppe Levi, i suoi studi e poco prima che il Belgio fosse invaso dalle truppe tedesche, tornata in Italia, allestisce nella sua camera un laboratorio casalingo, dove prosegue i suoi esperimenti. La guerra però non le dà tregua e profuga nella sua stessa terra, a Firenze entra in contatto con le forze partigiane del Partito d’Azione e poco dopo diviene medico delle forze alleate. La sua corsa nella medicina, però la conduce nuovamente in laboratorio dove, con impegno ed abnegazione, arriva alla scoperta ed all'identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, che anni dopo le varrà l’assegnazione del premio Nobel.
Compagna di università e di avventura scientifica di altri due premi Nobel, Salvador Luria ed il catanzarese Renato Dulbecco. Proprio il suo rapporto di profonda amicizia con Dulbecco, collega ed amico di una vita, crea un forte legame tra la scienziata ed il capoluogo calabrese che durava da moltissimi anni. Il connubio Catanzaro-Rita Levi Montalcini inizia con l’apertura nella città calabrese di un centro della “Fondazione Montalcini” per il quale, nel 1993, le viene conferita la cittadinanza onoraria e finisce oggi, giorno della sua scomparsa. La stessa Fondazione Montalcini a Roma, ha sede in via Catanzaro.
E se sono ancora impresse nella mente dei più, le sue parole di addio, nel Febbraio scorso, all’amico Renato Dulbecco, “Uno dei più grandi protagonisti nella storia della medicina moderna del '900 del nostro Paese e a livello internazionale. L’intera comunità ha perso una figura scientifica illustre e di grande spessore umano. Il suo ricordo rimane indelebile per quanti lo hanno conosciuto e ne hanno potuto apprezzare le alte doti morali e intellettuali e di eminente scienziato”, queste sue stesse parole oggi, potrebbero certamente essere il degno saluto per una delle più grandi, forti ed intelligenti donne che l’Italia abbia mai avuto, in questo e nello scorso secolo.


La Lezione di Rita Levi-Montalcini

Rizzoli Editore

Foto da Google Libri
“Questo saggio racconta il mio lungo percorso di vita e di lavoro: ne emergono gli interessi e le iniziative verso le quali sono stata da sempre attratta, iniziative che hanno, per me, un grande valore etico.” Così Rita Levi-Montalcini sintetizza i temi e le riflessioni che Giuseppina Tripodi, da oltre quarant’anni sua fidata collaboratrice, ha intrecciato in questo libro narrando la storia, l’altruismo, gli insegnamenti, le scoperte e le battaglie accorate. All’inizio della sua attività, Rita Levi-Montalcini voleva andare in Africa e curare i lebbrosi, e nel corso della sua lunga vita è rimasta idealmente fedele a questo scopo, che è poi riuscita a realizzare grazie alla sua Fondazione da sempre orientata a difendere il ruolo della donna, elevare il livello culturale femminile e la consapevolezza dei propri mezzi. “Il suo impegno sociale” scrive la Tripodi “contagia le persone, le motiva a confrontarsi con il mondo circostante e a muoversi in una realtà in costante mutamento, senza più confini se non quelli determinati dalle distanze sociali e culturali.” La lezione di Rita Levi-Montalcini, oltre a fornirci un ritratto inedito e sincero della grande scienziata, ci restituisce il senso più profondo della sua vita, «la centralità della persona e il fine ultimo del concetto della ragion d’essere», per dimostrare che anche la più straordinaria scoperta sarebbe sterile, se non fosse rivolta al miglioramento della vita dell’umanità, e in particolare di coloro che soffrono.

