Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti


24 gennaio, Reggio; Mostra 24 gennaio-12 febbraio: Giorno della memoria al MaRC

24-29 gennaio, Ferramonti di Tarsia: Celebrazione del giorno della memoria

24, 27 e 29 gennaio, Castrovillari; Mostra 24 gennaio - 2 febbraio; 28 gennaio, Morano: Per il giorno della memoria


25 gennaio, Vadue di Carolei (CS): "Vedere l'Altro, vedere la Shoah"

25-27 gennaio, Catanzaro Lido e varie località della provincia: Iniziative dell'Anpi provinciale


1° febbraio, Roma: Il viaggio del Pentcho

24.11.2016 - 10.3.2017, Napoli: Progetto Wajda

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sabato 29 marzo 2008

Altre tracce antiche

Andando avanti con le ricerche, scopro sempre nuove tracce ebraiche in Calabria.
Per quanto riguarda l'antichità, ai reperti già noti da tempo (la sinagoga di Bova Marina, la lucerna di Lazzaro e la lapide sinagogale di Reggio), si sono aggiunti di recente i bolli di anfora di Vibo e di Scolacium; ora scopro altri due reperti, noti da tempo, ma poco "pubblicizzati", che pur non segnalando nuovi luoghi (provengono infatti, di nuovo, da Lazzaro e da Vibo) rafforzano però l'antichità e la consistenza della presenza ebraica in Calabria, e, pur essendovi riferibili in modo "mediato", ne ampliano il quadro.





Nel 1995, nel corso di scavi eseguiti nella stessa zona in cui era stata trovata la lucerna con il disegno della menorah, è stata rinvenuta una tegola, risalente al VI-VII secolo dC., fessurata verticalmente, con 12 righe in greco bizantino minuscolo.
La trascrizione e la traduzione sono di Franco Mosino, Graffito protobizantino da Lazzàro (Motta San Giovanni) in "Archivio storico per la Calabria e la Lucania", LXII 1995; nell'ultima colonna metto qualche proposta di diversa traduzione (ebbene sì, nella mia ignoranza, oso!).








Linea

Testo greco

Mosino

Annotazioni

1

ω Θ(εο)ς Αλεξα

Il Dio ad Alessa

O Dio di Alessa

2

νδρου, ω Θ(εο)ς Π

ndro, il Dio a P

ndro, o Dio di P

3

ολυδορου και

olidoro e


4

ο αγγελος Μη

l'angelo Mi


5

χαηλ ροη Θ(εο)ς

chele ? Dio


6

υπηντησεν

venne incontro


7

αγγελος του

l'angelo del

un angelo del

8

μονου και

solo e


9

λεγη

?

relazione col verbo dire?

10

αυτω

?

a lui? allo stesso

11

δεμονι

al demonio

demonio

12

βαρ ζων αυ

? ? ?



Autorevoli studiosi e rabbini riconoscono in questa iscrizione una formula di scongiuro ebraica, il cui testo sembra una invocazione a Dio e all'arcangelo Michele; sono presenti due nomi non ebraici di persona, ma non è un dato indicativo, in quanto spesso gli ebrei avevano nomi pagani, come oggi hanno nomi cristiani.
Non è certo che questa iscrizione sia direttamente connessa ad una presenza ebraica (potrebbe semplicemente far uso di termini ebraici come ne faranno uso le gemme magiche, di origine probabilmente gnostica, di cui parleremo in seguito), ma certo è che mostra comunque una influenza della cultura e della religione ebraiche piuttosto antiche; inoltre, il fatto che provenga dallo stesso luogo in cui è stata trovata la lucerna con la menorah, rende più credibile la presenza di una comunità ebraica ellenizzata, come in gran parte del bacino mediterraneo.

Un'altra antica traccia la troviamo a Vibo Marina, ed è qualcosa di ancora più stupefacente: si tratta addirittura di una iscrizione, sempre in greco, che fa riferimento ad un samaritano.
Era questo un popolo strettamente imparentato a quello ebraico, di cui oggi non restano che alcune centinaia di membri che vivono in Israele e parlano la lingua araba.
A differenza degli ebrei che, dall'epoca ellenistica, hanno manifestato una enorme mobilità, i samaritani sono sempre stati piuttosto stanziali, sebbene non manchino loro tracce in altri ambiti mediterranei, tra cui, probabilmente, in Sicilia, dove, secondo Paolo Orsi, avrebbero anche avuto una sinagoga.
Purtroppo questa iscrizione, risalente ad epoca imprecisata, ma comunque molto antica, è andata persa, e ci resta solo la trascrizione fatta dallo studioso vibonese Vito Capialbi, il quale riferisce che è stata trovata
prope Vibonis Valentiae portum anno 1835” e conservata presso “meo museo”. Il testo è molto breve:


ΘΗΚΗ


Teca (tomba)

ΑΝΤΙΟΧΟΥ ΣΑ


di Antioco Sa

ΜΑΡΙΤΑΝΟΝ

da leggere ΜΑΡΙΤΑΝΟΥ

maritano


Pur trattandosi di un samaritano e non di un ebreo, il ritrovamento di questa iscrizione rafforza la tesi circa la presenza di ebrei nell'antica Vibo, considerata la molto maggiore mobilità degli ebrei, la concomitante presenza dei due popoli in porti che erano negli itinerari dei commerci antichi come Vibo e Siracusa, città nella quale vivevano accanto alla locale comunità ebraica.

venerdì 28 marzo 2008

Postilla su Montalto Uffugo

Sono riuscito a procurarmi il libro di Carlo Nardi, Notizie di Montalto in Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1985 (copia anastatica della pubblicazione originale del 1956, edita a Roma dalla Collezione Meridionale).

Non ho trovato niente di particolare che non fosse già nel mio precedente post, se non la notizia che nel 1504 la Judeca era tassata per 60 ducati, una cifra notevole, che ne conferma la consistenza, nonostante il gran numero di convertiti; viene riportato anche un documento del 1511 con cui l'Universitas Neophitorum, comunità dei convertiti, scacciati anch'essi, fa donazione (possiamo immaginare quanto spontanea) al signore di Montalto, duca Ferrante, figlio naturale del re, di "beni loro mobili e stabili, oro argento, ed animali, e debiti venduti ed esatti"; in un altro documento dello stesso anno, il vicerè fa dono allo stesso signore "di certe case et altre robbe" lasciate in città dagli stessi neofiti.
Che triste destino quello dei neofiti: forzati dapprima alla conversione, vengono forzosamente accomunati alla sorte del popolo da cui erano stati costretti a separarsi, immagino che l'unica consolazione sia stata quella di poter ritornare alla fede dei Padri, consolazione che mancò ai pochi che si fossero convertiti con sincera convinzione.
Un'altra notazione che potrebbe essere interessante (è una mia osservazione, nel testo non viene fatto nessun riferimento ad ebrei) si trova nella Platea (elenco delle proprietà) del convento di San Domenico di Montalto del 1579, tra i cui possedimenti se ne trova uno "A Rebecca" (possedimento di una ebrea scacciata decenni prima?) e una "Alla Meschia" (moschea, meschita, moscheta, musceta e altri simili erano nomi che venivano dati indifferentemente ai "templi degli infedeli", musulmani o ebrei che fossero), forse nei pressi di una sinagoga o terreno già appartenente ad una sinagoga o alla comunità ebraica.

Cognomi da nomi ebraici

Mentre molto spesso in Italia i cognomi di origine ebraica originano da nomi di luoghi (toponimi), nell'Italia meridionale e in Calabria in particolare, pur non mancando questa tipologia, sono frequenti cognomi che hanno origine da nomi propri ebraici, probabilmente indicando il padre (patronimi) o un altro antenato, o in qualche caso la madre.
Vediamo qualcuno dei cognomi più diffusi di questa tipologia che indicano una probabile origine ebraica, sempre senza dimenticare che un cognome non indica mai una assoluta origine ebraica (un Adamo o Abramo poteva anche essere cristiano), ma comunque può costituire un indizio; d'altra parte ho escluso dall'analisi altri cognomi, come quelli derivati da Giuseppe, Michele, Gabriele, ecc., che sono poco indicativi, in quanto sono anche dei nomi "cristiani", ma non è escluso che in alcuni casi potessero appartenere a famiglie ebraiche.
Invito a cliccare sulle immagini, in cui si vede la distribuzione in Italia di alcuni cognomi, osservando che la presenza di tali cognomi in città come Milano, Roma, Torino, Napoli, e, in una certa misura, Genova e Bologna, e nelle zone circostanti, è generalmente poco indicativa, in quanto sede di immigrazione, e quindi molti di questi cognomi non sono "indigeni" ma "importati".
Le cartine sono prese da ricerche fatte sul sito Gens.


Il cognome Abramo è diffuso, oltre che nelle zone d'emigrazione, in Calabria e in Sicilia, mentre Adamo è molto presente anche in Puglia; curiosamente, entrambi i cognomi sono piuttosto diffusi anche in Friuli. Anania è assolutamente tipico della Calabria, mentre la sua variante Nania è molto presente anche in Sicilia.
Altri due cognomi quasi esclusivi della Calabria sono Arone e Aronne; il primo non so se provenga dal nome Aron quindi di origine francese o spagnola, o se possa provenire dall'Aron haKodesh, in cui viene custodita la Torah: in entrambi i casi mi danno l'idea di indicare una origine sacerdotale.
Presente ma meno diffuso è Giacobbe, mentre sono molto diffusi i derivati da Simone, di cui Simonetta è assolutamente tipico.
Su quest'ultimo non sono certo si tratti di cognome ebraico, comunque la desinenza -etta è tipica di cognomi calabro-sicula (Parretta, Fraietta, Muscetta, ecc.).

Molto presente, anche se non esclusivo, è il cognome Isaia, con le sue varianti Saia e Saja; abbastanza presenti i cognomi Saulle e Saullo, questo praticamente esclusivo, in tutta Italia, del versante tirrenico cosentino. Non manca, anche se non è tra i prevalenti David, con le sue varianti David, Davi e Davì, né (non riportato in cartina) Salomone. Queste tre cartine sono state fatte sovrapponendo l'area di diffusione delle diverse varianti, l'ultima invece riguarda il cognome Sacco, la cui ebraicità è dubbia, in quanto potrebbe derivare, almeno in qualche caso, da Isacco (come in Anania/Nania o Isaia/Saia, nelle nostre parlate la vocale iniziale tende a cadere) come semplicemente da "sacco".

Le ultime cartine riguardano cognomi derivati da nomi femminili; sarebbe interessante indagare sulla loro origine, potrebbero essere donne non sposate o abbandonate dai mariti, eventualmente in seguito alla conversione (loro o del marito) al cristianesimo.
Si tratta di Rachele (presente quasi esclusivamente in una zona ristretta della Calabria), Sara, Susanna e Giuditta.

giovedì 27 marzo 2008

Rav Moshè di Reggio: poeta e cantore

Le notizie sono tratte dall'articolo di Cesare Colafemmina, "Ebrei e questione ebraica" in Storia della Calabria medievale I, Gangemi, Roma - Reggio Calabria, 2001.

In un post precedente, avevo citato Rav Moshè di Reggio, hazan (cantore) della sinagoga, e poeta. Il hazan non si limitava a cantare, ma vigilava sulla conservazione dei testi sacri e sulla scelta delle nuove preghiere da introdurre nella liturgia, spesso di propria composizione.
Di Moshè ci è rimasto solo un componimento, non liturgico, che Anatoli ben Yosef, di Marsiglia, volle conservare nella sua raccolta poetica.
Anatoli, poco più che ventenne, si recò ad Alessandria d'Egitto, dove sarebbe divenuto giudice della locale comunità, e sarà in corrispondenza con il grande Maimonide.
Nel suo viaggio fece tappa in Sicilia e, trovandosi una volta a Messina, conobbe Rav Moshè, di cui divenne amico e dal quale, probabilmente, ricevette un aiuto economico.
Espresse la sua gratitudine con una composizione poetica, nella quale giocava sul nome del suo "salvatore", quale sarebbe l'etimologia del nome Moshè:

Il destino mi ha preso il cuore come un creditore:
come posso contenermi e non parlare?
Ha posto sul mio collo un giogo con la stanga
e la sua catena è assai pesante e dura.
Il mio intimo è in preda al fuoco
perché sto lontano dalla mia famiglia.
Lacrime come pioggia bagnano le mie guance,
su esse spunta come erba la canizie.
Ma ha rafforzato il Signore la sua clemenza,
a Mosè la Rume ha indicato le sue vie.
Chiunque affoghi nelle acque della distretta,
egli veramente lo afferra e salva.
Per questo un altare di lodi innalzo a lui
e su esso la mia anima offro in olocausto.


In linguaggio ancora più iperbolico, e ugualmente ricco di richiami biblici, risponde Rav Moshè:

Langue come cervo che spasima
il mio cuore per Anatoli ben Yosef.
Quanto cari i vezzi delle sue lodi,
più dell'oro di Ofir e dell'argento!
Se le ricevesse un morto, rivivrebbe
anche se fosse ormai riposto nella tomba!
Quando potrò riunirmi all'amico?
La separazione quando avrà fine?
Ridarà il destino traditore la vita a un cuore
che ha strappato e fatto a pezzi?
Assai gioiranno allora quelli che furono divisi,
giubilerà nel ritrovarsi il cuore dell'amico.

Purtroppo, questo è uno dei pochissimi componimenti che ci rimangono dell'ebraismo calabrese, che in quanto a livello culturale non doveva essere da meno rispetto a quello siciliano o pugliese.

mercoledì 26 marzo 2008

Chaim Vital Calabrese: prima presentazione



In questo primo post presenterò brevemente la vita di Chaim Vital Calabrese, grande studioso di qabbalah, così chiamato perché dalla nostra terra proveniva il padre.A lui e alla sua famiglia dedicherò vari post, in quanto egli è stato uno dei grandi dell’ebraismo, e uomini di grande fede e di grande cultura sono stati sia il padre che i suoi discendenti.Le notizie e le foto sono tratte da alcuni siti che vi invito ad esplorare: FamousRabbis, Ascent, Sephardic.fiu.
Purtroppo sono in inglese, ma conto di tradurli, anche se non so quando: ogni aiuto sarebbe ben gradito.

Manoscritto autografo
Hayyim Vital Calabrese nacque a Safed (famosa città nel nord di Israele, importantissimo centro di studi) il primo giorno di Heshvan del 5304 (11 ottobre 1542), dal celebre scriba Yosef Vital. Studiò nelle yeshivot (accademie) di Safed, e quindi studiò la Qabbalah con uno dei più famosi kabbalisti, Rav Moses Cordovero.
Vital stesso ci informa che già prima della sua nascita era stata predetta la sua elevatezza spirituale, e nella sua gioventù anche dei messaggeri celesti avevano preannunciato come fosse destinato alla grandezza. Nel 1570 gli fu detto che un maestro venuto dall’Egitto gli avrebbe trasmesso una grande saggezza: nello stesso anno giunse dall’Egitto a Safed Rav Isaac Luria, il più grande cabbalista dell’epoca e uno dei più grandi in assoluto, il quale, morto nell’estate Cordovero, cominciò a radunare un circolo di discepoli.
Inizialmente Rav Vital non lo seguì, ritenendosi più esperto di lui negli studi kabbalistici, ma dopo nove mesi lo riconobbe come suo Maestro, e Luria ne riconobbe il potenziale messianico. Morto dopo poco Luria, egli ne divenne l’erede spirituale e guida del gruppo dei discepoli.
Nel 1575, che era stato previsto come anno dell’avvento messianico, Vital scelse in particolare dodici di questi discepoli per preparare quest’avvento; passato l’anno senza l’attesa redenzione, la data fu reinterpretata come l’inizio dell’attesa del Messia, e cominciò ad interpretare gli insegnamenti di Luria in seno al piccolo gruppo, impartendo insegnamenti che non dovevano essere divulgati all’esterno.
Nel 1577 il gruppo si dissolse, con il viaggio di Vital a Gerusalemme, dove divenne capo di una yeshivà, dove, oltre che erede di Luria, si ritenne successore di Rav Yosef Karo, grandissima autorità della halakhà (interpretazione delle norme religiose), rinunciando all’insegnamento di dottrine mistiche.
Tornato a Safed, vi rimase dal 1586 al 1592, e di nuovo tornò come rabbino a Gerusalemme, e dal 1597 fu a Damasco, dapprima come rabbino della comunità siciliana, per radunare poi un altro gruppo di discepoli.
Fu questo un periodo segnato da povertà, malattie e forte scoraggiamento. A Damasco morì il primo di iyyar del 5380 (4 maggio 1629) all’età di 77 anni; sepolto qui, in seguito la sua tomba fu portata a Kiriat Malachi, in Israele, dove si trova tuttora ed è venerata e meta di pellegrinaggi.
Scrisse varie opere, che sono tuttora lette dagli studiosi, tra cui Sefer Hezyonot (Libro delle visioni), la prima opera autobiografica di un kabbalista, Sefer gilgulim (Libro delle reincarnazioni).
La tomba di Chaim Vital Calabrese

martedì 18 marzo 2008

Tra Normanni e Svevi

Anche in questo periodo continuano ad essere rare le attestazioni di presenze ebraiche in Calabria, seppure non mancano totalmente, e permettono di immaginare che, oltre alle poche presenze accertate, possano essercene altre di cui purtroppo non ci sono rimaste tracce.

Il Fiore parla del 1200 come anno di arrivo degli ebrei in Calabria, a Corigliano da dove si sparsero a Cosenza, Belcastro, Taverna, Simeri, Tropea, Crotone, Squillace, Reggio e particolarmente a Catanzaro.
In realtà sbaglia sicuramente, in quanto, mentre non in tutti i luoghi che cita è certa una presenza così antica, in altri sono accertati precedentemente (e quindi questa sarebbe semplicemente una nuova ondata immigratoria), se nel 1150 a Bisignano Ruggero di Sicilia stabilisce la formula del giuramento per gli ebrei della Calabria; ma vediamo più da vicino i singoli luoghi in cui sono accertate presenze ebraiche per quest'epoca.
Probabilmente la sua notizia risale ad un falso storico: una lettera del 1200 con la quale Enrico VI (morto nel 1197!) raccomanda di trattare bene gli ebrei che inviava a Corigliano per il bene della città.
La diffusione dell'ebraismo in Calabria sembra anche testimoniata dall'opera di Gioacchino da Fiore (vissuto dal 1145 al 1202, e al quale alcuni attribuiscono un'origine ebraica!) Adversus Iudeos, che ne lascia intendere anche un certo livello culturale, come dimostrerebbe anche il hazan e poeta reggino Mosé.
Ruggero II
Dopo il 1092 Adelaide, moglie di Ruggero I d'Altavilla, concede al vescovo di Rossano la decima di tutti i proventi della città di Rossano, e poco dopo anche "decimas Judeorum Rossani et tres Judeos filios Samuel qui dicuntur cacoctenisti".
Accertato che all'epoca vi sono a Rossano degli ebrei, questo passo offre parecchi problemi: visto che nel primo documento gli ebrei non sono citati, questo significa che gli ebrei, prima, o non c'erano o erano "riservati" al governo centrale? resta poi ignoto il significato di "cacoctenisti", sono state proposte varie ipotesi: cattivi materassai, cattivi figlioli, degni di essere uccisi, io aggiungo una mia ipotesi, cattivi assassini? si tratta forse di gente accusati di qualche crimine e per questo "affidati" al vescovo? un ultimo problema: essi vengono citati separatamente dagli altri ebrei rossanesi: vengono portati a Rossano da un'altro luogo? oppure vivono in un altro luogo e le loro decime vengono donate al vescovo di Rossano?
Nel 1106, secondo quanto riferisce il Ferorelli, l'ebreo Abramo con i figli, i dipendenti e gli averi, viene donato al cappellano Jannuccio.
Alla fine del secolo, in epoca di transizione tra Normanni e Svevi, l'Imperatrice Costanza d'Altavilla, moglie di Enrico VI di Svevia e madre del futuro Federico II, conferma "ecclesiae Rossanensi decimam omnium proventuum et redditum Rossani, Sancti Mauri, et Judeorum Rossani", anche qui vengono nominati separatamente, ma le loro decime vengono donate al vescovo come quelle degli altri cittadini.
Federico II
Con le stesse identiche parole, nel 1223 Federico II confermerà la concessione.


Il duca Ruggero (1118 - 1148) fa analoghe concessioni ad Arnulfo, arcivescovo di Cosenza: "noviter concedo [...] decimas omnium solidorum de Judeis ac tributorum", dove quel "noviter" si riferisce ad una donazione già fatta da suo padre, Ruggero II (1095 -1154), possiamo quindi dedurre che anche a Cosenza gli ebrei fossero presenti almeno poco dopo il 1100.
Nel 1212, ormai in epoca sveva, Federico II conferma al vescovo Luca il possesso degli ebrei, anzi con maggior vigore di quanto fatto dai precedenti regnanti, siamo infatti nella prima fase del regno federiciano, in cui, ancora sottomesso al Papa, è forte il suo antisemitismo: "concedenda Ecclesiae tuae Sinagoga Iudaeorum in Civitate nostra Cusentiae [...] ut inimici Crucis Crucifixo deserviant, si forte ad notitiam Evangelicae fidei Ecclesiae serviendo pertingat"; concede quindi non solo le decime, ma tutti i redditi, vedendovi anche un mezzo utile alla loro conversione.