«Calabresi le menti migliori»
La Montalcini benedice il centro regionale di neurogenetica ma teme i tagli
(da CalabriaOra del 26 novembre 2006)
«Non dovete vergognarvi di essere lametini, e nemmeno di essere calabresi, perché dalla Calabria vengono i cervelli più brillanti e le persone più capaci». La benedizione di Rita Levi Montalcini sulle menti calabresi arriva a margine del convegno sull'Alzheimer organizzato ieri a Lamezia. Il video, realizzato dall'emittente locale City One, è stato il fulcro dell'incontro. Il premio Nobel non si è limitata ai complimenti. Si è concessa un lungo "intermezzo" sui guai della ricerca in Italia: «E' fondamentale che non si taglino i fondi per la ricerca, altrimenti centri d'eccellenza come quello lametino sarebbero destinati a fallire e far fallire il lavoro paziente e meticoloso di studiosi e ricercatori di altissimo livello come Amalia Bruni che stimo tantissimo perché sta facendo un lavoro prodigioso: in un piccolo centro d'eccellenza riesce a fare quello che fanno ad Harvard».
Il convegno «Ci diamo appuntamento fra un anno per vedere a che punto saremo». La battuta del professor Orso Bugiani, già direttore scientifico dell'istituto Besta di Milano, stuzzica l'assessore regionale alla salute, Doris Lo Moro, sulla necessità, da parte delle istituzioni «di scardinare - dice ancora Bugiani - i fondi messi a disposizione per la ricerca». La Lo Moro, nel suo intervento, aveva sottolineato come«la ricerca fosse propria delle università e che i fondi regionali, con i sei miliardi messi a disposizione, esistano per la ricerca». Bugiani ha precisato come la ricerca «vada sviluppata negli ospedali, poiché le università impaluderebbero tutti i meccanismi», correggendo un po' il tiro dell'intervento dell'assessore regionale.
Questa la movimentata conclusione di un convegno organizzato dall'associazione Sorp-timist di Lamezia, cui a partecipato la dottoressa Arnalia Bruni, direttore del centro regionale per la neurogenetica la quale, riallacciandosi alle questioni dellla ricerrca, ha parlato di tagli alpersonale della struttura di ricerca, esprimendo preoccupazione per un suo paventato ridimensionamento. Le finalità erano quelle di «sensibilizzare - hanno sottolineato la presidente nazionale dell'associazione Teresa Gualtieri e quella di Lamezia Titty Giglio – la ricerca e promuovere lo sviluppo; lo studio e il sostegno di questo aspetto fondamentale della medicina».
Dopo i saluti del sindaco di Lamezia, Gianni Speranza e di Mario Magno, capogruppo dell'Udc in consiglio comunale, i quali hanno sottolineato come il problema non riguardi solo gli ammalati che dichiarano la patologia, ma tanti altri soggetti a rischio e come ci voglia pazienza e dedizione nello svolgere il lavoro di ricercatore, si sono susseguiti gli altri interventi di natura scientifica.
Tra i più importanti, da rilevare quelli di Maurizio Pocchiari, direttore del dipartimento neuroscienze dell'Istituto superiore di sanità di Roma, che ha lodato l'attività svolta da Amalia Bruni e per il suo studio genetico sul territorio calabrese nella lotta all'Alzheimer. Proprio la Bruni, ha realizzato una sintesi dei 10 anni di vita del centro di neurogenetica regionale, che è stato in grado di capire esattamente da dove scaturisce l’Alzheimer, isolando una proteina, la “Nicastrina” (nome che scaturisce dal luogo della fondamentale scoperta), responsabile dell’insorgenza della malattia. Inoltre ha annunciato l'importantissima scoperta, che risale circa ad un mese fa, della "progranulina", una sostanza che opera la mutazione genetica delle cellule che favorisce l'insorgenza di un'importante variazione sulla malattia.

Rita Levi Montalcini incoraggia la città
Lamezia Terme - «Ringrazio Rita Levi Montalcini a nome di tutta la città, per le belle parole che ha speso per la nostra comunità». Lo ha detto il sindaco, Gianni Speranza, secondo il quale «le sue espressioni amorevoli hanno infuso fiducia e speranza in chi l'ha ascoltata quando ha esaltato la lametinità, invitandoci ad essere orgogliosi delle proprie radici, a non vergognarsi di essere lametini e calabresi». Per il sindaco si è trattato di «un attestato di stima per la nostra città che sta attraversando un momento difficile e ha bisogno di parole di incoraggiamento e di forza per andare avanti. Un riscatto che può realizzarsi pienamente proprio perché la città possiede queste ricchezze umane. Sono profondamente commosso per la sensibilità dimostrata nei confronti del nostro territorio e della nostra gente. Per questo spero che Rita Levi Motalcini venga a Lamezia per poter incontrare la cittadinanza e le nostre forze sane e positive». Il sindaco spera di incontrarla nel convegno scientifico che l'associazione di Neurogetica promuoverà prossimamente.

domenica 30 dicembre 2012

Morta Rita Levi Montalcini z.l.