Il Dito, in La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria, cita un "Federico Guglielmo" che non sono riuscito ad individuare (sospetto un refuso o un errore, ma questo non inficia la validità della notizia), che nel 1127 concede alla Chiesa di Reggio il dominio sopra gli ebrei residenti, con giurisdizione civile e criminale, nonché il dazio sulla loro tintoria e sul loro fondaco; Sonia Vivacqua anticipa questa donazione al 1113, e cita nel 1180 il cantore della sinagoga e poeta, Rabbi Mosè, che a Messina conobbe il poeta Anatoli di Marsiglia in viaggio verso l'Egito: ci restano i componimenti che i due si scambiarono attestandosi reciproca amicizia.
Si tratta in realtà di una concessione attestata solo 400 anni dopo, nel corso di una disputa tra la città e la diocesi di Reggio circa la giurisdizione sugli ebrei, ma la sua esistenza non sembra dubbia.

Vincenzo d'Amato, in Memorie Historiche dell'illustrissima, famosissima e fedelissima Città di Catanzaro, ricorda come nel 1073 furono chiamati in città: "Questi [gli Ebrei], industriosi per loro natura e dediti alle mercantie et ad ogni genere di negotij, volentieri venivano ammessi nelle città più famose: onde designarono i Catanzaresi chiamarne qualche parte [...] In tal guisa allettati, ne vennero in buon numero, e perchè vollero havere nella città luogo e parte, gli assegnarono un quartiere in mezzo ad essa. (...) Giunti aprirono botteghe di ricchissime mercantie, e, mescolando con i loro negotij i drappi medesimi di seta, che ivi lavoravano, cagionarono un grande utile â cittadini et aprendo la strada al concorso di tutta la provincia per via dei loro negotij, partorivano alla città molti comodi, oltre il danaro che in abbondanza vi entrava.”
Anche per Catanzaro sembra attestata, nel 1200 ad opera del conte Riccardo Falloch, la concessione al vescovo della giurisdizione civile e criminale sulla Giudecca.
L'abside di San Zaccaria a Caulonia
In questo stesso periodo a Castelvetere (l'attuale Caulonia), l'ebreo convertito Samuele (secondo altri Nicola Pere, forse il suo nome da cristiano) fa costruire a sue spese la chiesa di san Zaccaria, a ringraziamento del santo che lo aveva "illuminato".
Celebre il Cristo Pantokrator che si trova nell'abside e che risale alla metà del XIII secolo, mentre la chiesa potrebbe essere stata edificata fin dall'XI-XII secolo.

Ancora Dito, parlando del periodo normanno e della fondazione di Monteleone, l'odierna Vibo Valentia, dice che anche lì si stabilirono gli ebrei, ma non cita nessuna fonte.
A Monteleone, Ferorelli aggiunge molti altri luoghi (Nicastro, Nicotera, Seminara, Acri, Brahalla = Altomonte, Regina = Lattarico, oltre a Castrovillari e Gerace, ed altri ancora che non cita ma che sono riportati negli stessi documenti) la cui presenza sarà accertata all'inizio del periodo angioino, deducendone che dovevano già esistere almeno in epoca sveva, e lo stesso deduce dalle argomentazioni di De Lorenzo, Un terzo manipolo di monografie e memorie reggine e calabresi (Arena, Galatro, Tritanti = Maropati), ma qui siamo nel campo delle semplici deduzioni, maggiori possibilità le attribuirei a Corigliano (attestata dal Fiore), Crotone (vista la sua rilevanza come centro commerciale e portuale, che presto apparirà come sede della principale comunità ebraica, che non può essere sorta improvvisamente dal nulla) e Gerace (dove presto vedremo il restauro di una sinagoga definita "antica"); inoltre, anche se non ci sono testimonianze per questa epoca, è possibile che vi fossero ebrei a Mileto, la capitale normanna.
Lasciando da parte le illazioni, possiamo dire che in questi secoli la presenza ebraica è accertata a Catelvetere, Catanzaro, Cosenza, Reggio e Rossano: abbiamo quindi un terzo "spostamento" degli insediamenti. Se in epoca antica li troviamo documentati per la Calabria centro meridionale e in epoca bizantina prevalentemente nel nord della regione, in epoca normanno-sveva sono presenti un po' ovunque, ma essenzialmente nelle maggiori città.
Questo corrisponde ai fenomeni urbanistici dell'epoca, con il concentramento delle popolazioni nelle città, grazie al fenomeno del cosiddetto "incastellamento".

sabato 15 marzo 2008

Pietro Catin

Su parecchi siti calabresi si trova la "storia" del beato Pietro Catin, frate marchigiano che fondò a Castrovillari il primo convento francescano.
Questo frate, tentando di convertire una ebrea, sarebbe incappato nelle ire del marito, che, in combutta con altri ebrei, lo avrebbe rapito e poi ucciso imponendogli in capo un elmo arroventato.
Quella notte i ciechi videro una grande luce dove era stato sepolto il cadavere, i muti dicevano che lì si trovava il beato Pietro, gli zoppi risanati corsero a vederlo e le campane suonarono da soli.
Quasi tutti questi siti, pur tacendo i mille prodigi, riferiscono il cruento particolare dell'elmo, ma molti omettono il suo tentativo di convertire la donna: parlano solo del suo "martirio" ad opera di uno o più ebrei, negando anche una possibile "attenuante": si sa che la conversione di uno dei due coniugi comportava la distruzione della famiglia, con la perdita per il consorte "ostinato" anche dei figli e magari dei beni.
Trovo abbastanza disgustoso che questa favola (su siti che dovrebbero avere una certa autorevolezza come quello del comune, dello stesso convento fondato dal Catin, e addirittura su quello del museo archeologico di Castrovillari, istituzione che dovrebbe avere la ricerca della verità scientifica come suo fondamento) continui a circolare negli anni 2000, quando già all'inizio del 1900 era stata confutata da ottimi studiosi.

Leggiamo cosa dicono questi.
Oreste Dito, La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Reggio Calabria, 1916 (ristampa anastatica: Brenner, Cosenza, 1989) commenta "La leggenda potrebbe avere tutte le sembianze di quei fatti passionali che oggi tanto interessamento e tanto favore suscitano nelle aule delle Corte d'Assise" (per essere chiari, se pure il fatto è avvenuto è stato un delitto passionale e non c'entrano niente questioni di fede), e più avanti, "il fatto, se veramente avvenne, non ebbe conseguenze, perché gli Ebrei furono sempre ben trattati a Castrovillari", cosa che sarebbe davvero troppo strana: bastava molto di meno a scatenare persecuzioni contro gli ebrei!

Infine, cita un autore precedente, Domenico Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1876-78, che scrive che "secondo i cronisti di detta Religione [i francescani] la morte del B. Pietro era avvenuta naturalmente"... cosa sulla quale c'è poco da dubitare.

Montalto Uffugo

Montalto Uffugo si trova a nord di Cosenza, sulle pendici della Catena costiera, a poca distanza dalla Costa dei Cedri dove i rabbini di tutto il mondo vanno a raccogliere i più bei frutti per Sukkot, nella zona de i valdesi (accolti anche a Montalto e nella sua frazione Vaccarizzo), non lontano da paesi di origine albanese, tra cui Rota Greca (il paese del Giusto delle Nazioni Angelo De Fiore) e da altri luoghi di insediamento ebraico.
Inoltre, poco a sud si trova Amantea, che fu emirato arabo, ed alcuni paese ebbero forse origine dai longobardi.
In pochi chilometri un mosaico di etnie e culture hanno convissuto per secoli arricchendosi reciprocamente, fino all’epilogo, doloroso per gli ebrei, e addirittura sanguinario per i valdesi.


BIBLIOGRAFIA
Le notizie che seguono, oltre che da alcuni siti internet, in particolare quello del Comune di Montalto Uffugo, sono tratte dai seguenti testi:
(F) = Nicola Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia meridionale dall’età romana al secolo XVIII, Torino 1915 (ristampa anastatica: Forni, Sala Bolognese, 199);
(D) = Oreste Dito, La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Reggio Calabria, 1916 (ristampa anastatica: Brenner, Cosenza, 1989);
(A) = Sonia Vivacqua, “Gli ebrei in Calabria” in Architettura judaica in Italia: ebraismo, sito, memoria dei luoghi, Flaccovio, Palermo, 1994;
(C) = Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996;
(E) = Sonia Vivacqua, “Calabria” in L’ebraismo dell’Italia meridionale peninsulare dalle origini al 1541. Atti del IX Congresso internazionale dell’Associazione italiana per lo studio del giudaismo, Congedo, Galatina, 1996.
Non ho avuto modo di consultare Carlo Nardi, Notizie di Montalto in Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1986 (ristampa di Roma, 1954), che pure contiene varie notizie; spero di farlo al più presto.

GLI INIZI
Montalto è uno dei non rari casi calabresi (ne vedremo altri) in cui un paese è stato sede di più insediamenti ebraici; a volte questo è dovuto al fatto che quelli che anticamente erano diverse “terre”, poi unificate in un solo comune, oppure c’è anche la possibilità di diverse ondate di immigrazione, come quella proveniente dalla Sicilia nel 1492/3, quando furono cacciati dagli spagnoli; non ho elementi per saper distinguere i due casi.
L’attuale comune ospitò infatti tre comunità, nel capoluogo e nelle frazioni Parantoro e Vaccarizzo.
Mancano notizie sull’arrivo degli ebrei, le prime informazioni sono piuttosto tarde, del 1400, ma la consistenza numerica della comunità e la presenza, accanto ad una massa di basso ceto sociale, di personaggi rilevanti, ci può far immaginare che l’insediamento possa risalire almeno all’epoca angioina, nel 1200.
Il sito del comune
parla di una politica di contenimento dello strapotere dei baroni e delle gerarchie ecclesiastiche attuata dai Normanni, che portò a Montalto Ebrei e Valdesi, ma purtroppo non conosco le fonti dell’informazione.
A Vaccarizzo, dove nel XIV secolo giungono i valdesi, sembra già si trovassero gli ebrei.
(D), nel capitolo sull’età angioina, ma senza citare date o fonti dice che gli ebrei abitavano in Montalto e nelle frazioni di Vaccarizzo e Parantoro.
Di Vaccarizzo, attesta che ancora ai suoi tempi vi si adoperasse il termine “mortafà”, che fin dai tempi angioini era la tassa di residenza per gli ebrei, per indicare il pagamento all’abate per l’accompagnamento funebre.

QUADRO STORICO E SOCIO-ECONOMICO
L’esistenza di questi insediamenti è import
ante sia per farci capire l’enorme diffusione degli ebrei in Calabria, anche in luoghi poco rilevanti, come piccoli villaggi o addirittura nelle campagne (non mancano in Calabria attestazione di pastori ebrei), sfatando il mito degli ebrei dediti solo all’usura o, nel migliore dei casi, al commercio.
Di ebrei dediti all’allevamento (e alla cultura!) ci informa (C): il 14 giugno del 1485 “Haym Angeli de Trevi abitatori in Montealto” acquista da Iosef di Angelo di Roma cento libri della Bibbia stampati in ebraico al prezzo di 440 capi di bestiame minuto.
L’interesse per la cultura di questi ebrei è testimoniato anche da due codici, rispettivamente del 1484 e del 1493, custoditi a Parma e a Oxford, forse attribuibili a Montalto.
Ma probabilmente la grossa rilevanza che assunse la comunità ebraica di Montalto fu dovuta in gran parte alla seta, di cui (D) la cita come primo centro produttore in provincia di Cosenza, la vicina capitale in cui ogni anno il 22 luglio
si svolgeva la fiera della Maddalena in cui veniva stabilito il prezzo della seta in Calabria (che la esportava, greggia o lavorata, in tutta Europa).
Infatti il sito del comune dice che intorno alla metà del XV secolo una comunità di ebrei provenienti dalla Spagna e dalla Sicilia si stabilirono a Montalto, ma forse tale provenienza va ritardata di qualche decennio. Qui avviarono un fiorente mercato della seta, del velluto e della lana che trasformò il paese in un importante polo commerciale.
Numerose sono infatti le citazioni di mercanti Montaltesi, che spesso sono anche medici.
Del 1400 (D) è la prima citazione datata di ebrei montaltesi; il medico e mercante Joseph Judeus, di Montalto ma residente a Crotone, opera attivamente per sostenere i diritti di re Ladislao contro Luigi II d’Angiò, e viene da lui ricompensato con la dilazione del pagamento dei debiti, a causa delle perdite subite durante la guerra, e
con il permesso di sostenere l’esame per l’esercizio della medicina in tutto il Regno, e di sostenerlo a Cosenza e non a Napoli come era obbligatorio, e dove non poteva recarsi a causa della lunghezza e dei pericoli del viaggio, nonché per le precarie condizioni economiche.
Ancora di una licenza a sostenere l’esame dell’arte medica (C) sappiamo nel 1452-3 Re Alfonso dà la licenza di sostenere l’esame di medico ad Aron de Mercadianni de Mele Russo; questo personaggio tornerà (anche lui come medico e mercante) in F nel 1480, quando con il concittadino Sabato de Russo sarà esentato dalla “tassa delle industrie delle mercancie” a Castrovillari, dove esercitava il commercio, pagando già essi le tasse a Montalto dove risiedevano; lo ritroveremo un’ultima volta (F) nel 1500, quando risulta proprietario di una casa del paese (nonostante spesso agli ebrei fosse proibita la proprietà!).
Altri due medici sono Abramo e Menico suo genero, trasferitisi
nel 1491 da Montalto a Tursi in Basilicata “per exercitare et fare loro industrie et arte de medecina”, né mancano i farmacisti, i fratelli Daniele Gezache e Davit che esercitavano “l’arte della specelleria”, e dovevano essere personaggi ragguardevoli, se in quello stesso anno rifiutano l’ufficio di raccoglitori delle imposte, che su loro ricorso il re ordina venga affidato a dei cristiani.
Ma non mancavano i poveri anche tra gli ebrei montaltesi: nel 1494 David de Rotulo invia un memoriale ed ottiene di pagare 5 dei 10 ducati di cui era stato multato: il resto lo avrebbe pagato la Corte; poco prima, Vital Aym ricorse alla protezione reale per sottrarsi alle molestie dei creditori da cui aveva acquistato ferro ed altro
Della rilevanza complessiva della comunità montaltese ci dà testimonianza un capitolo di re Ferdinando I del 1481, con il quale concede agli ebrei di Cosenza “che possano gaudere tucte quelle gracie et franchicie che gaudeno li iudey de Montealto”
Del resto, nel 1494 (F) gli ebrei sono ben 1010, probabilmente incrementati da quelli provenienti dalla Sicilia, dove erano stati cacciati dagli spagnoli nel 1492/3, ma bisogna ammettere che non dappertutto erano stati accolti, quindi abbiamo un’altra testimonianza del relativo benessere di questa comunità.

AMICI E NEMICI
Un bell’episodio di dialogo “interreligioso” ante litteram ce lo offre Domenico Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1876-78: nel 1452 il frate Simone del
l’Alimena dava agli ebrei di Montalto delle elemosine, compatendoli per prossimo che sono, in particolare dava l’olio per le 60 lampade che continuamente ardevano nelle loro scole, denunciandolo un notabile locale presso san Francesco di Paola (secondo alcune tradizioni la madre era una ebrea convertita), che gli rispose di doversi giudicare la bontà dalle azioni e dal loro fine, e quella era azione finalizzata alla conversione delle anime, ed infatti due intere famiglie si convertirono, e i loro discendenti erano ancora vivi all’epoca del Martire.
Questo episodio è interessante per vari aspetti: oltre alla presenza di numerosi poveri, vediamo che nella nostra terra amicizia (sebbene finalizzata ad una conversione, ma non con i metodi violenti o costrittivi che verranno usati in seguito) e antisemitismo convivono; inoltre, è interessante l’accenno alle “loro scole”, al plurale: possiamo supporre che vi fosse più di una sinagoga, davanti ai cui Aron ardesse la luce perpetua? o si trattava di una sinagoga e di una scuola?
Una testimonianza di antisemitismo la leggiamo nel libro di Paolo Preto, Epidemia, paura e politica nell'Italia moderna: nel 1422 a Montalto, Vaccarizzo e Parantoro gli ebrei vengono accusati dal popolo di aver avvelenato le acque delle fontane di Montalto e dei paesi vicini spargendo delle malefiche polveri.

EPILOGO
Ma raggiunto il massimo fiorire, siamo ormai all’epilogo: con la calata di Carlo VIII dalla Francia, portatore di un messaggio antisemita, peg
giorate le condizioni economiche anche dei cristiani che si dedicano all’assalto delle giudecche, gli ebrei si convertono o si disperdono, e nel 1497 (A) si ha la trasformazione della sinagoga in chiesa; secondo il sito della Conferenza episcopale, invece (ma anche qui non conosco le fonti), la la sinagoga fu soppressa nel 1497 e le rendite furono destinate alla chiesa matrice, mentre la scuola fu lasciata all’Università (da intendersi come comune), che la trasformò nella Cappella della Madonna delle Grazie: avremmo così un’altra prova della ricchezza non solo economica, ma anche culturale della comunità, che aveva sia una sinagoga che una scuola.
Nel 1509 (C) le famiglie di Montalto risultano essere 705: 440 latini, 163 ultramontani (valdesi) e 102 neofiti; non risultano esserci più ebrei.
Infine, nel 1511 anche i “cristiani novelli” devono partire, e la storia degli ebrei di Montalto sembra finire.
Ma finisce veramente? Cesare Colafemmina, “Gli ebrei in Calabria e in Basilicata” in Minoranze etniche in Calabria e in Basilicata, Di Mauro, Cava dei Tirreni, 1988, ci riporta che un frate inquisitore, in Calabria dal 1654 al 1659, scrive nella sua relazione: “in Montalto trovasi un gran numero di famiglie che traggono discendenza da Giudei, e comunemente vengono riputate segrete osservatrici della legge Mosaica. Le superstiziose cerimonie loro sono famose per tutta la Provincia, e note a ciascheduno. Festeggiano il sabato, aborriscono la carne di porco. Non comprano animali morti, ma vivi e gli scannano all’uso de gl’Ebrei con l’aggiunta di certa orazione sciocca, ma superstiziosa. Non vogliono ma
ngiar ne’ vasi c’habbiano servito ad uso d’altri Cristiani. Altri profani riti osservano ancora, ma con molta avveduta ritiratezza non ammettendo alla notizia de’ segreti di casa alcuna persona straniera, né fidandosi de’ loro figlioli, mentre son fanciulli”.
No, non credo che la storia degli ebrei di Montalto sia finita davvero nel 1511.

URBANISTICA
Nel XVI secolo a Montalto, al di fuori della cinta muraria si insediarono due comunità etnico-religiose: ebrei e valdesi, nei rispettivi quartieri Cafarò (analogamente al Cafarone o Cafarnao di Cosenza) e Borgo Ultramontano. Gli ebrei organizzarono il loro quartiere in uno spazio chiuso su due lati, idoneo ad espletare la funzione commerciale cui essi erano debiti.
Ancora oggi in via Panfilo Mollo è possibile vedere i resti di un negozio ebraico le cui entrate sono state completamente murate.


Leggiamo cosa ci dice (A) di Parantoro: “Si tratta di una trentina di case nei pressi dell’incrocio della via che da San Fili porta a Montalto con quella che conduce a Vaccarizzo. Dalla via si diparte una stradina di campagna, l’unica diramazione in quel gruppetto di edifici, sulla quale sorgono tre case. Sulla prima la targa recita: Giudeca Soprana, sull’ultima, una decina di metri più in basso, Giudeca Sottana”.

Non so se queste targhe esistano ancora, ma è proprio di questi giorni è il bando per il rifacimento di questa Via Giudecca… probabilmente le ultime tracce di questo passato verranno cancellate, anche se mi auguro che non avvenga.

giovedì 13 marzo 2008

Reggio sul Jerusalem Post!

Ringrazio di cuore Bennauro, che mi ha informato che sul blog del Jerusalem Post qualche giorno fa si è parlato, tra l'altro, del nostro stampatore, Abraham ben Yitzhak ben Garton, che ha stampato il commento alla Torah nel 1475.
Sono molto contento che sempre più si vada conoscendo l'antica realtà ebraica della Calabria.
Pubblico ora il testo direttamente in inglese, proponendomi di tradurlo nei prossimi giorni.