Oggi pomeriggio a Roma, all’età di 103 anni, è morta Rita Levi Montalcini z.l. (la sua memoria sia di benedizione)
Una donna, una scienziata, un'ebrea le cui caratteristiche fondamentali che me la fanno amare sono l'umanità, la curiosità, la libertà
La voglio ricordare con un articolo scritto in occasione dei suoi 100 anni

Rita Levi Montalcini – Un secolo d’intelligenza
Viviana Kasam, Pagine ebraiche, aprile 2010 

Nell’immagine, da Moked.it, Rita Levi Montalcini al conferimento
 dell'iscrizione onoraria alla Comunità ebraica di Roma nel 2007
“Che noia starmene bloccata qui. Non vedo l’ora di tornare a lavorare”. Nemmeno la frattura al femore e il conseguente ricovero ospedaliero riescono a fiaccare alla soglia dei 101 anni la vitalità di Rita Levi Montalcini, a riprova, se ce ne fosse bisogno, che il cervello, se lo si tiene allenato, non invecchia. Anzi. Con l’età, sostiene la scienziata, premio Nobel e senatrice a vita, l’immaginazione si esalta. Diminuisce, questo sì, la capacità di apprendere. Ma, spiega, per uno scienziato “Imagination is more important than knowledge”. Lo diceva anche Einstein. “E se a vent’anni avessi avuto l’immaginazione che ho oggi…” Sospira e mi fissa con i suoi occhi azzurri, trasparenti. La vista le si è andata deteriorando negli anni, ma non si dà per vinta, e riesce ancora a leggere attraverso uno schermo che ingigantisce le lettere. Campeggia nel suo studio, una stanza angusta, monacale, la lunga scrivania carica di libri e di ritagli, un letto che serve da piano d’appoggio. (“Solo che mentre prima leggevo un libro in un’ora, ora ce ne vogliono dieci”.) Centun’anni e continua a lavorare. Si occupa dell European Brain Research Institute, la fondazione che ha fortemente voluto per promuovere in Italia le ricerche sul cervello secondo un modello di eccellenza anglosassone e di cui ha vissuto con angoscia le difficoltà economiche che l’hanno portata al commissariamento. Sta per dare alle stampe un altro libro. Si occupa della fondazione che distribuisce borse di studio alle donne africane: da ragazza sognava di seguire l’esempio di Albert Schweitzer e curare i più derelitti, ora s’impegna per far studiare le donne del terzo mondo. E si prepara per il convegno organizzato a Roma in onore del suo centunesimo compleanno che verterà sulle prospettive terapeutiche dell’Ngf, la molecola da lei scoperta nel 1940 e che le valse il Nobel. Una molecola che si sta dimostrando fondamentale nei processi rigenerativi del cervello, e potrebbe aprire nuovi scenari nella cura dell’Alzheimer. Se dovessi dare una definizione di Rita Levi Montalcini, la definirei una suora della scienza. Nonostante sia ebrea. Nonostante abbia delle civetterie molto femminili, i vestiti firmati Cappucci, i capelli sempre perfettamente in piega. Ma delle suore ha lo spirito di sacrificio, la dedizione totale alla scienza, il disinteresse per il potere e per i soldi. Ha infatti devoluto in Nobel in beneficenza e vive con lo stipendio di senatrice a vita, perché non percepisce né pensione né onorari, nonostante continui quotidianamente a lavorare all EBRI. Non ha mai voluto sposarsi. Essere madre e moglie non faceva per me, ripete a chi le chiede il perché. E lo ha ribadito anche nella sua bellissima autobiografia, purtroppo praticamente introvabile intitolata Elogio dell’imperfezione. Non che le mancassero i corteggiatori. Ma agli incontri romantici lei preferiva le conversazioni con Dulbecco, con Enzo Sereni, con Giuseppe Levi, e alle cene a lume di candela le notti in laboratorio, a controllare vetrini e preparare embioni di pollo. Una scelta di sacrificio alla quale ha aderito con rigore, senza cedere alle lusinghe del successo, senza concedersi vacanze, senza diventare un barone. Preoccupandosi di trasmettere il suo sapere ai giovani, di formare una nuova generazione di scienziati, lottando contro nepotismi, pressioni politiche, consorterie. Un esempio di coerenza e ascetismo rarissimo, soprattutto in Italia. Rita Levi Montalcini non racconta volentieri di sé, rifiuta i giudizi politici: la scienza, ritiene, deve tenersene fuori. Anche del suo ebraismo non ama parlare. La sua religione è la scienza, una religione totalizzante che le lascia ben pochi spazi, e quelli li dedica ai giovani, soprattutto alle giovani donne perché in quanto donna ha dovuto lottare per dedicarsi agli studi. Il padre, autoritario e maschilista, come così frequente a quei