The Sephardi Perspective: Reclaiming the Jewish word
Posted by Ashley Perry (Perez)

While we look forward to Purim, there are many other reasons that Adar is such a celebratory month. The third of Adar commemorates the completion of the Second Temple, the seventh is the hilula of Moses and the 28th of Adar is a Talmudic celebration to commemorate the rescinding of a Roman decree against ritual circumcision, Torah study and keeping the Shabbat. However, another important date is often overlooked that goes to the root of the 'People of the Book' in the modern era.
Next week is the anniversary of the creation of the first printed and dated Hebrew book ever published with movable type on the 10th of Adar, Feb. 17, 1475. The book is a copy of Rashi's commentary of the Five Books of Moses. It was printed by Abraham ben Yitzhak ben Garton in Adar 5235 in the city of Reggio di Calabria, Italy. The sole copy of this book that still exists is kept in the Palatine Library in Parma, Italy. The method of type was called incunabula, which is a block-book printed from a single carved or sculpted wooden block for each page, made with individual pieces of cast metal movable type on a printing press, in the technology made famous by Johannes Gutenberg.
Relatively little is known of Garton, although most historians claim that he was a Spanish Jew who had escaped to Italy because of the wave of anti-Jewish hatred asserting itself in the Iberian Peninsular. Reggio di Calabria had become a haven for those Jews who fled Spain firstly because of the anti-Jewish violence and then the Spanish Inquisition.
Interestingly Garton used what has now become known as 'Rashi Script' which differs from other written forms of Hebrew. The type-set became known as Rashi Script because of this event; Rashi himself never used such a script. The script was known to be used by early Sephardi Jews and also became the type-set for Ladino, the language of the Iberian exiles.
This book set the tone for a cultural, intellectual and Judaic revolution. While the bastion of Jewish civilization which had been Spain was being literally burnt at the stake, the printing press in Central Europe allowed the Ashkenazi world to rise in dominance. Many Iberian exiles took the printing press to the Ottoman Empire and other parts of the Mediterranean. However, this venture did not permeate the Arab world in significant numbers.
The Arab world did not adopt a significant printing press for many centuries after Johannes Gutenberg first created the printed word. One reason is that the cursive nature of the Arabic script and certain of its other peculiarities made its adaptation to printing difficult. Another reason was the Western trend toward printing and the development of ornamental and sometimes elaborate type faces. In Islam, the drawing or depicting of human or animal forms was forbidden and writers and artists were forced to resort either to what has since come to be known as "arabesque" (designs based on strictly geometrical forms or patterns of leaves and flowers) or, very often, to calligraphy. This made writing the religiously preferred mode of copying texts.
While Christian Europe was undergoing the Renaissance and the Reformation, the Arab world had already been in decline for a couple of centuries. The 15th century Reconquista of Spain by the Catholic monarchs was the final nail in the coffin. The disruption to the cycle of equity based on Ibn Khaldun's famous model of Asabiyyah (the rise and fall of civilizations) points to the decline being mainly due to political and economic factors.
Tolerance of differing ideas and concepts had greatly reduced from the great Arab polemical debates at the turn of the millennium. This is perhaps best demonstrated by al-Ghazali's polemic work The Incoherence of the Philosophers.
This decline also affected the Jews within Arab lands as they were faced with more intolerant neighbors. While colonialism brought with it a rebirth in the standards of education for many Jews in the Arab World, centuries of lagging standards meant many were behind their European brethren. The Alliance Israélite Universelle, an organization created to combine the ideals of self-defense and self-sufficiency through education and professional development among Jews, disconnected many Jews from their traditions which in turn made sure they played little part in a Jewish intellectual renaissance.
Jewish printing presses from the Arab World during these centuries of decline were almost non-existent. This had a dramatic effect on the modern Jewish state. While religious life was largely unaffected due to the fact that large portions of the Sephardi service are sung or intoned in unison and thus had less use of printed prayer books, very few Jews of the Arab World had access to large compendiums of Jewish works.
While there was a time where almost all of the great Jewish treatises were Sephardi, recent times have proven the opposite is true. Today we see that most of the recent well-known works of Judaica are of Ashkenazi origin.
It is time for the great Sephardi mind to recapture their place in the Jewish world and not just in Halacha, where they have made inroads out of necessity. The great works of the Rambam, Ramban, Aboulafia, HaLevi and many others demonstrate that Sephardim have a rich history to rest on. The anniversary of the first Jewish printed book should be a good time of reflection for the Sephardim to share in the dissemination of the Jewish word.

Cognomi ebraici: primi cenni

Una delle vie per indagare sulle antiche presenze ebraiche è quella dell’onomastica.
In realtà si tratta di una strada piuttosto ambigua, sulla quale bisogna procedere con estrema cautela, perché può essere ingannatrice, e questo per molti motivi.
Sono relativamente pochi i cognomi esclusivamente ebraici: un Milano può essere di origine ebraica, ma non necessariamente, perché era facile che un qualsiasi milanese che fosse andato ad abitare fuori dalla sua città ricevesse un cognome come Milano, Milanese, Da Milano, Di Milano, e così via, indipendentemente dal fatto che fosse ebreo o cristiano; non è affatto vero che, come dicono alcuni, tutti i cognomi indicanti un luogo siano ebraici: molto spesso è così, ma non è un dato assoluto.
Di contro, non è affatto vero che, come scrive qualcuno, solo i cognomi di luoghi centro-settentrionali (tutti!) indichino origine ebraica, mentre quelli di luoghi meridionali (tutti!) escludono tale origine.
Un’altra difficoltà è quella cronologica: se oggi in un luogo si trova un cognome certamente ebraico, non è detto che risalga ad una famiglia ebraica originaria del luogo, può benissimo esservi emigrata fino al XIX secolo, quando ancora venivano emanate in Italia disposizioni affinché ognuno avesse un cognome, cosa che non sempre avveniva fino ad allora.
Inoltre c’è l’aspetto dei matrimoni misti, per cui una famiglia che ha un cognome “cristiano” può benissimo essere di origine ebraica, ma, avendo in un qualsiasi momento una donna di questa famiglia sposato un cristiano, il cognome materno si è perso.
Alla difficoltà contribuisce infatti la legge ebraica, secondo cui l’appartenenza all’ebraismo si trasmette in modo matrilineare, per cui è ebreo chi è figlio di madre ebrea; quindi anche l’accertata ebraicità di un cognome (trasmesso di padre in figlio) non può far parlare di ebraicità della persona, almeno secondo i criteri ebraici.

Sui cognomi ebraici in Calabria avremo modo di parlare in seguito, intanto vi invitando (se l'argomento vi incuriosisce) ad esplorare due ottimi siti curati da Nardo Bonomi (purtroppo in inglese), che contengono varie e documentate informazioni e rimandano a loro volta a numerosi database e motori di ricerca: Italian Resources for Jewish Genealogy e Jewish Genealogy in Italy.
Un piccolo elenco (che riporto con qualche annotazione e una sommaria divisione in gruppi) tratto dal libro del professor Vincenzo Villella, La Judeca di Nicastro e la storia degli ebrei in Calabria, si può trovare sul sito del IjCCC, Italian Jewish Cultural Center of Calabria.
Cognomi riferiti a luoghi: Amantea, Capua, Catalano, De Rose, Di Lentini, Di Napoli, Di Nola, Di Rende, Greco, Milano, Montalto, Napoli, Palermo, Pistoia, Pugliese, Renda, Romano, Salerno, Siciliano, Spagnolo, Staiti, Viterbo;
Cognomi nobiliari (assunti o perché erano in rapporti d’affari con loro o al momento della conversione): Barone, Caracciolo, Carafa, D'Aquino, Filomarino, Monforte;
Cognomi di mestieri: Cimino (coltivatori o commercianti di cumino), Ferraiolo, Ferraro, Foderaro, Orefice, Pignataro, Speziale;
Traduzioni dall’ebraico: Anania, Buono, Dattilo, De Sarro, Del Giudice, Del Vecchio, Diamante, Fiore, Gentile, Gioia, Leone, Luzzatto, Ricca, Russo, Simone, Stella, Tranquillo, Ventura, Vitale;
Cognomi da convertiti: Cristiano, Gesualdo;
Patronimici: D'Alessandro, De Masi, De Pascali, De Pasquale, Di Giacomo, Di Giovanni, Di Matteo.
Aiello (da Abdullah, nome che gli arabi avevano imposto a molti di loro), Jacoviello o Coviello (da Jacob), Mascaro (dallo spagnolo mas caro, molto caro a Dio).
Altri di vario genere: Amato, Balsamo, Bonanno, Bonfiglio, Brancato, Brigandi, Bruno, Campagna, Chiarelli, Costantino, De Mayo, Garo, Giardino, Jenco, Licastro, Margiotta, Marino, Mazza, Mele, Mondella, Mozello, Panaro, Pane, Perna, Pisciotta, Rotoli, Speranza.

Un elenco molto ampio, dal sito dell'Associazione per la ricerca e lo studio sugli Ebrei in Calabria e Sicilia, riguarda la Sicilia, ma riporta molti cognomi presenti anche da noi; è piuttosto lungo, e mi richiederebbe troppo tempo per elaborarlo, quindi consiglio di leggerlo personalmente, anche per le osservazioni che contiene.

mercoledì 12 marzo 2008

Purim a Trani

Comunità Ebraica di Napoli - Sezione di Trani
segretariato via dell’Industria 93 – 70051 Barletta
tel/fax 0883950639 cell 3402381725


Giovedi sera 20 marzo gli Ebrei celebrano Purìm ossia la vittoria degli Ebrei persiani e della regina Ester su Hamàn e i nemici di Israele.
Presso la Sinagoga Scolanova di Trani la prima lettura del Rotolo di Ester comincerà intorno alle 19:40 dopo la preghiera di Minchà e Arvit.

A partire da giovedi sera 20 marzo, preceduto dal cosiddetto digiuno di Ester (che a Trani termina alle 19:14), gli Ebrei celebrano Purìm con la prima lettura della Meghillath Ester (Rotolo di Ester), lettura da ripetersi la mattina successiva.
Purìm è una festa istituita dai Chachamim (i Maestri dell'Ebraismo) in ricordo della salvezza del popolo ebraico a opera della regina Ester nonchè la sua vittoria nei confronti di Hamàn, nemico giurato di Israele.
La lettura della Meghillà è accompagnata dal calpestìo rumoroso dei piedi ogni volta che viene nominato Hamàn.
A Purìm, oltre al precetto di assistere alla lettura del Rotolo di Ester occorre adempiere alla mishlòach manòt (scambio di porzioni di cibo tra parenti o amici), alla mattanòt laEvionìm (offerte ai poveri, minimo due di essi) e alla seudàth Purìm (pasto di Purìm che si consuma dopo la preghiera pomeridiana).
In Israele la festa si prolunga anche al 15 di Adàr e viene chiamata Purìm Shushàn (Purìm di Susa).
L’uso è che si gioisca cantando, ballando e bevendo vino fin quasi al punto da confondersi esclamando non: arùr Hamàn (maledetto Hamàn) e barùch Mordechài (benedetto Mordechai) ma addirittura il contrario.
Purìm è un appuntamento irrinunciabile per i bambini che in quest’occasione usano venire in Sinagoga mascherati non solo come segno di scherno nei confronti del perfido Hamàn ma anche per ricordare (soprattutto agli adulti) che spesso molti Ebrei cadono nell’errore di assumere usi e costumi sociali non ebraici.
Si assimilano ossia, appunto, si mascherano.
La storia della regina Ester, Ebrea costretta ad assimilarsi e nascondere la propria identità sin quando la propria e quella del popolo ebraico non fosse stata messa in pericolo, insegna che per gli Ebrei nulla può essere scambiato con l’identità religiosa, culturale e umana consegnataci dall’Ebraismo.
Ciò assume ulteriori significati dopo i terribili fatti di alcuni giorni fa alla yeshivà di Gerusalemme ed è di auspicio affinchè l'intera Diaspora si stringa sempre più attorno a Israele, lo Stato ebraico.
Quest'anno Purìm viene celebrato nel secondo mese di Adàr (Adar shenì).
Ciò accade quando nel calendario ebraico arriva l'anno embolismico ossia aumentato di un mese per compensare lo scarto tra anno lunare e cicli stagionali dell'anno solare.
In questo caso, tutte le feste slittano di un mese, pertanto Pesach (la Pasqua ebraica) cadrà la sera del 19 Aprile (14 del mese di Nisan).