tempi, non vedeva di buon occhio una donna all’Università e a medicina, addirittura… Dovette prò arrendersi alla determinazione della figlia, che fin dalla prima gioventù aveva ben chiari in mente i propri obiettivi. Nata nel 1909, Rita subì, in quanto ebrea, le leggi razziali e la persecuzione. “Eppure – racconta – quel periodo così tragico fu la chiave di volta della mia vita. Paradossalmente dovrei dire grazie a Hitler e a Mussolini che, dichiarandomi razza inferiore, mi preclusero le distrazioni, la vita universitaria e mi condannarono a chiudermi in una stanzetta dove non potevo far altro che studiare. Il letto, il tavolo da lavoro, l’incubatrice, pochi strumenti rudimentali e gli embrioni di pollo, che faticosamente riuscivo a procurarmi… Le prime, fondamentali scoperte nacquero lì. Non è un miracolo?”. Strana, la parola miracolo detta da una donna che dice di non credere nella fortuna. Eppure ne ha avuta parecchia, a cominciare dall’essere scampata alle persecuzioni, e aver vissuto durante la guerra in relativa tranquillità. I suoi ricordi non sono infatti drammatici. “Eravamo circondati di gente che ci voleva bene, che ci proteggeva. E ci andò bene”. Nella sua stanzetta adibita a laboratorio, Rita viveva una vita sua, in suo mondo che le consentiva di dimenticare il mondo fuori, le leggi razziali, le scritte antisemite, le incitazioni all’odio. “Ma per la prima volta sentii l’orgoglio di essere ebrea e non israelita, termine che veniva usato nel clima liberale della nostra prima età. E pur rimanendo profondamente laica, sentii vivo il vincolo con quanti come me erano vittime di una campagna così feroce come quella scatenata dalla stampa fascista”. Poi l’8 settembre, e la necessità di scappare da Torino invasa dai tedeschi. Grazie a documenti falsi che con la gemella Paola aveva fabbricato per tutta la famiglia (“pieni di errori, e senza timbri, se qualcuno li avesse vagliati attentamente sarei finita in un campo di concentramento”) e a un nome di fantasia Rita e la famiglia riuscirono a rifugiarsi a Firenze, dopo un rocambolesco e fallito tentativo di fuga in Svizzera. A Firenze madre e figlie trovarono alloggio in una famiglia antifascista che fingeva di non sapere che fossero ebree, e le circondò di affetto e calore umano. Forse per questo Rita non si sente una sopravvissuta. E la sua identità vera, forte, predominante, è quella di scienziata: “anche se mi sento ebrea, sono ebrea, ma laica, totalmente laica”. Laica, o, meglio, libera pensatrice, Rita lo è sin dall’infanzia, quando ancora non capiva bene che cosa significasse, quella definizione che le aveva insegnato il papà per interrompere sul nascere ogni diatriba o curiosità. A casa sua di ebraismo non si parlava proprio. Il padre riteneva che i figli dovessero essere liberi di scegliere, una volta adulti, se credere in Dio, e a quale Dio. E nella sua autobiografia la scienziata ricorda come durante il Seder di Pesach, che celebravano a casa di parenti osservanti, il padre non si esimesse dal criticare nell’imbarazzo generale la crudeltà di Dio per aver inviato le dieci piaghe ai poveri egiziani. Una lezione di umanità alla quale ha aderito nei comportamenti e nei giudizi. Per questo non ama esprimere giudizi su Israele, come spesso è chiamata a fare. “Certo, Israele è per me un riferimento imprescindibile, guai se non ci fosse – dice – Però sono contraria a ogni forma di intransigenza, di fanatismo. Vorrei Israele in pace, capace di comprendere le ragioni dei palestinesi, di arrivare a una soluzione condivisa. E’ un paese straordinario, così ricco a livello culturale, scientifico, e ne sono orgogliosa, anche se io mi sento prima di tutto italiana”. “Ho rotto i rapporti con vari amici perché ero ferita dal loro atteggiamento nei confronti di Israele – continua – anche se ci sono molti aspetti della politica israeliana che non condivido. Ma ciò non incrina il mio attaccamento al Paese. Come ho già avuto occasione di dire è facile da lontano esprimere riserve o giudizi, mentre Israele vive come una fortezza assediata. Prima di congedarmi chiedo a Rita qual è la massima soddisfazione della sua vita. “Il rapporto con i giovani” risponde senza esitare. “All’Ebri abbiamo trenta ricercatori; con sette, tutte donne, lavoro in stretto contatto. Poter trasmettere quello che so, imparare da loro, scoprire qualcosa di nuovo. E’ questo che mi tiene viva, il miracolo quotidiano della mia esistenza”.

sabato 29 dicembre 2012

Gli Ebrei nella Calabria medievale



Francesco A. Cuteri
Archeologo medievista, Università Mediterranea, Reggio Calabria
Dal sito ntaCalabria 

A ripensare, anche per uno solo istante, allo stato d’animo in cui si dovettero trovare gli Ebrei nel momento in cui in tutto il Viceregno, di paese in paese e di contrada in contrada, si diffuse la notizia della loro imminente espulsione, non si può che provare un senso di disorientamento, di paura e disperazione.
Era il 1541 e, per volere di Carlo V s’interrompeva, d’autorità e seppur senza altre pretese, come era successo in Sicilia al tempo di Ferdinando il Cattolico quando gli Ebrei furono costretti a pagare pesanti tributi, una storia più che millenaria che aveva avuto inizio con le prime frequentazioni giudaiche, soprattutto nell’area di Reggio, tra l’età romana e la tarda antichità.
Di questa lunga presenza si conservano ancora oggi in Calabria poche ma importanti testimonianze. Infatti, oltre a quanto lentamente sta emergendo attraverso l’analisi, ad opera di specialisti del settore, della documentazione archivistica e archeologica, alcuni toponimi che, se compiutamente analizzati e spiegati, potranno aprire importanti spiragli su questa significativa pagina della nostra storia: Judeca, Judea, Giudecca, Iudeo, etc.
Per quel che riguarda l’età medievale, se si esclude quanto riportato da una cronaca, forse composta a Cassano Jonio, che ricorda la forzata conversione al cristianesimo dei giudei presenti nei territori bizantini dell’Italia meridionale in seguito alla campagne di proselitismo promossa nell’874 da Basilio il Macedone, ben poco conosciamo della storia degli Ebrei in Calabria fra la tarda antichità ed il X secolo. A partire da quest’ultimo periodo, invece, quella dei giudei appare come una realtà ben integrata nel contesto storico-culturale regionale e il sentimento di antisemitismo spesse volte richiamato appare, come ha precisato Cesare Colafemmina, eminente studiose delle realtà ebraiche dell’Italia meridionale, “più un prodotto di cultura ecclesiastica che un fatto spontaneo”.
E’ noto, infatti, che in Calabria l’avversione nei confronti dei giudei era sostanzialmente alimentata dalla tradizione teologica bizantina e lo stesso San Nilo riteneva, in merito a questioni di giustizia, che ci sarebbero voluti sette ebrei per eguagliare un cristiano; gli Ebrei, inoltre, erano considerati “miserabili”, senza religione” e “uccisori di Dio”.
I primi dati sulla presenza ebraica nel X secolo di cui disponiamo sono relativi alla città di Rossano e, nello specifico, si riferiscono a Donnolo Shabbetai, medico nativo di Oria, in Puglia, considerato una delle più grandi e ricche personalità del mondo giudeo-bizantino del tempo. A lui si deve la composizione, nel 970, del Libro delle Misture (Sefer Mirqahot), il più antico trattato di medicina dell’Occidente medievale, dove è anche documentata la particolare bontà del miele calabrese prodotto a Mirto.