COSA RICORDIAMO A PURIM?
I fatti di Purìm risalgono a circa 2500 anni fa allorquando molti Ebrei esuli in Babilonia tornarono in Eretz Israel guidati da Ezra e Nehemia.
Tuttavia molti altri Ebrei scelsero di restare sotto Achashverosh (Assuero), re di Persia e Media.
Assuero, dopo aver ripudiato la sua prima moglie fece convocare a corte le più belle ragazze delle 127 province sulle quali egli regnava; fu scelta una ragazza ebrea, Ester (il nome ebraico era Hadassa che significa mirto) che andò in sposa al re.
Ester era stata cresciuta da suo cugino e tutore Mordechai ma di entrambi il re ignorava che fossero parenti ed Ebrei.
Un giorno Mordechai seppe che alcuni servi congiuravano per uccidere il re: avvertì Ester e il complotto fu sventato. In segno di gratitudine il re ricompensò Mordechai.
Ma il più potente consigliere del re, Hamàn (discendente di Amalèk, nemico del popolo ebraico ai tempi di Moshè) prese in grande odio sia Mordechai (che non si inchinava al suo passaggio) che il popolo ebraico cui Mordechai apparteneva (perché aveva leggi diverse da quelle di ogni altro popolo).
Tramite abili stratagemmi Hamàn convinse Assuero a firmare un editto in base al quale gli Ebrei sarebbero stati sterminati in tutto il regno.
Hamàn tirò persino a sorte (in ebraico pur) il giorno dell’eccidio: fu sorteggiato il 13 di Adar.
Anche questa volta Mordechai venne a sapere del piano efferato di Hamàn e chiese l’aiuto di Ester.
Benché la regina secondo l’uso del tempo non potesse presentarsi al re senza un suo invito decise ugualmente di rischiare; si recò da Assuero e lo invitò a un banchetto per il giorno dopo.
Durante il banchetto Ester smascherò Hamàn e rivelò al re e ai commensali la sua congiura contro gli Ebrei.
Allora il re ordinò che Hamàn venisse impiccato assieme ai suoi figli e che tutti gli Ebrei fossero liberi; la regina Ester a sua volta ordinò che da allora in poi gli Ebrei festeggiassero quel giorno che fu chiamato Purìm a ricordare il capovolgimento delle sorti di Hamàn e Israele.

Il Popolo del Libro

La cultura è stato uno dei principali elementi che ha permesso per millenni l'esistenza del popolo ebraico, pur così piccolo e disperso.
Lo testimoniano i numerosi premi Nobel dati ad ebrei, i nomi dei tre personaggi che probabilmente più di tutti hanno inciso nella storia e nella cultura dell'ultimo secolo: Marx, Freud, Einstein, i più celebri ma certo non i soli, da Kafka a Woody Allen a Bob Dylan.
Tra gli ebrei l'analfabetismo è sempre stato praticamente sconosciuto (le brave mamme ortodosse ancora oggi ai loro bambini appena svezzati preparano biscotti con le forme delle lettere dell'alfabeto ricoperte di miele) e le sinagoghe in Italia hanno tradizionalmente avuto il nome di "scola", in quanto erano centri non solo di preghiera ma anche di studio.
In occasione di atti fondamentali della vita ebraica (milà, bar mitzvà, matrimonio) è tradizione che la famiglia paghi la pubblicazione di un libro, o a volte è questo il regalo che fanno gli amici.
Della celebrazione di alcune feste fa parte lo studio della Torah o del Talmud, e lo stesso avviene nella commemorazione di un defunto.
Un mio amico ebreo, vedendomi una volta entrare al Tempio, mi ha chiesto se stessi studiando, intendendo se mi stessi preparando alla conversione!
Pur nella scarsità di documentazioni sull'ebraismo calabrese, ne sappiamo abbastanza per essere certi del suo vigore culturale, soprattutto se rapportato al circostante ambiente cristiano: vedremo qui alcune di queste testimonianze.
Le informazioni sono prese dall'ormai noto Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, 1996 e da Giuliano Tamani, "Manoscritti e libri", in L'ebraismo dell'Italia meridionale peninsulare dalle origini al 1541, atti del IX Congresso internazionale dell'Associazione italiana per lo studio del giudaismo, Congedo, Galatina, 1996.


Abbiamo già visto che a Reggio è stata edita la prima pubblicazione a stampa in ebraico fornita di data, ma quella di Abraham ben Garton a Reggio non è stata l'unica tipografia ebraica in Calabria: a Cosenza vi fu poco dopo la stamperia di Ottaviano Salomonio di Manfredonia (al quale dedicherò un post), che però non risulta abbia pubblicato volumi in ebraico.
Per arrivare ai nostri giorni, dobbiamo ricordare le edizioni Brenner di Cosenza, fondate dopo la liberazione da uno degli internati del campo di Ferramonti. E chissà che lontane ascendenze ebraiche non abbia il tipografo-editore Abramo di Catanzaro...

Pur nella rovina di biblioteche e archivi calabresi, depredati dagli uomini e distrutti da terremoti e accidenti vari, restano anche numerosi manoscritti fatti in Calabria, e chissà quanti altri che hanno visto la luce da noi sono stati portati con sé dagli ebrei scacciati nel XV secolo, cacciata che rovinò la nostra terra economicamente e culturalmente.
Di questi manoscritti tratterò in modo più particolare in seguito, qui mi limito ad una rapida rassegna.
Vengono da Cosenza cinque manoscritti dal 1458 al 1494: il commento di David Qimhi a Ezechiele e ai Profeti minori; due libri della Mishneh Torah di Maimonide; il libro di Giobbe con il commento di Yitzhak Arundi; il trattato filosofico Le retribuzioni dell'anima di Hillel ben Shemuel di Verona; la grammatica ebraica Il lavoro dell'Efod, di Yitzhak ben Moshe Duran.
Da Reggio, tra il 1483 e il 1508, ne arrivano altri quattro, un commento di Averroè agli Analytica posteriora di Aristotele, e tre opere di carattere medico: La via dei viventi di Mosheh ben Yehoshua da Narbona, e due diverse copie del Lilium medicinae di Bernardo di Gordon.
Due documenti ci vengono da Crotone, rispettivamente del 1472 e del 1474: i commenti medi di Averroè a tre trattati aristotelici, Physica, De anima, Meterologica; un commento al Pentateuco dal titolo Sefer moshav zeqenim (Il libro dell'ospizio dei vecchi).
Due ancora furono fatti a Strongoli, nel 1469-70 e nel 1480: Le opinioni dei filosofi di Al-Gazali e Le guerre del Signore, trattato filosofico di Levi ben Gershom.
A Rende furono copiati il commento di Isaia da Trani il Giovane aò trattato mishnaico Hullin, e anche (ma forse a Cosenza) il commento di Rashi al Pentateuco.
Da Belcastro (tra il XV-XVI secolo) viene un commento al commento medio di Averroè alla Logica di Aristotele.
Infine, da Simeri, proviene una bella Ketubbah, un contratto matrimoniale, firmata da ben undici testimoni figli di "rav".
Di un altro manoscritto, Doveri dei cuori, trattato etico di Bahyan ibn Paquda, non si sa se sia stato fatto a Gerace oppure a Geraci in Sicilia.
Inutile dire che nessuno di questi documenti si trova attualmente in Calabria: sono tutti andati dispersi tra Italia ed estero, per lo più a Roma e a Parigi.

Un documento indicativo della fame di libri degli ebrei calabresi è il contratto stipulato a Roma nel 1485, con cui un ebreo di Montalto acquista da uno romano ben 100 Bibbie stampate in ebraico, pagandole con 450 capi di bestiame minuto!

Infine, di famiglia originaria della Calabria è Chaim Vital Calabrese, grande studioso di Kabbalah del XVI-XVII secolo, le cui opere costituiscono ancora tema di meditazione tra gli ebrei, che onorano la sua tomba a Tzfat, e del cui padre si diceva la santità fosse tale che gli tzitzit (frange del talled, lo scialle di preghiera) da lui preparati meritavano la vita futura a chi li indossava...

martedì 11 marzo 2008

L'industria della seta

In questo post affronto un tema che è stato fondamentale nella storia della presenza ebraica in Calabria, e nel quale l'integrazione tra i due popoli aveva costruito una possibilità di ricchezza e di sviluppo che la vergognosa e suicida cacciata degli ebrei ha stroncato miseramente, ed insieme a questa tutti gli altri settori in cui la presenza ebraica avrebbe potuto consentire uno sviluppo economico e culturale della nostra terra ben diverso e migliore di quello che è poi stato.