Altre notizie sugli ebrei di Calabria compaiono nell’XI secolo quando viene ricordato, in una raccolta di poesie del poeta ebreo Anatoli di Marsiglia, Mosè, hazan e cioè cantore della Sinagoga di Reggio.
Per l’età pienamente normanna è stato recentemente attribuito a Rossano, ed in particolare al cantore della sua sinagoga, mentre prima era riferito ad uno scrittore russo, un commento alla Torah ritenuto di grande interesse in quanto presenta termini greci traslitterati in ebraico ed anche parole in volgare, il calabrese del tempo, sempre scritte in ebraico.
Questo commento, scritto anteriormente al Pentateuco di Rashì del 1040-1105, verrà poi stampato a Reggio nel 1475, in un’edizione che rappresenta il primo libro ebraico fornito di data che si conosca [credo ci sia un errore di stampa o di trascrizione: non è questo codice che viene stampato a Reggio nel 1475, ma proprio il commento di Rashì al Pentateuco].
Altre indicazioni compaiono successivamente negli scritti di Gioacchino da Fiore, autore anche di un trattato dedicato ai Giudei con l’intento di convertirli: Adversus Iudeos.
A partire dall’età angioina, e per tutta l’età aragonese, la documentazione disponibile per ricostruire la storia degli ebrei nella nostra regione è di gran lunga più numerosa e consente, grazie soprattutto ai registri delle tasse, di conoscere in maniera più dettagliata non solo le comunità in cui i giudei si erano insediati ma anche le loro attività economiche e commerciali.
Tra i principali centri ricordati troviamo Monteleone (ora Vibo Valentia), Nicotera, Reggio, Seminara, Gerace, Placanica, Crotone, Castelvetere (ora Caulonia) e Oppido, mentre, per quanto riguarda i principali mestieri esercitati i documenti ricordano: medici e speziali; mercanti di tessuti, abiti, pettini e gioielli; tintori di panni; banchieri; commercianti di zafferano, olio, frumento e bestiame; orafi e, infine, maestri nell’arte scrittoria, coltivata non solo per finalità religiose e spirituali ma anche scientifiche.
Dopo le alterne vicende che caratterizzarono l’età aragonese, una prima cacciata degli Ebrei dal Regno di Napoli ci fu nel 1510-11 e dopo questo atto la Calabria meridionale venne del tutto privata di questa presenza; l’espulsione definitiva avvenne, come già ricordato, nel 1541.
A distanza di quasi cinque secoli, cosa rimane oggi in Calabria di questa straordinaria esperienza di vita, di religione, di cultura?
Concludiamo utilizzando, ancora una volta, le parole di Colafemmina: “Ci rimangono dei manoscritti copiati a Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone, Strongoli nei secoli XV-XVI; ci rimangono alcune epigrafi, come la lastrina di Reggio, la lucerna di Capo d’Armi, alcuni frammenti di terracotta con stampigliata la menorah; un’iscrizione ebraica del 1440-41 incisa su un mattone a Strongoli, un altro frammento di iscrizione datata 1475-76 a Crotone…”.
Ci rimangono, infine, l’importantissima Sinagoga di Bova Marina, unica nel Mezzogiorno e la consapevolezza che, in questo ambito, la strada da compiere è ancora lunga, complessa e, per molti versi, essenziale.