LA CALABRIA, LA SETA, GLI EBREI
(da una pagina internet che non esiste più)

Lo splendido mantello di seta
di Ruggero II,
probabile opera calabrese

I MERCANTI
In Calabria operavano gli ebrei, i quali avevano un ruolo importantissimo nella crescita economica della regione, ed in particolare nello sviluppo dell’industria serica e della tintoria, dove investivano ingenti capitali traendone forti guadagni.
Il loro intervento non si limitava soltanto a quello redditizio della seta, ma tutti i settori dell’economia calabrese beneficiavano della loro alacre attività imprenditoriale: dalla lavorazione del ferro, del rame, del bronzo, all’oreficeria e all’argenteria; dalla concia delle pelli e dalla manifattura dei cappelli a cono, denominati a cervone, alla fabbricazione dei pettini, del sapone, delle stoviglie.
Tra le altre attività svolte dagli ebrei, non dobbiamo certo dimenticare l’usura e l’importanza che essa aveva nell’ambito di una politica economica volta a garantire lo Stato ed a contenere l’ingordigia dei banchieri forestieri, soprattutto toscani e lombardi.
Né in altro modo siffatta politica poteva essere realizzata, se non favorendo gli Ebrei, ed acclimatando nell’Italia meridionale un elemento capitalistico ed industriale che, sotto la vigilanza dello stato, poteva colmare un vuoto nella vita economica. Agli Ebrei era riservato questo monopolio del credito, quasi come una funzione di Stato, anche perché nei bisogni riusciva più facile poterli mungere e vessare in tutti i modi.
Gli Ebrei erano presenti dovunque in Calabria; riuniti in colonie, essi formavano una comunità a parte, distinguendosi dai cristiani per un contrassegno che erano costretti a portare al braccio in conformità alle decisioni del Parlamento di Messina (1221), che stabilì le assise “contra judeos, ut in differentia vestium et gestorum a Christianis discernantur”.
Essi erano considerati giuridicamente inferiori ai cristiani e fu solo in virtù della loro forza economica se poterono in un certo qual modo mitigare la loro condizione.
Catanzaro, dove l’attività industriale e commerciale era più progredita che altrove, presenta il caso tipico di una comunità ebraica, nella quale quanto più crebbe la potenza economica tanto più progredì la sua condizione giuridica e la sua influenza nella vita cittadina.
Nel 1417, la città, liberata dall’effimera signoria di un capitano di ventura, fu chiamata a riorganizzare l’amministrazione civica demaniale. Ne colsero profitto gli Ebrei per domandare la dispensa dal portare i noti contrassegni della loro stirpe, l’esonero dal pagamento della mortafa [una tassa di residenza loro imposta] e della gabella della tintoria, l’assicurazione che non sarebbero stati molestati né dagli ufficiali regi, né dagli inquisitori ecclesiastici. Non bastando ciò, minacciarono di abbandonare Catanzaro nel caso in cui le loro richieste non fossero state accolte.
Quest’atteggiamento particolarmente benevolo verso gli Ebrei, si manifestò di nuovo a Catanzaro col risorgere del comune demaniale (1445), dopo la defenestrazione del Centelles, ed ebbe come obiettivo la parificazione dei cristiani e degli ebrei davanti al fisco ed alle leggi vigenti. Relativamente al fisco, negli anni successivi all’evento suaccennato, le due comunità, in seguito alla richiesta di quella israelita, si accordarono di fondersi in un’unica comunità, sì che cristiani ed ebrei pagassero le tasse e godessero le esenzioni in eguale misura.
In conformità a questa convenzione che, da parte di qualche cristiano, era stata giudicata svantaggiosa per i correligionari, i sindaci di Catanzaro nel 1453 ritennero che gli Ebrei dovessero pure loro contribuire alla somma che il Consiglio civico aveva deliberato per apprestare un convento ai frati minori dell’Osservanza, i quali erano stati chiamati per rianimare nella città la fede ed emendarvi i costumi. I proti della comunità ebraica non videro, però, nella fattispecie un affare d’interesse generale e, malgrado che nella convenzione fosse stabilito che “Judei contribuant et solvannt cum Christianis in negiciis tangentibus Christianos, queadmodum dicti Cristiani contribuant cum Judei in negociis tangentibus ipsos Judeos”, costoro si rifiutarono di pagare l’aliquota dell’imposta assegnata alla loro comunità, sostenendo che questa non era tenuta a contribuire alla spesa richiesta dell’eventuale costruzione di edifici destinati al culto cristiano. Ne derivò una vertenza. Gli Ebrei ricorsero al re, il quale accolse la loro tesi e ordinò perentoriamente ai sindaci di restituire ai ricorrenti i pegni che, da loro, si erano fatti dare nell'attesa del responso e di non fare innovazioni nei loro riguardi.
La colonia ebraica aveva vinto e la conquista dei nuovi diritti si faceva per loro più agevole e più rapida. Difatti, ancora vivo Alfonso, nel 1454, erano gli stessi sindaci a domandargli di ribadire la libertà religiosa degli Ebrei di Catanzaro, impedendo al domenicano Niccolò da Galvanico, “inquisitor haereticae pravitatis”, di pretendere da loro il pagamento di un aragonese a testa; nel 1456, ancora dietro richiesta dei sindaci, la Corona li sottraeva alla giurisdizione giudiziaria del vescovo e li sottoponeva a quella ordinaria del capitano regio.
Né meno deciso sarà il favore di Ferrante, nella cui memoria rimase incancellabile l’aiuto che la colonia ebraica di Catanzaro gli dette nelle difficoltà che lo aspettavano all’indomani della sua ascesa al trono.
Non si creda però che anche in altri centri della Calabria i sentimenti delle amministrazioni comunali fossero così tolleranti e longanimi verso gli Ebrei come a Catanzaro. In questa città gli Ebrei dominavano l’economia locale, che s’identificava con l’industria della seta. Essi anticipavano il denaro necessario alle spese per l’allevamento del baco da seta; possedevano filande e telai propri; impegnavano i coltivatori a consegnare tutta la produzione e l’acquistavano preventivamente; traevano dalla seta grezza tessuti ricercati, che poi vendevano agli stranieri; e di qui un sottile intreccio di affari che s’imperniava intorno all’elemento plutocratico della colonia, creandogli una base solidissima di potenza e d’influenza. Era quindi naturale che il processo di equiparazione giuridica fra ebrei e cristiani fosse a Catanzaro in uno stadio più avanzato che altrove.
In ogni modo, pur variando da luogo a luogo i rapporti fra i due elementi etnico-religiosi, la fortuna che gli Ebrei realizzavano in Calabria con la loro intraprendenza inarrestabile e con il monopolio fece ritenere che la suddetta regione fosse per loro, alla fine del ‘400, un’altra terra di Canaan. Con questo convincimento, non pochi furono gli Ebrei che vi si diressero dalla Spagna, allorché in questa incominciò a imperversare contro di loro la persecuzione di Ferdinando il Cattolico.
Che poi, mancando nella regione un ceto medio attivo, le autorità locali si adoperassero a procurare privilegi a favore degli stranieri che signoreggiavano le sorgenti della ricchezza, e che questi stranieri vi si arricchissero, e che all’opposto la popolazione indigena versasse nella miseria, era proprio questo il paradosso della situazione.
Diverso trattamento ebbero gli Ebrei di Cosenza, la cui giurisdizione era conferita al Vescovo con ordinanza del 12 maggio 1467.
Reggio fu pure uno dei più importanti centri d’immigrazione ebraica. Gli Ebrei apportarono nel distretto reggino un grande incremento all’industria serica usando la colorazione dell’indaco. Inoltre essi incettavano tutta la produzione della seta impegnando i produttori, nel modo indicato già parlando di Catanzaro.
Il prezzo stesso della seta veniva fissato sotto l’indiretto controllo degli Ebrei, che avevano nelle loro mani il credito locale; il che, se tornava a danno degli altri compratori, favoriva indirettamente i produttori, o per lo meno assicurava ad essi un prezzo remunerativo senza correre l’alea della richiesta oscillante o della coalizione a loro danno dei mercanti stranieri.
Questa forma di monopolio non poteva certamente essere gradita ai mercanti cristiani e specialmente genovesi, che, protetti dal governo spagnolo, si adoperarono per abbatterla, contribuendo anche a creare quel clima di ostilità verso gli Ebrei che porterà infine alla loro espulsione.
Non pochi, infatti, furono i tentativi dei genovesi, affinché i loro temibili concorrenti fossero espulsi da Reggio. Riuscirono nel loro intento durante il viceregno di Raimondo de Cardona.
Il Gran Siniscalco Antonio di Guevara, da Napoli, proteggeva a spada tratta i mercanti genovesi, i quali erano anche sostenuti da parecchi baroni del regno, cui era insopportabile non poter disporre di quella grande fonte di ricchezza che era l’usura. Esponevano, pertanto, al viceré come, mentre gli Ebrei con il loro traffico e monopolio aumentavano sempre più le ricchezze, le oneste speculazioni dei cristiani andassero invece in fallimento. Insinuavano che l’usura giudaica avesse ridotto la popolazione alla miseria e che ciò fosse intollerabile in un paese cristiano. Riuscirono così ad imporre il loro punto di vista e pertanto il viceré inviò un rapporto a Ferdinando in Spagna, dipingendo a fosche tinte quella corporazione ebraica e mostrando l’urgente necessità che gli Ebrei fossero espulsi non solo da Reggio, ma dall’intera Calabria.
Veramente la persecuzione era già incominciata da un pezzo, ed in Calabria più che altrove se ne sentivano le ripercussioni, per la condizione speciale in cui si trovavano gli Ebrei. Tuttavia è da ritenere che la richiesta dei mercanti genovesi costituisse un forte incentivo per le decisioni prese al riguardo dal governo spagnolo.

Coltivazione del gelso alla fine del 1500
da
ICSerrastretta
LA DECADENZA
Sembra, infatti, che sia stato trascurato un elemento che più di ogni altro avrebbe potuto spiegare l’origine della crisi dell’industria serica, e non solo di questa, ma anche di tutta l’economia calabrese, il cui processo di espansione subì un arresto tale che, dopo tanti secoli, se ne avvertono ancora le conseguenze. Alludiamo all’importanza dell’elemento ebraico nella produzione e nel commercio della seta e più in generale al ruolo vitale che essi ebbero in quell’incipiente rinascita economica della Calabria, rinascita per altro tardiva rispetto a quella che si era verificata nei Comuni dell’Italia centro-settentrionale, dove, come è noto, si ebbe un forte incremento delle attività produttive e commerciali a partire dal XII sec.
Gli Ebrei per più secoli furono gli animatori della vita economica calabrese, la quale non era certo favorita dalle condizioni politiche e sociali che oggettivamente costituivano un freno alla libertà del commercio e dell’impresa. Pertanto è impossibile non considerare la connessione tra l’espulsione degli Ebrei e la decadenza dell’economia calabrese.Tale espulsione fu determinata da un intreccio di motivi religiosi, politici ed economici. Questi ultimi, a nostro avviso, hanno avuto la prevalenza.
La politica spagnola nell’Italia meridionale fu, di fatto, indirizzata a favorire i negozianti stranieri, “amici et confederati della Cattolica Maestà”, a discapito degli Ebrei, come è possibile dedurre dalla speciale prammatica, pubblicata da Ferdinando II il Cattolico nel 1508. Essa favoriva liberamente l’entrata e l’uscita nella fiera della Maddalena, a Cosenza, dei mercanti stranieri e delle loro merci.
Abbiamo già visto quali fossero questi amici della Cattolica Maestà: i Genovesi, dietro la cui pressione il viceré Raimondo de Cardona fu costretto a fare rapporto a Ferdinando in Spagna, prospettando la necessità di espellere gli Ebrei dalla Calabria.
Con l’estromissione degli Ebrei e dei loro capitali, molte industrie e molte attività commerciali cessarono di esistere; le fiere persero la loro animazione, il costo del denaro salì di cinque e fino a dieci volte su quello corrente; il pubblico erario fu intaccato profondamente per le difficoltà incontrate nell’esigere le tasse. Si cercò di correre ai ripari. Fu permesso che i mercanti ebrei continuassero a visitare le fiere e per un certo tempo questo avvenne. Essi venivano, però, in veste di mercanti e non più con quella funzione economica ed imprenditoriale predominante che avevano avuto in precedenza.
Le fiere calabresi andarono sempre più decadendo e con loro l’arte della seta che aveva rappresentato il settore più dinamico e produttivo dell’economia calabrese.


GLI EBREI IN CALABRIA DAL XIII AL XVI SEC.
Placido Antonio Carè
Motivi tipici della lavorazione
della seta in Calabria
da
Artetessilecalabrese

Le maestranze ebree erano specializzate nell’arte della tintoria; utilizzavano sostanze coloranti portate dall’India, per cui il nome di indaco, e nell’industria della seta. Essi con la loro operosità e la loro intraprendenza contribuirono alla trasformazione economica della Calabria. D’Amato, attento studioso di Catanzaro, la sua città, ha scritto ‘’Questi [gli Ebrei], industriosi per loro natura e dediti alle mercantie et ad ogni genere di negotij, volentieri venivano ammessi nelle città più famose: onde designarono i Catanzaresi chiamarne qualche parte, acciò, aprendo fondachi di mercantia, gli togliessero l’incomodo di mendicare da lontano i panni et altre cose al vestir necessarie; e per più facilmente condurceli gli offrirono una perpetua franchigia. In tal guisa allettati, ne vennero in buon numero, e perchè vollero havere nella città luogo e parte, gli assegnarono un quartiere in mezzo ad essa. (...) Giunti aprirono botteghe di ricchissime mercantie, e, mescolando con i loro negotij i drappi medesimi di seta, che ivi lavoravano, cagionarono un grande utile â cittadini et aprendo la strada al concorso di tutta la provincia per via dei loro negotij, partorivano alla città molti comodi, oltre il danaro che in abbondanza vi entrava”. Apprendiamo così che in una Calabria di contadini gli Ebrei costituirono il primo nucleo importante di industriosi imprenditori, di carattere esclusivamente urbano, perché era loro vietato per legge diventare proprietari terrieri. Inoltre bisogna aggiungere che la vita dei Calabresi sia durante la dominazione normanna, che nel corso del il regno svevo, si svolgeva prevalentemente nei centri urbani.

Gli Ebrei erano presenti in Calabria un po’ dappertutto: a Rossano, a Corigliano, a Cosenza, a Reggio, a Bisignano, a Montalto, a Tropea, a Reggio, ecc.(...) [Essi] furono ben trattati dagli Angioini non meno che dagli Svevi; essi si dedicarono all’arte della tintoria e della seta, ma anche all’usura, alla medicina ed alle belle lettere. Le comunità degli Ebrei erano passate, durante la monarchia [aragonese] siciliana, alle dipendenze dei verscovi, i quali ne approfittarono per assoggettarli a gravame fiscale. Le persecuzioni dei vescovi, anziché incoraggiare le conversioni, contribuirono a dividere Ebrei e cristiani. (...) A Monteleone, i gabellotti della seta perquisiscono le case degli Ebrei, sequestrando la seta, non ostante i tributi pagati. (...) A Crotone e altrove i Giudei sono costretti a fuggire per sottrarsi a pesanti contribuzioni1. )
Le persecuzioni degli Ebrei furono riprese in Europa quando Papa Gregorio IX, fra il 1231 e il 1235, sollevò i vescovi dal compito di perseguire le eresie e affidò i tribunali d’inquisizione ai frati domenicani. Nel 1427, estese le prerogative di inquisire ai Domenicani; attribuì a Fra Giovanni di Capistrano dell’Ordine dei Minori la facoltà di proibire l’esercizio dell’usura ai Giudei dimoranti nel regno e a quelli forestieri di praticare l’usura, e di costringerli a portare il segno Thau. In favore degli Ebrei, tuttavia, ci furono anche numerose richieste fatte da numerose comunità. “Nel 1447 [1] giugno l’Università di Tropea, tra le altre grazie e privilegi chiedeva ad Alfonso d’Aragona: -Item, che plaza a la dicta Maiesta far tractare li judei de questa terra in li pagamenti fiscali sì como li altri citatini et non esserono agravati in altro pagamento ultra lo pagamento della mortafa2. Il sovrano aderì alla richiesta. Nel tentativo di porre un argine alla pratica dell’usura, i Frati Minori nel XV secolo istituiscono i Monti di pietà, ma non ebbero successo, perché ebbero soltanto la funzione di costituire un organo preposto ad assistere chi ne avesse bisogno, senza garantirsi la restituzione del denaro erogato. Tuttavia dopo la bolla di Leone X del 1515, che rimosse il divieto di percepire interesse a favore dei Monti di Pietà, questi furono in grado di dare alla loro attività una impronta diversa, perché somigliarono sempre più a rudimentali servizi bancari.
Cominciarono così le prime difficoltà degli Ebrei. Esse si aggravarono quando nel 1511 i Genovesi, che avevano da sempre sperato di sostituirsi a quelli, chiesero ed ottennero dalla Corte di Madrid un decreto di espulsione degli Ebrei. “Gli Ebrei partirono recando seco le accresciute fortune, e il ricordo che la prima Bibbia Ebraica era stata stampata da una tipografia di Reggio Calabria. Dopo la loro partenza, la proficua speculazione della seta venne in mano dei Genovesi, e in piccola parte in mano dei Lucchesi3.
Da quel momento il Meridione fu oggetto di sfruttamento intensivo, e regredì ogni anno di più. Le maestranze ebree erano riuscite a perfezionare la lavorazione della seta e la tintura dei tessuti, che, per la loro preziosità, erano ricercati in tutta Europa, e avevano impinguato con i loro tributi le casse esauste delle università calabresi.

1 - G. Brasacchio, Storia economica della Calabria, Vol. 2, Chiaravalle Centrale, 1977, pp. 326- 327, passim.
2 - O. Dito, La storia calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Cosenza, 1979, p. 213.
3 - B. Chimirri, Le relazioni politiche e commerciali fra la Liguria e la Calabria fin dai tempi della dominazione Sveva. In "Archivio storico della Calabria", Anno III, Oppido Mamertina (RC), 1992.


LA SETA DI REGGIO
Nino Calarco


Nel reggino, intorno al XIV sec., il mercato legato alla produzione della seta si affermò in modo estremamente rapido tanto che, in pochissimo tempo, divenne, quasi, l’unico prodotto di scambio della sua economia e così si mantenne per altri quattro secoli ancora per poi, nel XX sec., altrettanto rapidamente scomparire nell’arco di un solo decennio, senza quasi lasciare traccia.
Oggi rimane solo qualche rudere di filanda e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.
I bachi da seta furono importati in occidente dalla Cina in modo alquanto rocambolesco.
Intorno al 1533, con l'appoggio dell'imperatore di Bisanzio, due monaci bizantini che operavano in Cina, portarono a Costantinopoli le uova del baco nascoste dentro alcune canne di bambù.
Nel sud dell’Italia la seta venne introdotta, nel XII sec., da Ruggero II, re di Sicilia, con l'aiuto di artigiani fatti venire appositamente dalla Grecia.
Secondo alcuni studiosi si trattava, invece, di ben 15.000 prigionieri prelevati a Corinto e trascinati a Palermo, città che divenne uno dei principali centri per la fabbricazione della seta.
Nel reggino tutto lascia presupporre che l’arte della seta e del gelso sia stata introdotta dagli Ebrei, i quali giunsero a Reggio in due ondate diverse: la prima nel periodo successivo alla conquista di Gerusalemme da parte dei romani, la seconda al seguito dei Mori.
Gli Ebrei, quali abili maestri nell’arte del mercanteggiare e nella loro geniale industriosità, valorizzarono l’industria della seta e le attività ad essa connesse: allevamento del baco, coltivazione del gelso, fabbriche di tessuti, tintorie tra cui quella famosa dell'indaco, immessa sui mercati europei per la prima volta dai produttori reggini.
I tessuti serici prodotti a Reggio erano considerati tra i più pregiati. Rinomati erano quelli di Sambatello per la loro lucidità e resistenza alla trazione.
Grazie all’operosità degli Ebrei la città aveva un posto di rilievo nei traffici commerciali e lo stesso porto era, per questi motivi, frequentatissimo.
I commercianti di questa città, in massima parte ebrei, si accaparravano tutta la seta grezza, anticipando acconti ai produttori e saldando l'importo con uno sconto sulla tariffa fissata dall’università (l'odierno comune), il 22 luglio (detto Voce della Maddalena), .
Questi commercianti ebrei rivendevano la seta, quasi in regime di monopolio, nella fiera franca di agosto, direttamente ai mercanti Genovesi, Lucchesi e Veneziani.
Nel 1510 o 1511, gli ebrei vennero espulsi dalla città, si dice, ad opera dei mercanti Genovesi.
La tesi più accreditata è che i grossi proprietari locali, ritenendo di saper mercanteggiare anche loro e sperando di trarre gli stessi lauti guadagni degli Ebrei, fecero forti pressioni sul viceré, Raimondo di Cardona, il quale emise un ordine di espulsione per i cittadini ebrei di Reggio.
Ben presto, però, l’incapacità dei produttori, improvvisati commercianti, si fece sentire pesantemente: infatti la qualità dei prodotti dell’industria serica divennero scadenti e la quantità frammentata; sicché i grandi mercanti genovesi, lucchesi, pisani e veneziani furono costretti a rivolgere altrove la propria domanda.
Anche dopo la dipartita di questi grossi mercati, il commercio serico locale fu molto proficuo per chi lo esercitava sulla piazza ma le dimensioni, oramai, modeste e il porto cittadino poco attrezzato, non riuscì ad attirare più le navi straniere di grossa portata.
Messina, al contrario, aveva la sicurezza di un porto attrezzato, dove le navi di qualsiasi portata potevano fermarsi a lungo anche per lavori di raddobbo.
I grossi produttori reggini furono costretti, quindi, a ritrovarsi un nuovo mediatore al posto degli ebrei e rivolsero la loro offerta ai mercanti messinesi.
Quindi Messina diventò il porto di concentramento delle merci destinate a Reggio e di quelle che Reggio destinava all’esportazione.
A Reggio, in quel periodo, circolava una grande quantità di denaro anche se non aveva il grosso giro di mercato che, invece, possedeva Messina.
Infatti Reggio poteva esportare, quasi, soltanto seta in pagamento di ciò che importava e poiché non tutti accettavano il pagamento in seta, non poteva sfuggire alla pesante mediazione messinese che deteneva la chiave dell'esportazione.